Eccolo qua il nuovo anno. Dopo le feste, piene di santini augurali e un farsi di parole, questi si presenta a noi più che mai con l’abbandono delle certezze e con le solite incognite sul futuro, che tra l’altro è sempre pieno di Covid. Ma per noi di Cose Nostre questo è l’anno in cui a marzo festeggeremo le nozze d’oro del mensile casellese. Cinquant’anni di vita, un traguardo prestigioso per noi e per l’informazione locale. Bene,  e allora  iniziamo a scaldare i motori che marzo è lì, fra due numeri.
Intanto il vostro anziano cantastorie per questo numero vi racconta dell’architetto Gioachino  Isola-Molo,  famoso nell’Ottocento  e  soprattutto qui da noi a Caselle per avere  letteralmente  accorciato la chiesa di san Giovanni per allargare la strettoia che impediva ai mezzi delle  truppe del re di Sardegna di andare al Campo di San Francesco per le manovre. Ma vediamola da più  vicino  questa nostra storia.
Nella prima foto vediamo una  cartolina d’epoca, inizi Novecento,  il punto della famosa strettoia;  nell’altra foto del 1902 il senso inverso  della chiesa di San Giovanni di Caselle di cui tra il 1848 e il 1861 si sono interessati il Re di Sardegna e il Barone Bianco di Barbania perché – come già detto – non passavano i mezzi delle truppe che andavano a fare esercitazioni militari sul campo di San Francesco
L’architetto conte Gioachino Isola-Molo col suo progetto nel 1861 eliminò l’inconveniente e diede un volto nuovo alla chiesa. Tutto questo circa 160 anni fa.  Quanto mai ricca e varia è la biografia dell’architetto conte Gioachino Isola-Molo, nato a Caselle il 2 luglio del 1807 che fu battezzato nella chiesa di Santa Maria col nome Giuseppe Tommaso Gioachino (con una sola “c”). Morì a Barbania il 30 giugno 1882 a 75 anni. Incontrò re, baroni, conti, sindaci e arcipreti; abitò a Caselle, a Savona, a Torino, a Voghera e a Barbania.  Da chiarire subito che alla nascita il nostro architetto risultava di cognome solo e soltanto Isola.  Il Molo è stato aggiunto molto dopo, nel 1854, quando chiamato dalla successione testamentaria a risiedere a Barbania perché fu l’erede del conte Giuseppe Molo, appunto di Barbania, a condizione che al cognome Isola fosse aggiunto anche quello di Molo. Pertanto da quel momento anche tutti discendenti viaggiarono nella loro vita come Isola-Molo. E di discendenti il nostro eroe ne ebbe molti visto che nonostante i continui movimenti della famiglia riuscì ad avere 10 figli. I primi due erano gemelli, Carlo e Luigi, e si distinsero tra i 76 di Villa Glori che tentarono nel 1867 la liberazione di Roma; ma anche in altre occasioni dell’impegno civile.
Ma cominciamo dall’inizio. Sappiamo che il cav. Bernardino Isola, il padre di Gioachino, proveniva da Monteu da Po e che partecipò con Napoleone alla Campagna di Russia, e che fu uno dei 400 superstiti dell’Armata italiana composta da 40 mila uomini.
Durante il governo napoleonico fu scelto tra le famiglie nobili del Dipartimento del Po alla Sovraintendenza dei beni dei Savoia-Carignano a Caselle.  Per questo dovette reggere l’ufficio municipale per la riscossione dei redditi comunali e fu anche l’amministratore della Congregazione di carità. Questo fino al 29 settembre del 1812.
Bernardino Isola abitava con la famiglia a Caselle, nel Castello di piazza Boschiassi, dove ha ancora oggi ha sede l’Asilo. Viveva nell’appartamento riservato e conosciuto con il nome dell’Affittavolo. Via Napoleone piacque a re di Vittorio Emanuele I chiamare alle armi il cav. Bernardino destinandolo come aiutante maggiore Reggimento di Saluzzo, là in guarnigione.  Dovette pertanto con tanto di procura mettere un suo rappresentante a Caselle, pur continuando a tenere l’amministrazione del re.   Ma in sua assenza il 2 aprile del 1815 tanto il Castello che il suo alloggio furono invasi dalle truppe di passaggio. Ne fu profondamente turbato tanto che lasciò Caselle come abitazione e seguì la sua nuova destinazione a Savona dove era il Comandante della piazzaforte. Fu lì che nel 1816 ricevette la decorazione dell’Ordine militare creato l’anno prima dai Savoia.
Tutta questa premessa per spiegare come Gioachino dovette dividersi tra Savona dove abitava e Torino dove studiava architettura all’Università.  Si laureò nel 1830 e a Savona iniziò i suoi saggi e progetti a favore di quella. E Savona chiamò i più importanti architetti di Torino per redigere il piano regolatore cittadino terminato nel 1854.
E intanto inizia a cambiare abitazione mettendo su casa a Voghera dove il 20 settembre del 1854 sposò Isella Coornaro appartenente alla famiglia della Regina di Cipro.  E a Voghera – ormai sua seconda patria – diede il suo apporto al grandioso progetto della costruzione della Caserma della Cavalleria terminata   alla vigilia della campagna della guerra di Indipendenza del 1859. Sempre   a Voghera l’arch. Conte Gioachino Isola progettò la costruzione di un nuovo Ospedale, il Teatro sociale e il Palazzo Comunale. Furono queste opere fondamentali per una città, segno di molta attenzione, tant’è che furono oggetto di ricerche.  Nel 1969 la sezione vogherese di Italia Nostra in un salone del Municipio organizzò una mostra con disegni e fotografie delle opere create  a Voghera dall’arch. Gioachino Isola-Molo.
Dopo un decennio a Voghera nel 1854 si trasferì a Barbania, un piccolo e ridente paesino in una collina del basso Canavese. Tra l’altro Barbania diede natali e abitazione anche a Bernardino Drovetti che fu il console generale per la Francia in Egitto durante l’epoca napoleonica. Questi divenne famoso perché durante il suo consolato riuscì a collezionare circa 8.000 pezzi importanti inerenti alla storia dell’antico Egitto. Furono comprati dal re Carlo Felice e furono la base e l’inizio della storia del Museo egizio di Torino.
L’architetto da Barbania estese la sua opera a Caselle, a Torino a Biella e a Casale. E qui da noi a Caselle è legato specialmente alla ricostruzione della Chiesa di San Giovanni, che iniziò il 29 agosto del 1861.
La facciata della chiesa di San Giovanni nella sua lunga vita venne più volte rifatta, ma stavolta con taglio degli angoli esterni sporgenti per ampliare la via provinciale, che un tempo passava proprio davanti alla chiesa.  La demolizione degli angoli della facciata per ampliare la strettoia di via Torino – allora era l’antica strada Nazionale – fu fatta nel 1861 – anno dell’Unità d’Italia – per ordine dell’Amministrazione comunale, anche perché aveva avuto rimostranze da re Carlo Alberto e da Vittorio Emanuele II tramite il barone Bianco di Barbania, che con la seguente lettera aveva fatto presente che:
“Da lungo tempo viene lamentato in questo borgo di Caselle l’angustia del tratto di via Nazionale adiacente alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista e alla Confraternita del santo Crocifisso. Sono gravi e frequenti gli inconvenienti che succedono in quell’andito, specialmente nottetempo quando vengono a incontrarsi veicoli in direzione opposta e massime nel tempo del passaggio delle truppe reali per il Campo di San Francesco al Campo.
Il paese rammenta sempre con dispiacere le più volte che re Carlo Alberto di felice memoria felicemente regnante, che l’augusto di Lui successore dovettero retrocedere col loro seguito a cagione dell’angustia del tratto della Via. Per fare cessare le continue lagnanze l’opera è quanto mai urgente onde ovviare a incalcolabili danni”.
Ci furono molti progetti per quest’opera ma alla fine vinse quello dell’arch. Gioachino Isola-Molo che diede alla chiesa la nuova forma a croce latina.  Nella demolizione del pilastro che si trovava sulla destra del Battistero, si rinvennero tracce in cotto, probabili resti di una chiesa più antica. La ricostruzione, dal 1861 al 1864 comprese anche il transetto, la cupola, il presbiterio, le due cappelle a lato, la balaustra semicircolare in marmo nero di Como, i balaustrini rossi, la porta in ferro e l’altare maggiore.  In pratica l’arch. Isola-Molo è l’autore della chiesa di S. Giovanni che possiamo ammirare ancora oggi.
Durante i lavori, tutti i giorni da Barbania, dove abitava, veniva a   Caselle per seguire i lavori, unitamente al barone Bianco di Barbania e al dott. Modesto Boschiassi dei quali era amico.  Il tutto sotto l’egida del parroco arciprete teologo Giuseppe Dellacà, che resse San Giovanni dal 1855 al 1877. L’arciprete nacque a Coassolo e morì a Caselle a soli 53 anni.
Cosa dire per terminare: solo che più uno s’inoltra nella storia dell’Ottocento casellese e più trovi fatti e figure di grande rilievo.

Gianni Rigodanza è un giornalista e scrittore. Maestro del lavoro, Casellese dell’Anno, premio regionale di giornalismo; tra i fondatori, redattore e direttore di Cose Nostre per 32 anni. Finalista del 3°concorso letterario Marello. Autore di diversi libri di storia locale. Ha scritto per il Risveglio, Oltre e Canavèis.

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