Dici Lago di Garda e le prime cose a venire in mente sono le storiche regate veliche, i parchi divertimenti, le fritture di lavarelli e coregoni e i campeggi super attrezzati brulicanti di turisti teutonici in ciabatte e calzettoni bianchi. Luoghi comuni, certo. L’ultima volta che sono stato a Sirmione (BS) il valore medio delle centinaia di vetture targate Nord Europa a caccia di un parcheggio impossibile oscillava tra gli 80 e i 90mila euro, per tacere di una Lamborghini Urus olandese e di Porsche Taycan Turbo austriache e tedesche di ogni colore e allestimento. Spesso il guidatore era effettivamente infagottato in un orrido camicione a scacchi, bermuda, calzino e sandalo d’ordinanza, ma questa è un’altra storia.
Guardando la cartina (o Google Maps, per i più tecnologici) ci si rende conto che il piccolo fazzoletto di Lombardia arroccato sul versante sud-occidentale del Lago di Garda appare stretto nella morsa di due giganti della viticoltura settentrionale: a ovest la Franciacorta con i suoi celebrati Metodo Classico, a est la Valpolicella di Sua Maestà l’Amarone. In mezzo, tra la provincia bresciana di Desenzano e quella veronese di Peschiera, grandi alberghi, ville elegantissime, giardini meravigliosi, i luoghi della poco onorevole Repubblica Sociale Italiana e una piccola regione vinicola che proprio da una località di Sirmione prende il nome: Lugana. Nella prima edizione del 1596 del De Naturali Vinorum Historia l’autore Andrea Bacci, filosofo e medico di fiducia di Papa Sisto V, riportò l’esistenza in quel territorio di “squisiti Trebulani e una specie di vino di Candia dorato e spumeggiante”. Trebulani sta per Trebbiani, uva Trebbiano, che qui nella sua versione autoctona è conosciuta come “Turbiana di Lugana” e che veniva coltivata per garantire il fabbisogno del vino da Messa della comunità sorta attorno a un antichissimo convento di Carmelitani devoti a Santa Maria del Carmine.
In un documento del 1782, di fatto un censimento di proprietà immobili, comparve la prima definizione di una casa “detta Luogo dei Frati”, origine di quella che oggi è nota come Ca’ dei Frati, ossia l’azienda che ha rivoluzionato l’essenza stessa del Lugana e che ha grandemente contribuito a creare prima e a sviluppare poi il suo distretto vinicolo, ora composto da quasi un centinaio di aziende e da una Doc apprezzatissima anche all’estero.
Ca’ dei Frati è un’azienda vitivinicola di proprietà diretta di una sola famiglia, quella dei Dal Cero, la cui saga inizia nel 1939 con il capostipite Felice, figlio di un viticoltore veneto di Montecchia di Crosara. Trasferitosi a Lugana di Sirmione intuì subito la vocazione enoica della zona; trent’anni dopo, nel 1969, il figlio Pietro partecipò alla costituzione della Doc Lugana e cominciò a imbottigliare la prima etichetta di “Lugana Casa dei Frati”. Ca’ dei Frati è attualmente guidata dai figli di Pietro, Igino (vicepresidente del Consorzio Tutela Lugana), Gian Franco e Anna Maria, ai quali si affianca da qualche tempo la nuova generazione con la figlia di Igino, Maria Chiara.
L’azienda produce sei vini suddivisi in nove etichette e due grappe; il best-seller è ovviamente il Lugana Doc “I Frati”, la bottiglia che ha fatto conoscere il Lugana nel mondo e che continua ad essere la più apprezzata e venduta. Molti sono gli elementi mirabili di questa etichetta, a cominciare dall’eccezionale rapporto qualità/prezzo: dopo lo stappo, il naso è investito da una sensazionale freschezza aromatica di fiori bianchi e frutta secca che in bocca cede il passo a una salinità succosa e tersa. Dimenticandoselo un po’ in cantina si potrà notare l’evoluzione minerale apportata dai terreni calcarei e argillosi figli del lascito morenico; se si è frettolosi, meglio puntare subito sul Lugana Doc “Brolettino”, che vinifica in acciaio, prosegue in botti di rovere per almeno 10 mesi e poi ne fa altri tre in bottiglia. Un vino complesso eppure bevibilissimo, che chiama il sorso grazie ad un’acidità esuberante bilanciata dall’eleganza del frutto maturo.
Il “Pratto” è una sfida vinta a mani basse: alla Turbiana i fratelli Dal Cero hanno aggiunto un po’ di Chardonnay e Sauvignon Blanc, tutti vendemmiati tardivamente e lasciati sui lieviti fini a maturare in acciaio per un anno; dopo due mesi conclusivi in bottiglia il risultato è un insolito equilibrio tra dolcezza e sapidità che chiudono la sorsata con le tipiche note minerali e che rendono questo vino partner ideale e non scontato di formaggi affinati e perfino foie-gras.
La gamma si completa con due Cuveé Metodo Classico di altissimo profilo, un bianco da Turbiana e Chardonnay e un rosè da Groppello, Marzemino, Sangiovese e Barbera; quest’ultimo è declinato anche in versione ferma con denominazione “Riviera del Garda Classico”. I rossi sono rappresentati dal “Ronchedone”, connubio singolare di Marzemino, Sangiovese e Cabernet affinati 14 mesi in barrique e 10 mesi in bottiglia, potente e sapido. Infine, un omaggio al papà e alle sue origini veronesi: l’Amarone della Valpolicella Docg “Pietro Dal Cero”, nell’uvaggio classico Corvina, Corvinone, Rondinella e Croatina che affinano 2 anni in barrique, 1 anno in acciaio e sostano altri due anni in bottiglia prima di essere immessi sul mercato. Chiude la gamma il vino da uve stramature “Tre Filer”, in cui l’acidità tipica della Turbiana mitiga il residuo zuccherino importante e regala un vino da formaggi erborinati o pasticceria a base di sfoglia e crema il cui sorso resta chirurgicamente asciutto e pulito, per nulla stucchevole.
Un grandissimo difetto di questi vini? Quasi tutta la gamma è “sold out” anche in azienda. Mettetevi in coda e aspettate la nuova vendemmia…

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