“ Questa sera ore 19, sulla terrazza dell’albergo, aperitivo in rosso. Guest star, Vittorio”.
L’annuncio, vergato a mano, con caratteri in rosso, faceva bella mostra di sé nell’atrio dell’albergo della bella cittadina balneare affollata di vacanzieri.
I clienti dell’albergo “Plaza”, ancora in tenuta da spiaggia, si affollavano a leggere l’annuncio.
“ Affrettiamoci, – diceva qualcuno – mi hanno detto che il cantante sia molto bravo. Propone un repertorio degli anni passati. Canzoni belle.”
Questi appuntamenti erano tradizionali al Plaza. Ogni settimana si ripeteva. C’era un gruppo di cantanti che si alternavano. Ora era il turno di Vittorio che, nonostante fosse ormai oltre gli ottanta, era ricercato proprio per la sua bella voce e il suo repertorio un po’ nostalgico ma sempre gradito.
Anche Francesco, di ritorno dalla spiaggia assieme a sua moglie e alla coppia di amici, si fermò a leggere l’annuncio. La serata prometteva bene.
Avevano deciso di trascorrere quell’ultimo scampolo di vacanza al mare per godere degli ultimi caldi estivi.
“Siamo già stati in questo albergo qualche altra volta”, disse Enrico, il suo amico. “Questi appuntamenti sono molto attesi perché tutti i clienti possono conoscersi in allegria.” Anche sua moglie Rita annuì convinta.
Tutti si affrettarono nelle loro camere per prepararsi. Anna, la moglie di Francesco, lanciò un “muoviti” a suo marito che si era fermato a chiacchierare.
“Questa è la storia di uno di noi, nato per caso in via Gluk…..” Bastarono questi primi versi, ritmati sulle note della bella canzone del Molleggiato nazionale, alla “guest star” Vittorio, come era stato pomposamente definito sulla locandina con un ormai irrinunciabile inglesismo, per catturare e coinvolgere tutti i presenti.
Il repertorio spaziava dagli Anni 60 in poi. Alcune canzoni erano accolte con autentici boati come “Io Vagabondo” dei Nomadi.
I ritmi romagnoli alla Casadei spinsero molti a lanciarsi in allegri passi di danza. Furono le donne le prime a dare il la sulla pista. La paura di fare figuracce, come al solito, bloccava i titubanti maschietti.
Le canzoni si alternavano alle capatine al tavolo degli aperitivi per assaggiare e bere ciò che aveva preparato il personale dell’albergo.
All’ora di cena l’intrattenimento terminò sulle note di “Bella Ciao”, che subito diventò un coro tra gli applausi dei presenti.
Mentre Vittorio metteva via gli strumenti di accompagnamento, Francesco si avvicinò per scambiare qualche parola. “La mia vita è sempre stata scandita dalla musica”, disse l’artista. “Ora vado a casa, mi preparo qualcosa e poi dopo un po’ di tele vado a nanna. Sai ho già ottantadue anni, cominciano a pesare.”
“Perché non vieni a cena con noi?”, propose Francesco assieme a Enrico.
Detto fatto. Vittorio, da buon romagnolo, non diceva mai no alla compagnia.
A tavola il cantante si lasciò andare, non gli capitava spesso che incontrasse persone disposte ad ascoltarlo in silenzio.
“Fin da piccolo sono sempre stato attratto dalla musica, cominciò col dire, mi fermavo ad ascoltare le bande, andavo nelle balere per ascoltare come suonavano quei complessini. Dato che i ragazzi non potevano entrare mi cacciavano sempre. Ma tentavo sempre di entrare, allora mi dicevano: “Va bene, però stai li buono e non dare fastidio alle coppie di ballerini.”
“Avrei voluto studiare in conservatorio ma in famiglia non c’erano soldi a sufficienza. Ho imparato molto andando a suonare nella banda del paese. Per il canto ascoltavo i consigli e seguivo le prove dei cantanti di liscio. Mi hanno insegnato anche a stare sulla scena.
Pian piano migliorai e cominciai ad esibirmi nei gruppi e da solo.
Che soddisfazione quando cominciai a guadagnare i primi soldi! Decisi che quella sarebbe stata la mia vita ed il mio lavoro.
Non ho mai cercato di entrare nei grandi circuiti o in TV. Il mio ambiente era quello di paese: le feste patronali, i matrimoni, le feste. Insomma, l’ambiente familiare e popolare era il mio acquario nel quale nuotare. Ci stavo e ci sto bene.”
“Durante un concerto matrimoniale conobbi la mia compagna di vita. Quella ragazza dagli occhi neri e dal sorriso aperto mi attrasse subito. Si chiamava Violetta. Suo padre era un melomane verdiano. Decise di chiamare quella figlia con il nome della protagonista della Traviata.
Non aveva grandi doti canore, ma è stata la mia stampella. Mi seguiva ovunque e mi aiutava nel lavoro.
Ad un certo punto decisi di diventare esclusivamente un cantante solista. Volevo mettermi in discussione e cercare di creare un mio modo di cantare e di stare sulla scena: doveva essere il “mio” stile.
Vedete, la musica è qualcosa di speciale, anzi unico. È l’unica forma d’arte che non ha bisogno né di immagini né di simboli. È fatta di sensazioni, è pura astrazione. La musica crea nella mente immagini colorate in continua trasformazione. È un tourbillon di vortici.
È pura essenza spirituale. Diceva S. Francesco: “Chi prega cantando, prega due volte.” Aveva compreso lo spirito della musica e del canto.
Circa vent’anni fa la mia Violetta mi ha lasciato sconfitta da un male senza cuore.
Ero disperato. La sua assenza pesava come un macigno.
Una mattina, ero particolarmente afflitto: mi mancava troppo, Violetta. Non so come ma capitò. Presi la chitarra e mi incamminai senza sapere che fare né dove andare. Mi ritrovai nel cimitero.
Istintivamente presso la tomba di Violetta suonai e cantai “Romagna mia”, la sua canzone preferita. Questo mi calmò.
Sono tornato, e tuttora vado, al cimitero a cantare e suonare per mia moglie ma anche per gli altri. E un modo per sentire viva e vicina Violetta e gli amici chi lì riposano.
Alcuni visitatori mi guardavano perplessi. Quando compresero alcuni mi aspettavano, e mi aspettano, per stare con me mentre canto. Ci sono amici anziani come me, ci conosciamo da sempre, che mi accompagnano. Assieme e tramite la musica entriamo in contatto con chi ormai è pura spiritualità.
Esattamente come la musica.”
“Ora vado, -concluse Vittorio -sono stanco. Vi ringrazio di vero cuore.”
La guest star Vittorio si alzò, infatti si era fatto tardi. Salutò affettuosamente i nuovi amici e si avviò verso casa. Lo aiutarono a caricare le sue cose.
Francesco e gli altri, mentre Vittorio si allontanava sulla sua vecchia auto, rimasero bloccati. Sapevano di aver vissuto un’esperienza di vita.
Nessuno riuscì a pronunciare una parola.

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