Non si è ancora spenta l’eco dell’ultima conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a Glasgow, conclusasi con risultati non certo entusiasmanti. Sul principale quotidiano torinese viene pubblicata a inizio novembre un’intervista al prof. Fabrizio Pirri, direttore del CSFT, laboratorio di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia ospitato presso l’Environment Park di Torino. Il tema dell’articolo sono le ricerche in corso presso l’istituto da lui diretto, che hanno come obiettivo la cattura dell’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera dalle attività umane e il suo riutilizzo come materia prima. Dato che Fabrizio Pirri ci risulta essere nostro concittadino, il giornale Cose Nostre ha colto l’occasione per chiedergli un’intervista.

Buongiorno professore, cominciamo dalla sua “casellesità”. Molti dei casellesi di una certa fascia d’età si ricordano del suo papà, maresciallo dell’Aeronautica e docente all’Istituto Piemonte.

Sì, mio papà, che ora ha passato i novant’anni, lavorava all’aeroporto come responsabile del radar dell’Aeronautica Militare. Inoltre, insegnava elettrotecnica e radiotecnica in quello che allora era l’Istituto Piemonte di via Circonvallazione, a poca distanza da dove c’è la nostra casa di famiglia.

Quindi ancora adesso lei abita a Caselle?

Anche se per le necessità del mio lavoro sono spesso via, la residenza l’ho mantenuta a Caselle, che ritengo un posto comodo ove abitare e da dove spostarsi. Durante il lockdown dell’anno scorso, ho lavorato dalla mia casa a Caselle per diversi mesi.

Lei ha studiato al Politecnico di Torino, nel corso di ingegneria nucleare.

Certo, ma l’anno in cui mi sono laureato, nel 1987, c’è stato in Italia il referendum che ha vietato l’uso del nucleare. Mi sono dovuto pertanto occupare di altri temi relativi alle energie rinnovabili, e ho conseguito il dottorato in Fisica della Materia. Nel 2001 sono diventato Docente di quella disciplina, e l’anno successivo ho aperto e condotto il primo Laboratorio piemontese di Micro e Nano Tecnologie fondato dal Politecnico di Torino. Sono tornato sul filone dell’energia solo nel 2015.

Cosa è successo quell’anno?

Nel 2015 c’è stata COP 21, la Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici conclusasi con l’Accordo di Parigi. Intanto, quell’anno in Italia l’IIT, Istituto Italiano per la Tecnologia di Genova, diretto da Roberto Cingolani, stava aggiornando, come fa ogni cinque anni, il piano scientifico dei suoi programmi di ricerca. Dato che Torino è molto attiva nei settori della chimica verde e delle tecnologie per l’economia circolare, assieme ai professori Cingolani e Saracco, attuale Rettore del Politecnico, decidemmo di utilizzare, potenziandolo, il centro IIT che già esisteva a Torino. L’Environment Park di via Livorno ci ha messo a disposizione gli spazi che ci servivano per costruire i laboratori. Così è nato il CSFT, il Centro per le Tecnologie Future Sostenibili di Torino, aperto nel 2017, che è uno dei 15 centri di ricerca attraverso i quali si svolge l’attività dell’Istituto Italiano di Tecnologia. L’unico presente in Piemonte.

Ci può dare qualche numero per quanto riguarda numero di addetti e spazi occupati?

Siamo partiti con 1000 metri quadri di laboratori open space. Poi già nel 2018 sono arrivati i temi collegati dell’utilizzo dell’idrogeno come combustibile, e quello dello stoccaggio di energia, che diventa fondamentale nel nuovo scenario futuro in cui tutta l’energia elettrica sarà prodotta con fonti rinnovabili, ma non programmabili. Il lavoro su questi temi ha comportato la necessità di nuovi laboratori, condivisi con il Politecnico di Torino e con l’Environment Park. Come numero di ricercatori ora ne abbiamo una sessantina direttamente finanziati da IIT, e una cinquantina dal Politecnico di Torino. Assieme, siamo uno dei centri di ricerca più grandi nel settore.

Per quanto riguarda la riduzione dell’emissione di CO2 in atmosfera, e il suo riutilizzo, quali sono le linee di ricerca portate avanti a Torino dal vostro centro?

Ci sono due linee di ricerca, che sperimentano strade alternative, ma che possono anche essere complementari e convergenti tra loro. La prima strada è quella della chimica inorganica. Si tratta di sviluppare, tramite le nanotecnologie, materiali e dispositivi innovativi per il sequestro e lo stoccaggio del carbonio contenuto nella CO2. A fare da catalizzatore per la reazione, sono in sperimentazione diversi ossidi metallici, che devono poi essere recuperati per altri usi senza impattare sull’ambiente. La seconda strada, più recente ma molto promettente, è quella biologica. Si tratta di sintetizzare batteri e alghe in grado di digerire la CO2. Un processo simile a quello già verificatosi quando ai primordi si generò l’atmosfera terrestre. Questi batteri trasformano, in appositi digestori, la CO2 restituendo metano e polimeri, da utilizzare poi come materie prime da reimmettere nel ciclo produttivo. Io, personalmente preferisco la prima strada, che è più lineare, ma la seconda ha già oggi una maggiore vicinanza al mercato.

In chiusura, un commento sugli esiti della recente COP di Glasgow; deluso?

I risultati di questa conferenza erano prevedibili, per motivi geopolitici. L’Occidente, con i suoi ottocento milioni di persone, ha costruito il suo attuale benessere sfruttando negli ultimi due secoli l’ambiente in maniera del tutto disinvolta. Ora, giustamente spinto da problemi globali vorrebbe convincere i paesi in via di sviluppo a intraprendere una strada virtuosa ma più costosa e impegnativa per preservare l’ambiente. È abbastanza ovvio prevedere una resistenza. La soluzione, a cui stiamo lavorando noi ricercatori, sta nello sviluppare e rendere redditizie le tecnologie che non inquinano. L’altra responsabilità, che ci dobbiamo assumere noi tecnici e scienziati, è di fare scuola di tecnologia alla classe dirigente, che deve essere preparata a fare le scelte politiche necessarie.

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