I risciò malesi non sono scarni e anonimi come quelli che trovi a Singapore, ma vengono addobbati con ogni genere di cianfrusaglia: ciondoli, corone di fiori finti, fotografie incorniciate, decine di fanalini multicolori da far invidia persino alle Vespe dei Mods.
La gente li usa con frequenza. Uomini con giornale e ciabattino infradito, che non hanno voglia di farsi a piedi i due isolati fino a casa. Donnone svolazzanti nei loro veli, in arrivo dal mercato, con prole e innumerevoli sacchetti della spesa. Il risciò viene caricato all’inverosimile: donnona e marmocchi si sistemano sul sedile, i sacchetti su un’apposita pedana posteriore. Ma diavolo, guardate bene: non l’avete visto il vecchino? Volete dargli il colpo di grazia? Quasi non ce la fa a trascinare sé stesso! Invece il nonno s’impenna sui pedali, pigia con i suoi pochi chili d’ossa. Suda, smorfia e incredibilmente il risciò si muove. E, più lento dei pedoni a passeggio nella piazza, s’allontana beccheggiando. Anacronistico, eppure insostituibile. Quale altro mezzo di trasporto consentirebbe di sgusciare così discretamente tra la folla pacificamente frenetica del mattino?
Hanno un fascino indiscutibile questi risciò di Kotha Baru, città situata sull’estremità nord orientale della penisola malese. Viaggiano seguendo una propria clessidra, del tutto indifferente ai motori Proton e Yamaha, ai pozzi di petrolio della Petronas che a pochi chilometri da qui trivellano e sventrano la giungla. Totalmente indifferenti alle torri rampanti del sud est asiatico.

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