Eravamo tanti, così mi è sembrato aprendo gli occhi,
intorno a quella torta su cui svettavano molte
candeline accese. Rintracciata non senza affanno la
necessaria quantità di fiato, tutti insieme le abbiamo
spente meritandoci l’applauso e gli auguri di chi,
manifestando un atteggiamento insieme di curiosità e
meraviglia, si è trovato casualmente ad assistere a
quell’insolito assembramento.
In uno dei primi giorni d’autunno e un compleanno da festeggiare.

Ovvero altri dodici mesi aggiunti a un
verosimile secondo tempo della nostra vita, scandita
dall’abituale e fortunato equilibrio tra speranze e paure
mai tanto reali e tra probabilità e imprevisti mai
tanto temuti, proprio come avveniva tanti anni fa,
quando ragazzini lanciavamo in aria i dadi del
Monopoli affidandogli le prime ansie del nostro incerto
percorso.
Un cammino che, visitato a ritroso in questa lieta
circostanza, intinge la propria penna nell’inchiostro
indelebile dei ricordi e reclama il palmo proteso di
tante nostre mani per scrivere con identica, acerba
calligrafia, semplicemente una data: ottobre 1951.
Esattamente settanta anni fa iniziava l’avventura
scolastica di un nutrito gruppo di maschietti casellesi
che abbandonati il grembiule a quadretti bianchi e blu
e le braccia accoglienti delle suore dell’asilo di Piazza
Boschiassi, si apprestava a salire per la prima volta le
scale della scuola elementare di Via Guibert dove,
esibendo l’immancabile camice nero e la foltissima
capigliatura precocemente indirizzata verso il grigio, il
giovane bidello Alfredo dal mattino presto era in
attesa sulla porta di ingresso per dare a ognuno di
noi il suo benvenuto nella scuola dei grandi.
Allontanate finalmente, e non senza fatica, le ultime
mamme sicuramente più curiose che apprensive, soli
e calati nel nuovo grembiulino nero su cui scendeva dal
colletto bianco un elegante fiocco blu a completare la
nuova uniforme, entrammo nella nostra prima
classe elementare al piano terra dell’edificio. Sulle
pareti dell’aula, oltre ad adeguate illustrazioni utili a
favorire la futura confidenza con vocali e consonanti
dell’alfabeto, alcune non più nuovissime carte
geografiche rappresentano l’Italia “fisica e politica”
dell’immediato dopoguerra. Dietro la cattedra, alta ed
imponente come il vicino trono reale ormai da qualche
anno disabitato, e all’immancabile crocefisso ancora
ignaro della gazzarra che più avanti, suo malgrado,
l’avrebbe coinvolto, un manifesto di notevoli
dimensioni, opportunamente collocato dove per anni
aveva campeggiato in bellicoso atteggiamento il
ritratto del tragico e impettito maestro romagnolo,
informava e ammoniva sulla pericolosità dei tanti
ordigni bellici ancora inesplosi presenti sul territorio
nazionale.
Ad accoglierci, la maestra Guerrina Benci,insegnante di
origini triestine, materna, rassicurante e
profondamente legata all’immagine di quella nuova
Italia che il capoluogo giuliano aveva da poco
ritrovato. Con il giusto pretesto dell’appello
mattutino, e fidandosi della giovane curiosità che
anima gli scolari, ci insegnò presto i segreti
dell’alfabeto. Così tutti i giorni con Airola Luigi, Berta
Bruno, Castagno Piero fino a Zeffiro Bruno che
chiudeva l’elenco sul registro di classe, ci alzavamo in piedi
e rispondevamo “presente” con la voce via via più forte
e più sicura quasi a corroborare la nostra nascente
amicizia, ricca di giustificata speranza e di serena
fiducia in un destino ancora in parte nascosto tra le
stelle.
Poi la scuola finisce. La vita prende il sopravvento e
ogni anno aggiunge ad una torta sempre meno dolce
un’altra candelina da spegnere.
Sono trascorsi settant’anni dall’ottobre del ’51, e oggi,
a quei bambini di allora, congedati nel frattempo
molti capelli e alcuni molari, sovviene, insieme ad un
pizzico di nostalgia e di malcelata amarezza, il
ricordo di quella speranza che allora era molto più
di un ministro, e pur tra gli attuali nuovi affanni, che
da tempo inducono a desiderare non ciò che
vorremmo ma ciò che avevamo, sognano ancora di
rivivere, magari per un attimo soltanto, l’esaltante
emozione di chi chiedeva alle stelle, quando di sera si
affacciavano gratuitamente nel cielo, di mettere le
ali ai sogni e non le rotelle ai banchi dei nipoti.
Tra le mani sto girando e rigirando una fotografia in
bianco e nero che ritrae su carta lucida l’intera classe a
fine anno scolastico e ogni volta che lo sguardo
indugia e poi si arresta tento di dare un nome a quel
volto e un senso al suo ricordo . Caro Domenico, non
posso dimenticare che dalla tua mamma ho appreso la
dolce abitudine della merenda del pomeriggio, e a te
Michelangelo lascia che dica semplicemente grazie.
Sul retro , scritta con la stessa incerta calligrafia di
tanti anni fa, una indicazione precisa : “Conservare in
luogo asciutto, possibilmente lontano dall’emozione” .
E se non fosse soltanto un consiglio ?

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