Mezzo di trasporto straordinario fin dalle origini, la bicicletta giunge a noi con un ritardo incomprensibile. La prima antenata risale al 1816 e venne realizzata da Karl Theodor Drais von Sauerbronn, un barone tedesco che tanto ricorda quello di Munchausen. Questo curioso e poco pratico mezzo di trasporto, passato alla storia col nome di “draisina”, era provvisto di sterzo, ma non disponeva di pedali e andava spinto puntando i piedi a terra. Inutile dire che non ebbe fortuna.
Nel 1869 il francese Eugène Meyer inventò il biciclo, dotato di una grande ruota anteriore, sulla quale agiscono direttamente i pedali, e di un ruotino posteriore. Attorno al 1870, l’inglese James Starley sviluppò il modello del francese, ma con la ruota anteriore molto più grande, che permetteva, in assenza di meccanismi di trasmissione, di raggiungere velocità più elevate. La denominazione inglese penny-farthing del biciclo proveniva dalle vecchie monete britanniche penny, più grande, e farthing, più piccola, ad indicare una similitudine con l’accoppiata della ruota anteriore più grande che guida la ruota piccola.
Il biciclo è particolarmente difficile da condurre, specialmente all’avvio e all’arresto. Salirci sopra richiede abilità e un briciolo di acrobazia: ci si aggrappa al manubrio e si inizia spingere il veicolo per fargli prendere velocità mettendo un piede sulla staffa della ruota posteriore e poi ci si innalza sul sellino e si inizia a pedalare. Per fermarsi bisogna rallentare la corsa della grande ruota mediante i pedali e praticare la manovra opposta.
Questo arcaico ma indubbiamente affascinante mezzo a pedali ha ritrovato oggi moltissimi estimatori in tutto il mondo. Digitando “penny farthing” su facebook ci si rende immediatamente conto di quanti appassionati ci siano, in ogni parte del pianeta.
Il sistema della trasmissione del moto generato dai pedali fu oggetto di grandi studi fino a quando, prima della fine del secolo, il problema venne risolto collegando i pedali a una ruota dentata connessa a una catena; questa soluzione tecnica consentì di ridurre la dimensione della ruota anteriore, rendendo l’uso della bici più pratico e meno acrobatico. Successivamente si giunge al meccanismo della ruota libera, in grado di svincolare il movimento del pignone da quello del mozzo posteriore, in modo da smettere di pedalare senza per questo interferire con il movimento della bicicletta.
Facevano impressione le prime bici, così come le prime automobili, spaventavano le galline e facevano imbizzarrire i cavalli.
Pochi decenni separano l’invenzione della bicicletta da quella del motore a scoppio. Tutto avrebbe fatto pensare che l’automobile avrebbe fagocitato il debole velocipede, eppure le cose sono andate diversamente: la bicicletta, così fragile e inoffensiva, non soltanto è sopravvissuta al secolo delle macchine, ma è diventata emblema di libertà e di opposizione al mondo fondato sull’uso dei combustibili fossili.

Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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