Piazze Amiche

Sembrano ricordi di tempi lontani, anche se in realtà sono passati solo pochi decenni. L’articolo ci arriva dal Roero, e più precisamente da Vezza d’Alba, uno dei sette comuni della Sinistra Tanaro che sono coperti, giornalisticamente, dal bimestrale Il Paese, giornale indipendente nato nel 1976 per iniziativa della Pro Loco di Magliano Alfieri. La diffusione della testata si è poi allargata ai paesi vicini, e vede ora come editore l’organizzazione di volontariato che porta lo stesso nome del giornale. L’articolo, scritto da Beppe Serra, corrispondente da Vezza d’Alba, è uscito sul numero di luglio/agosto del giornale.

Quando si scassava a mano

Quante volte tutti noi abbiamo ascoltato, sussurrato od anche cantato quella vecchia canzone che iniziava: “mamma mia dammi cento lire…”. Tante volte, si certo, ma dal mio primo ascolto sono oramai trascorsi tanti anni. Ero ancora bambino e fu nell’occasione di una cena in casa a conclusione di un lavoro di scasso in un appezzamento della mia famiglia, cena in cui erano presenti tutti coloro che avevano partecipato nei lavori.

Questa reminiscenza mi è ritornata mentre osservavo il lavoro ed ascoltavo il rumore di un moderno escavatore che meccanicamente svolgeva lo stesso compito, anticamente svolto a mano, ma in un tempo infinitamente più breve.

Lo scasso era una operazione straordinaria a cui si ricorreva solo quando bisognava rinnovare il vigneto od il pescheto per ricreare nel terreno nuove condizioni di fertilità riportando in superficie quel tufo azzurro bluastro così duro ed impermeabile. Io ero bambino di prima o seconda elementare quando la frequentazione scolastica era sia mattutina che pomeridiana.

Lo scasso si effettuava durante i mesi invernali e poteva durare anche parecchi giorni a seconda della grandezza dell’appezzamento, della profondità che si voleva raggiungere; per cui era necessaria manodopera esterna a cui si faceva fronte ingaggiando i manovali locali, che in questo modo arrotondavano gli scarsi introiti derivanti dalla campagna in proprietà.

Anche io partecipavo allo scasso nel mio breve tempo libero concessomi dalla scuola, ed allora di corsa uscivo e con la mamma si raggiungeva il terreno per portare il pranzo al babbo ed ai manovali, pranzo sempre a base di polenta o minestra bella calda per riscaldar lo stomaco con bottiglie di vinello leggero frutto della rifermentazione del torchiato con aggiunta di acqua e zucchero. Io, seppur bambino, pranzavo con loro e con loro mi sentivo più grande, ed ascoltavo i loro discorsi, le canzonature verso l’amico più pronto e le stornellate appena accennate per la fatica.

Altrettanto in fretta uscivo il pomeriggio per raggiungere la squadra, lontano da casa sul versante opposto della collina. Da lontano scorgevo i manovali, alcuni con movimenti ritmici a sollevare il piccone e ferire quella marna azzurra bluastra; altri fermi immobili; mi sembravano tanti e lesto mi avvicinavo ed allora distinguevo le figure animate da quelle altre che non erano altro che, per me bambino, enormi blocchi di tufo messi in posizione eretta quasi sentinelle a guardia del lavoro svolto od allontanare spiriti maligni a provocare frane primaverili o forse più semplicemente per far vedere quanto si fosse bravi e forti nel disseppellire quel tufo.

Il compito mio, indispensabile, quasi importante, era di guidare il cavallo diritto nel solco ed accudirlo durante i suoi brevi momenti di pausa asciugandone il sudore con della paglia od un sacco e coprirlo con una vecchia coperta militare.

Ed alla sera io bambino arrivavo a casa stanchissimo, con le gambe indolenzite per il lungo camminare su quel terreno così accidentato e le braccia tutte rotte dagli strattoni del cavallo che mai si rifiutava, ma ero felice per la considerazione del mio babbo e dei manovali.

E quando si era quasi al termine si contrattava con la manodopera per affrettare quanto prima il lavoro; lo scasso doveva essere ultimato nella giornata del venerdì od il mattino successivo per essere pronti il sabato sera alla cena che sempre veniva offerta ai manovali.

Momento conviviale e gioioso per tutti: era lieto il “padrone” nel veder ultimato il lavoro, ma anche per i manovali perché in quella serata, oltre alla cena, avrebbero percepito la paga pattuita.

Quale gioia per noi piccoli uomini partecipare a queste cene, quante sorprese culinarie, quali piatti prelibati erano stati preparati dalla mamma magari aiutata per l’occasione dalla vicina “cusinera”; noi abituati a polenta, minestra e poco altro.

Era questa un’occasione unica solo seconda ai pranzi di nozze e noi bambini in questa serata ci sentivamo un po’ più grandi, ma a tavola si era zitti, già felici di esserci, ed allora si cercava di cogliere ogni frase, ogni dialogo dei commensali quando il vociare, dapprima sommesso, andava via via aumentando con il numero di bottiglie di vino svuotate.

Quante chiacchere, quanti discorsi, dapprima generici divenivano sempre più circostanziati, al limite del pettegolezzo per farsi un poco più audaci sul finire della serata. Parole al vento tacitate dall’intonazione di un canto, canzoni antiche a raccontare di guerre, di fame e miserie ma anche di passioni ed amori e di belle fanciulle da far innamorare.

Ed io fanciullo mi rifiutavo di essere vinto dal sonno, il desiderio di ascoltare quelle stornellate e quelle voci, forse poco educate al canto, ma sicuramente, seppur dure, sincere come lo spirito ed il carattere del contadino ed anch’io con loro abbozzavo qualche nota, accennavo i ritornelli più facili ed orecchiabili.

Quanti tentativi di rifiuto all’ordine di mamma di andare a dormire, comandi che in quella occasione non erano mai così imperativi e solo quando le mie braccia di piccolo uomo penzolavano sui fianchi, la testa ciondolava e mi avvicinavo al sonno, solo allora chiedevo a tutti di intonarmi ancora una volta quel canto antico che narra di fame e miseria, di maledizioni e di addii alla terra amata che iniziava: “mamma mia dammi cento lire…” e fantasticavo di una terra così lontana.

                                                          Beppe Serra (Vezza d’Alba)

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