C’è un divario sconcertante fra i princìpi proclamati solennemente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e quanto sta accadendo ai suoi confini. “Bussate finché vi pare, nessuno vi aprirà”, anzi, non solo non vi sarà aperto, ma alzeremo un muro, proprio come è avvenuto a Berlino nell’agosto del 1961, per impedire l’attraversamento delle frontiere. È questo l’annuncio dato il 15 novembre dal premier polacco Mateusz Morawiecki, che ha precisato che la costruzione del muro inizierà già nel mese di dicembre. Nella stessa giornata, il premier polacco ha detto che: “Occorre decidere se chiedere l’intervento armato della Nato, in funzione dell’artic. 4 del Trattato Nord Atlantico”. Un articolo che recita: “le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza, anche di una sola, venga minacciata”. Ormai ci troviamo di fronte alla nascita di una nuova cortina di ferro, un po’ più a est della precedente, ma ugualmente contrassegnata da muri, distese di cavalli di frisia, eserciti che si confrontano, armi che si accumulano. C’è da chiedersi allora: qual è l’oggetto della controversia che ci ha fatto precipitare in una crisi così grave? Dove sono gli eserciti che minacciano la frontiera polacca e con quali pericolose armi? È paradossale, ma l’armata che minaccia la Polonia e i confini orientali dell’Unione Europea è un nucleo di disperati, uomini, donne e bambini, accampati in un bosco al gelo, armati solo dalla speranza di una vita migliore, una massa sottratta alla violenza e alla fame da cui sono fuggiti. Sembrerebbe che queste persone siano state portate alla frontiera, nel quadro di una politica cinica che sfrutta la loro disperazione, come merce di scambio politico, o come rivalsa verso le sanzioni che la UE ha adottato nei confronti della Bielorussia. Questo però non cambia la sostanza del problema: porre il rifiuto di ogni forma di umana solidarietà e di accoglienza nei confronti di profughi che percorrono tutta l’Unione Europea è un atto criminale. Le politiche di respingimento dei flussi migratori adottate dall’Unione Europea sono sostenibili solo al prezzo di disumanizzare la folla dei profughi, di considerarli merce indesiderata da bloccare ai confini, anzi prima che arrivino ai confini dell’UE. C’è un divario sconcertante fra i grandi princìpi, proclamati solennemente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, e quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Che senso ha dichiarare che la dignità umana è inviolabile (art.1), che ogni persona ha diritto alla vita (art. 2), che ogni persona ha diritto alla propria integrità fisica e psichica (art. 3), se poi si lasciano morire di fame e di freddo le persone accampate alla frontiera; che senso ha riconoscere il diritto di asilo, (art. 18) secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, se poi si impedisce ai profughi di presentarsi alla frontiera per richiedere asilo? Persino Putin si è potuto permettere di bacchettare l’Unione Europea, osservando che non rispetta i suoi stessi princìpi umanitari. Da quale pulpito! È veramente assurdo che si schieri un’armata, in assetto di guerra, per proteggere la frontiera dall’assalto di 4.000 persone disarmate, che chiedono solo di poter vivere dignitosamente. I militari polacchi non hanno avuto ritegno a usare i lacrimogeni e i cannoni ad acqua, per disperdere i migranti che cercavano di attraversare la frontiera. Per questo atto eroico hanno ricevuto le congratulazioni del ministro della difesa polacco, Mariusz Błaszczak, mentre la portavoce delle guardie di frontiera polacche, ha dichiarato, in conferenza stampa: “Se necessario, saremo pronti a utilizzare le armi”. A oggi si ha notizia di almeno 11 morti accertati, stremati per il freddo e gli stenti, ma la cifra reale potrebbe essere di gran lunga superiore. Nell’Unione Europea vivono circa 400 milioni di persone; questi profughi accampati alla frontiera polacca, percepiti come una minaccia dai leaders sovranisti, non rappresentano neppure lo 0,01% della popolazione europea. In Italia negli ultimi dieci anni sono sbarcate 876.000 persone giunte dal mare; una piccola parte sono state rimpatriate, tutti gli altri sono stati assorbili, senza drammi, dall’Italia e dagli altri Paesi europei. È singolare che il Consiglio dei Ministri degli esteri abbia varato nuove sanzioni contro la Bielorussia, senza fare nulla per consentire che quelle persone potessero essere accolte da qualche Paese europeo. È singolare che un continente in crisi demografica respinga i bambini accampati al freddo nella foresta, privandosi dei loro sogni, della loro gioia di vivere, della loro energia vitale, e si cinga di filo spinato alle frontiere.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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