Essendo nato dopo di me, mai avrei pensato che un giorno mi sentissi obbligato a ricordarlo. Eppure è successo, il 13 agosto abbiamo perso Gino Strada. Abbiamo perso una persona che definire straordinaria forse non gli sarebbe piaciuto, perché ciò che faceva, anche se a noi appare straordinario, per lui era naturale. Naturale che ogni essere umano ferito debba essere soccorso, curato, riabilitato, al di là delle sue origini, della sua fede, della divisa che indossa, della sua situazione sociale ed economica. Non solo, ricordava a coloro che si accingevano a lavorare negli ospedali di Emergency, che: “Non si va nei Paesi del cosiddetto terzo mondo a portare una sanità da terzo mondo. Un ospedale va bene quando tu saresti disposto, senza alcuna esitazione, a ricoverarci tua madre, tua moglie, tua figlia.” E ancora: ”Se uno di noi, un qualsiasi essere umano, sta soffrendo è una cosa che deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza è un atto di violenza tra i più vigliacchi”. E non aveva peli sulla lingua nel denunciare coloro che riteneva la causa principale di tanto orrore: i signori della guerra. Lui non si riteneva un pacifista perché:
“ Troppe persone dicono di essere per la pace, ma non vanno oltre, non concretizzano il pensiero. Se si vuole veramente la pace va fatta una cosa molto semplice, capire cos’è la guerra e toglierla dalla nostra storia. Penso che la guerra sia una cosa che rappresenta la più grande vergogna dell’umanità; e penso che il cervello umano dovrebbe svilupparsi al punto da rifiutare questo strumento, sempre, e comunque come strumento disumano. La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. Non è utopia, preferisco chiamarlo progetto non ancora realizzato.” Basterebbero secondo me le parole testé riportate per descrivere la dimensione del suo pensiero, considerando poi che non si è limitato alle parole, ma si è tirato su le maniche ed è andato personalmente a trattare, a discutere, con capi di Stato, ministri e scagnozzi degli stessi, per portare quella famosa sanità di qualità, in luoghi in cui gli ospedali esistenti erano talmente fatiscenti che chiamarli ospedali era una bestemmia. Dal 1994, cioè da quando è nata, Emergency non si è limitata a fornire assistenza medico-chirurgica di qualità, ma anche a diffondere una cultura di pace per costruire un futuro, in cui non ci sia più bisogno di Emergency per mettere insieme pezzi di corpi colpiti dalle bombe o saltati sulle mine. La pandemia Covid19 ha interrotto questo percorso, auspico possa riprendere al più presto. A ogni inizio d’anno scolastico sono sempre state numerose le richieste, da parte degli insegnanti, per l’intervento di un volontario, per approfondire la conoscenza sulle guerre passate e presenti, e le situazioni in cui interviene Emergency in loco. Dal 2003 sono entrato a far parte di questo gruppo di volontari, cercando di dare il mio modesto contributo per una causa che reputo molto nobile: tentare di far capire ai giovani che la guerra non vuol “solo” dire morti e feriti, ma mutilati e malattie, epidemie e fame. Quali sono gli effetti sulla salute fisica e psichica degli esseri umani in un teatro di guerra? E i bambini? Quanti bambini sono distrutti dalla guerra, morti, mutilati, orfani, senza una scuola o un posto in cui giocare? Poi ricordare un dato che non tutti conoscono: nelle guerre odierne più del 90% delle vittime sono civili e il 34% sono bambini. Gino Strada, che ho conosciuto personalmente, e mi pare assurdo che se ne sia andato per sempre, era assolutamente necessario, anche se a diversi non piaceva; solo lui, senza alcuna diplomazia, cercava di far capire a tutti che il significato di certi termini non cambia a piacimento. Per esempio, per terrorismo non si può che intendere incutere terrore, attraverso azioni violente sulle popolazioni, siano esse realizzate a Nizza o Parigi, quanto a Kabul o Bagdad. Un aereo che sorvola una città, pronto a lanciare bombe, incute nient’altro che terrore. Ma la stampa travisa la realtà e l’opinione pubblica si lascia influenzare, etichettando buoni e cattivi come farebbero i bambini. Gino, a qualcuno non era gradito perché era la voce fuori del coro; secondo loro avrebbe dovuto fare il chirurgo e basta, tagliare e cucire, come il sarto. Ma per fortuna Gino è esistito, è riuscito con l’aiuto di Teresa, e di molti altri che hanno creduto in loro, a curare 11 milioni di persone e soprattutto ha dimostrato, a qualche becero in politica, qual è il metodo per aiutarli veramente in casa loro, assolutamente senza armi, di qualsiasi tipo. No weapons! Niente armi! Mai.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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