Greta Thunberg recentemente è stata a Milano, all’apertura della conferenza dei giovani sul clima, Youth4Climate, presente il ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani. Il primo cittadino Beppe Sala ha detto la sua sulla crisi climatica e sulle politiche sul clima. “Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, ma anche un’opportunità per creare un pianeta più verde e più sano”, ha esordito la giovane attivista. “Quando parlo di cambiamento climatico penso ai posti di lavoro, ai lavori verdi, ecologici – ha continuato – dobbiamo trovare una transizione senza traumi. Non si può andare avanti con il bla bla bla. È tutto quello che sentiamo dai nostri cosiddetti leader politici. Parole che sembrano bellissime ma per ora non hanno portato ad alcuna azione”. Trent’anni, secondo Greta Thunberg, di parole, “di bla bla bla”. “E dove siamo?” Secondo la giovane attivista, oggi “andiamo ancora nella direzione sbagliata”. “I nostri leader non agiscono volutamente, e questo è un tradimento. Non possono dire che lo fanno, perché continuano ad aprire miniere di carbone e a sfruttare giacimenti, senza aumentare i fondi ai paesi vulnerabili”. Il fatto che non ci sia più un minuto di tempo da perdere, è stato evidenziato anche in uno degli ultimi rapporti sul clima del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell’ONU in cui si ribadisce che, nei prossimi anni, sarà fondamentale evitare che la temperatura globale abbia un aumento superiore a 1,5 gradi. Notevoli i rischi a cui si andrebbe incontro: ondate di caldo estremo, siccità, scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del livello dei mari e degli oceani. Il calore in eccesso assorbito dai mari e dagli oceani da un lato rallenta il riscaldamento globale, dall’altro però causa un innalzamento del livello delle acque e aumenta la potenza di uragani e tifoni con conseguenze devastanti per le città costiere e i loro abitanti. Sono tantissime le isole tra cui le Fiji che, entro la fine del secolo, potrebbero diventare inabitabili. Nell’arco dei prossimi cinquant’anni, a causa dei cambiamenti climatici, circa un terzo della popolazione mondiale si ritroverà a vivere in zone in cui la temperatura media si attesterà intorno ai 29 gradi, quella che attualmente si registra prevalentemente nelle zone calde e desertiche come il Sahara. Decisamente invivibili. Quindi, dovremmo prepararci ad affrontare un altro fenomeno difficilmente gestibile: le migrazioni ambientali. “Persone che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti nell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati o scelgono di lasciare le proprie case, muovendosi all’interno del proprio paese o oltrepassando i confini nazionali”: così l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni definisce i “migranti ambientali”. Manca però una vera e propria definizione riconosciuta a livello internazionale: non esiste ancora un vero e proprio riconoscimento giuridico della figura del “rifugiato climatico”. Le persone costrette a migrare a causa del clima non sono quindi riconosciute e tutelate dal diritto internazionale e non possono vedersi riconosciuto lo status di “rifugiato”. La Convenzione di Ginevra del 1951 e il protocollo relativo allo status di rifugiato del 1967 restringono la condizione di “rifugiato” a chi è costretto a fuggire perché perseguitato per la sua etnia, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche. La mancanza di un accordo internazionale sulla figura del “rifugiato climatico” equivale quindi all’assenza di una protezione legislativa internazionale. Determinare quante saranno le persone costrette ad abbandonare il proprio luogo di origine a causa dei cambiamenti climatici è impossibile, ma una cosa è certa: tutto dipenderà da come i governi decideranno di affrontare la crisi climatica. Più che in termini di mantenimento o rallentamento, dovremmo ragionare nell’ottica di un vero e proprio cambiamento e considerare l’emergenza climatica come una vera e propria pandemia, parallela a quella da Covid-19 che sta sconvolgendo le nostre vite. Una pandemia per la quale però non è previsto alcun vaccino, e le cui conseguenze rischiano di diventare irreversibili, se non interveniamo subito. Greta Thunberg, la studentessa svedese, che, dal 2018, con la sua protesta ha fatto scioperare i giovani di tutto il mondo contro il cambiamento climatico, dando vita al “Fridays for Future”, ha assolutamente tutte le ragioni per affermare quanto sta predicando da tempo.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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