Sui numerosi libri e articoli di storia locale che ho scritto in oltre mezzo secolo di giornalismo non ricordo di aver mai messo sotto i riflettori l’acquedotto comunale di Caselle. Sì, è vero non è un palazzo che fa parte delle istituzioni locali, ma la sua utilità è indubbia e quanto mai preziosa per la comunità. Merita raccontarne la sua nascita, la sua storia. E questa la trovo grazie soprattutto a una tesi di laurea dell’anno accademico 2003/4 della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino dal titolo “La parabola del fascismo a Caselle Torinese” realizzata dal candidato casellese Davide La Torre. Sono oltre 200 pagine che non si limitano a coprire il periodo fascista ma partono dalle origini del nostro borgo. Un mare di notizie, di dati, di storie casellesi, il tutto corredato da citazioni precise, attente: un ottimo lavoro il suo.
Ma parliamo dell’acquedotto. Davide La Torre lo porta alle pagine 115,116 e 117 ricordando che il tutto è tratto dall’Archivio comunale di Caselle, cartella 32, foglio 182. E allora andiamo a scrivere la storia del nostro acquedotto comunale, un pozzo di acqua potabile che si trova su un angolo del Prato della Fiera, proprio davanti all’ex ospedale Baulino, a Caselle. Anche quest’acquedotto è ora gestito dalla Smat, società metropolitana acque Torino, che gestisce acquedotti in ben 290 comuni, comprendenti oltre 2,2 milioni di abitanti.
“Fra le opere più importanti e di notevole utilità eseguite durante gli anni del fascismo a Caselle – scrive Davide La Torre – vi fu sicuramente l’acquedotto. (NdR- Da ricordare che anche il moderno ampliamento dell’Ospedale Baulino, sempre donato dalla Famiglia Bona, in quel tempo fu un’opera molto importante). Già nel luglio del 1928 era stato presentato un progetto da parte di un comitato intercomunale per la costruzione di un acquedotto inter consorziale comprendenti i Comuni di Balangero, Mathi, Grosso, Villanova, Nole, Ciriè, San Maurizio e Caselle. Il problema dell’acqua potabile incombeva già da diverso tempo non solo per Caselle ma per tutti i Comuni della zona: l’acqua estratta dai pozzi privati infatti provocava problemi igienici e malattie, quali soprattutto il tifo. Di quel progetto intercomunale alla fine non se ne fece nulla.
Per il solo Comune di Caselle, dato l’alto costo dell’opera, era praticamente impossibile costruire un acquedotto, a sopperire a tale deficit. Ma già dalla seduta del consiglio municipale del 3 maggio del 1925 Osvaldo Bona (un titolare dell’omonimo Lanificio) promise la costruzione a sue spese di un acquedotto.
In realtà da allora passarono quattro anni, ma il 13 luglio del 1929 i fratelli Osvaldo e Alcide Bona presentarono il progetto di un impianto di acqua potabile comprendente otto fontanelle pubbliche (i tòret) da installare nelle zone più trafficate del paese; tali realizzazioni sarebbero poi state donate al Comune. I padroni del più importante lanificio casellese avrebbero inoltre supportato tutte le spese di realizzazione dell’opera comprendenti la costruzione di un pozzo e della fossa di scarico, la pompa a motore e le necessarie condutture; il Comune avrebbe invece sopperito al costo del funzionamento dell’acquedotto con il pagamento del canone dell’energia necessaria all’estrazione dell’acqua ed alle spese di manutenzione.
Il 28 marzo del 1930 – prosegue La Torre – il progetto dell’acquedotto curato dall’ing. Lolli ottenne il parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici, il 10 aprile seguente ottenne quello del Genio civile di Torino e infine il 6 febbraio del 1931 vi fu l’esame chimico batteriologico sulle acque. Il 14 febbraio sempre del 1931 finalmente il Comune poté approvare il progetto e dare il via ai lavori, lo stesso giorno fu deliberata anche l’approvazione di un mutuo concesso dai fratelli Bona al Comune per un ammontare di lire 426.779, affinché si potessero affrontare quelle spese a proprio carico. I Bona rinunciarono all’ammortamento del mutuo stesso mentre si chiese al Ministero degli Interni di concorrere al pagamento degli interessi.
Nel luglio del 1932 il Ministero dei Lavori pubblici chiese i documenti attestanti la disponibilità da parte del Comune dell’acqua captata e a tal fine si dovette procedere all’acquisto dei terreni di proprietà dei Bona che ospitavano il pozzo per l’estrazione dell’acqua e la relativa zona di protezione. Venne contratto un nuovo mutuo per lire 399.715 con i Bona i quali non pretesero il pagamento degli interessi, permettendo così l’acquisto dei terreni sopracitati, il pagamento della perizia di stima dei pozzi e dell’impianto di sollevamento e il sostenimento della spesa relativa alla rete di distribuzione.
Durante il mese di luglio del 1934 – conclude la tesi – venne approvata la costruzione delle derivazioni di acqua potabile per la nuova caserma dei carabinieri e per l’edificio scolastico, e nel dicembre dello stesso anno venne concessa l’acqua potabile anche ai privati,
Il collaudo dell’acquedotto, e dopo di esso il suo pieno funzionamento, avvenne il 3 maggio del 1936”.
Ora dopo oltre 85 anni la struttura è ancora in forma. Un po’ più su della base campeggia chiaramente la targa con la scritta: “Acquedotto Basilio Bona – Dono di Alcide e Osvaldo Bona al Comune di Caselle”.

Dunque la torre è sempre lì, ferma e svettante nel cielo casellese. Solo che ora, essendo sulla linea di volo, gli aerei in fase di atterraggio sfiorano la cima dell’acquedotto diverse volte al giorno, ammiccando radenti e ruggenti verso l’aeroporto. E di diverso c’è anche il tetto dell’acquedotto; infatti ora è popolato da una selva di antenne e ripetitori telefonici che rendono la cima quanto mai moderna.

Gianni Rigodanza è un giornalista e scrittore. Maestro del lavoro, Casellese dell’Anno, premio regionale di giornalismo; tra i fondatori, redattore e direttore di Cose Nostre per 32 anni. Finalista del 3°concorso letterario Marello. Autore di diversi libri di storia locale. Ha scritto per il Risveglio, Oltre e Canavèis.

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