La normalità è stare bene. Per questo sono ormai diffusi i più svariati tipi di antidolorifici, proprio per sollevarci da una situazione di sofferenza. Sembrerebbe invece che quando il dolore è vissuto dalle donne, specie per problemi di tipo ginecologico, esso viene ritenuto normale, naturale e non di rado si chiede alla donna di sopportarlo.

Il dolore della donna viene spesso sminuito, mentre dai dati a disposizione sembrerebbe che il dolore pelvico cronico riguardi nel mondo una donna su quattro, avendo conseguenze sulla qualità di vita. Ci possono volere anni per capire che una situazione di dolore cronico nasconde una patologia medica. Il dolore non viene riconosciuto a volte come sintomo, ma come disagio psichico da curare con un tranquillante. Sicuramente al dolore legato ad una patologia medica si accompagnano ansia e depressione, conseguenti il sopportare la sofferenza e a volte l’esasperazione di non venirne a capo, ma la causa primaria però è fisiologica. Ne è un esempio l’endometriosi, dove il tempo di attesa tra la comparsa del dolore e la conferma della patologia dagli accertamenti diagnostici sembra essere di 7-9 anni.

Un altro dolore di cui pare soffrire oltre la metà delle donne, e non adeguatamente trattato, è quello legato al ciclo mestruale. Questo ha sicuramente un profondo impatto sulla vita della donna: giorni di lavoro persi, visite specialistiche, rendimenti inferiori sul lavoro o nello studio. Alcuni medici sottovalutano questo tipo di dolore perché è transitorio e sopportabile: però se un dolore è sopportabile non è comunque auspicabile che non si faccia nulla per alleviarlo!

Molto complessa è la gestione del parto, dove vige lo scontro ideologico tra farlo vivere come evento naturale, fisiologico e quindi doloroso, oppure rispettare la partoriente. In Italia sono ancora pochi gli ospedali in cui viene offerta l’anestesia per tollerare il dolore del travaglio e, al contrario, sono ancora troppe le donne che si trovano a dover subire manovre ostetriche dolorose senza esserne preparate. Si utilizza il termine “violenza ostetrica” per segnalare le pratiche che non rispettano le partorienti, pratiche inutilmente dolorose o invasive usate durante il parto senza il consenso dell’interessata: clistere, depilazione di parti intime, posizioni innaturali, divieto di mangiare e bere durante il travaglio, l’accelerazione del travaglio con somministrazione di ossitocina o rompendo il sacco amniotico, le spinte sulla pancia, il taglio precoce del cordone ombelicale, l’episiotomia (il taglio del perineo), la scarsa applicazione dell’anestesia peridurale (che dal 2017 è stata inserita nei livelli essenziali di assistenza). Da ricordare che la partoanalgenesia nasce prima del Novecento: la regina Vittoria aveva partorito con il cloroformio.

La gestione del dolore del parto è un ambito in cui si riscontrano ancora opinioni differenti. Alcune pratiche sono nate con l’esigenza di tutelare la paziente, ma ad oggi non dovrebbero essere più utilizzate. Ad esempio, la richiesta di non mangiare e bere durante il travaglio era nata ai tempi in cui si praticavano le anestesie generali e consumare cibo poteva provocare una polmonite. Al giorno d’oggi con l’epidurale il problema non si pone, ma i dati dei nuovi studi si diffondono lentamente e le nuove modalità tardano ad affermarsi. Sicuramente le cose sono migliorate rispetto ad un tempo, quando le donne durante il parto venivano legate.

Le donne e gli uomini rispondono in modo differente al dolore, ma spesso i farmaci antidolorifici sono testati sugli uomini. Gli studi clinici sui farmaci vengono principalmente fatti su cavie maschio (sia animali che umane) perché costano meno: sono più stabili sperimentalmente in quanto non sono soggette a variazioni dei cicli ormonali. Si dovrebbe pensare forse a farmaci di genere, ovvero antidolorifici per uomini e per donne.

La causa di queste differenze di genere nel sentire dolore sarebbe l’estrogeno, l’ormone femminile. Le ultime ricerche sostengono che gli estrogeni permettono al cervello della donna di lavorare in modo accelerato in quanto, pur avendo la donna un cervello di volume più piccolo, ha delle prestazioni pari a quello degli uomini. Come conseguenza però la risposta allo stress e al cortisolo è più alta con una conseguente maggiore fragilità neurale. La donna ha la soglia del dolore più bassa: nelle terapie per il dolore cronico, la dose di morfina per le donne è doppia rispetto a quella necessaria per gli uomini, per questo le pazienti femmine hanno maggiori probabilità di sviluppare dipendenza dagli antidolorifici rispetto agli uomini.

Una curiosità: ad interviste fatte a maschi che hanno fatto la transizione di genere e sono diventati femmine, dichiarano di aver avuto problemi di dolore solo dopo la terapia ormonale, mentre, le donne che avevano effettuato la transizione per diventare uomini sostenevano che con la terapia ormonale alcuni dolori preesistenti si erano attenuati!

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