La bicicletta era come l’aria che respiravo…”, afferma Giovanni Pesce “Visone”, eroe nazionale e comandante del 3° Gap di Milano. La bicicletta fu uno dei mezzi di trasporto più cari ai partigiani italiani. Invano i nazifascisti tentarono di impedirne l’utilizzo. Ne facevano largo uso soprattutto le staffette, per lo più ragazzi giovanissimi e donne, per trasmettere informazioni tra i vari distaccamenti dell’organizzazione. Una di queste biciclette resistenti è entrata nella storia come emblema di aspirazione alla libertà: quella della partigiana Gina Galeotti Bianchi, conosciuta all’interno della Resistenza milanese con il nome di battaglia di Lia. Nata a Mantova nel 1913, aveva cominciato giovanissima la sua militanza antifascista. Nel 1943 fu arrestata per essere stata tra gli organizzatori degli scioperi di marzo contro la guerra. Venne incarcerata per quattro mesi e liberata con la caduta del fascismo il 25 luglio e dopo l’8 settembre entrò nelle organizzazioni della Resistenza come molte altre italiane (se ne calcolano 10.000), aderendo ai “Gruppi di difesa delle donne”. A Milano svolgeva un ruolo importantissimo nella trasmissione di informazioni tra le varie brigate e si occupava di assistere le famiglie dei partigiani caduti. Venne falciata da una raffica nazista mentre attraversava la città a bordo della sua immancabile bicicletta il 24 aprile 1945, il giorno prima della Liberazione. Era incinta e aveva appena riferito di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”. Ma purtroppo né lei né il figlio che aveva in grembo ebbero modo di conoscere quel mondo.
In suo onore viene organizzata, nell’anniversario della morte, la “Pedalata per Lia”, un happening ciclo-teatrale itinerante lungo le strade della città. Il 19 novembre 2005, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada, il Comune di Milano ha intitolato un’area a Gina Galeotti Bianchi, ma purtroppo nel 2018 la targa che la ricorda è stata vandalizzata e spaccata in due.

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