Bruno Guglielmotto Ravet ha condotto, nell’arco di decenni, una ricerca approfondita sulla realtà, fra passato e presente, di una trentina di Cimiteri nelle valli di Lanzo. Ne è scaturita la pubblicazione “Ceneri mute”, titolo di foscoliana evocazione che abbraccia la storia dei Cimiteri, le ripetute visite pastorali, le relazioni dei Comuni, numerosi epitaffi divisi per età dei defunti. L’Opera, che presenta una dissertazione firmata da Silvio Saffirio e l’analisi linguistica condotta da Paolo Benedetto Mas, è stata edita per il 50° di fondazione della Società Storica delle Valli di Lanzo oggi presieduta dall’avv. Michele Vietti ( CXLVII vol.; pagine 320, numerose immagini ).
A commento e memoria di lontane inumazioni, l’autore riprende molte usanze di circostanza. Per un certo tratto di cammino, le bare viaggiavano per sentieri impervi, senza coperchio, oppure esso veniva levato alla fine del viaggio per un ultimo saluto al defunto. Il lutto si portava a lungo; tre anni per i genitori o i figli, un anno per il coniuge e addirittura la fede nuziale e gli orecchini venivano ricoperti con della stoffa nera ( Mezzenile ).
Sempre lieto è il suono dei “roudon”, i campanacci usati specie in tempo di transumanza; se però il paese è in lutto, questi venivano sostituiti da piccole campane dal suono più gentile. Se il Cimitero deve essere ingrandito, ecco talvolta affidato ai bambini – al termine della scuola – il compito di portare le pietre, giorno dopo giorno.
È storicamente molto interessante il commovente “Sunto della vita e della morte” conservato a Chialamberto e scritto dal fratello Antonio in occasione della scomparsa di Filippo Aymo Boot ( 1879 ). Si apprende così l’usanza di deporre nella bara un paio di scarpe nuove “di ricambio”, di vestire il defunto con “camicia, jilet, cravata ( sic ), mutande, calzette, pantaloni, paletò, beretta bianca”. Il fratello superstite è disperato e ha la sensazione che gli abbiano portato via il suolo di sotto. Il suo sguardo rimane fisso sulla processione che “nivolò il mio Filippo”; tutto quello che rimarrà saranno la chiave del feretro e un ciuffo di capelli.
Più economico era certo usare un lenzuolo per ricoprire la salma, specie se la sepoltura era di carità.
Cosa mettere tradizionalmente nelle bare? Fazzoletto, ago, filo e ditale per le donne; pipa, sigaro, tabacco per gli uomini.
I parenti e gli amici hanno percorso molta strada, per cui bisogna offire qualche cosa da mangiare e bere ( formaggio, polenta, un grosso pane – l’armona – cacio) : più la moneta,
( lou perdoun ).
A Viù gli intervenuti al funerale tendevano altresì a “pieurà lo mort” con un’abbondante bevuta, talvolta offerta. Il dono del pane deriva da usanze mediterranee o germaniche, ma bisogna riceverlo “senza abuso”. L’abitudine di regalare il pane all’uscita dal cimitero e non dalla chiesa costringe di seguire tutta la cerimonia funebre ( “dounà lou pon ” ).
Claudio Santacroce era un nostro amico, custode di un’infinità di notizie, sempre disponibile e generoso. Il 7 febbraio 2019 avrebbe compiuto settant’anni, per cui si è mantenuta la tradizione del banchetto funebre alla presenza di un gruppo di soci della Società Storica delle Valli di Lanzo fra i quali Aldo Audisio, Bruno Guglielmotto, Ezio Sesia, Luigina Borla, Giancarlo Chiarle, Fabrizio Massara.
Il mondo dell’arte. Numerose sono le tombe arricchite da statue, bronzi, vetri, mosaici, affreschi; opere firmate anche da importanti autori legati all’Accademia Albertina, da G. V. Cerini ( Bertesseno ), G. Buzzi-Reschini ( Lanzo, il bel corteo funebre ), L. Contratti ( Col San Giovanni, ritratto di Giovanni Piumati, uomo di ostinato rigore ), il bistolfiano Stagliano ( Lanzo ) sino a G. B. Alloati ( Lanzo, ritratto di Michele Vietti ), Domenico Forchino ( Traves, 1931 ), Stefano Borelli ( Usseglio ), Riccardo Cordero ( Cafasse, 1976 ).
A sè, le mattonelle dipinte dall’importante ceramista Renzo Igne ( Ceres ) oppure quel capolavoro di Cesare Ferro “Le tre Marie”, affresco portatile realizzato a Usseglio per la propria tomba di famiglia.
Ovviamente sono numerose le Pietà, dall’Opera del Torchio profilata contro il mosaico ( Bonzo ) alla Vergine che sostiene un Cristo quasi disteso ( Lanzo ), all’anonima opera di Pessinetto animata altresì per la presenza di una Pia donna, alle Deposizioni ora realizzate da Giuseppe Polli ( tomba Peradotto ), o dipinte da Tullio Alemanni ( Benne di Corio ).
Quanti personaggi importanti s’incontrano leggendo epitaffi o semplici memorie: i pittori Sobrile e Neuchuler, l’attenta studiosa – dal fermo carattere – Ines Poggetto, Adalberto Donna d’Oldenico, un’immagine femminile
“partita da Viù col velo da sposa, fiorente di
gioventù e bellezza, a rappresentare col marito
l’Italia nel lontano Siam” ( … ),
il Presidente della Regione Piemonte Gian Paolo Brizio Falletti di Castellazzo, magistrati e un non giovanissimo sposo – valente calderaio, meccanico e aeronauta – che si schianta con l’aerostato Stella sulla Bessanese nel 1893 durante il viaggio di nozze.
Alcune dediche si sono scritte in italiano: “Grassie, arvese” incidono gli amici del M° Mauro Vana ( Gisola ), mentre “Les anciens de la Légion Etrangere” ricordano un ex commilitone ( Monasterolo ). In piemontese è l’epitaffio che recita.
“Oh mont, oh roche, oh care rive, ch’i l’eve
dame goy ‘d vive”,
ma scritto in lingua tedesca è l’epitaffio: Ciò che Dio e l’amor uniscono / non può essere diviso dalla morte.
Piace concludere citando le parole del poeta Guido Ceronetti: “Avere il proprio nome al cimitero è qualcosa che ti tiene presente”.
Grazie dunque all’autore di “Ceneri mute” che ha ricordato i nostri vecchi delle valli e li ha onorati. Per tutti,“che la terra che ti copre, sia leggera”.

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