La lapide commemorativa all’ingresso del cimitero di Caselle T.se

“Volo Itavia IH897”, così titolava l’articolo su Cose Nostre del gennaio 2014, per ricordare la tragedia aerea consumatasi, quarant’anni prima, sui prati dell’Accossato, a poche centinaia di metri dal centro storico di Caselle. 38 le vittime del disastro, 3 facenti parte dell’equipaggio della compagnia aerea Itavia, 35 fra i passeggeri. Solo 4 i sopravvissuti, estratti dai rottami fumanti del velivolo. Delle 38 vittime, 17 erano sarde, perché il volo di linea in questione era partito, qualche ora prima, dall’aeroporto di Cagliari.

E dalla Sardegna è arrivata, la vigilia dell’ultimo dell’anno, una telefonata a Caselle, a casa di Dario Pidello. A chiamare è un giornalista de La Nuova Sardegna, quotidiano fra i più diffusi nell’isola. Il giornalista si presenta: è Claudio Zoccheddu, della redazione di Sassari. Spiega che il suo giornale vuole scrivere un articolo su quella vicenda, una tragedia forse dimenticata, anche se ha avuto tante vittime innocenti provenienti dalla sua regione. Di quella tragedia, cercando in rete, hanno trovato traccia proprio nell’articolo pubblicato su un giornale locale, che si chiama Cose Nostre. Nell’articolo è riportata la testimonianza di una persona, un vigile del fuoco volontario che faceva parte della squadra per prima arrivata sul luogo del disastro. Per l’appunto Dario Pidello, che allora aveva 22 anni.

Qui di seguito il racconto di Dario Pidello, riportato nell’articolo del quotidiano sardo, pubblicato il 31 dicembre 2021:

«La caserma era a poche centinaia di metri dall’area dell’impatto. Ricordo che erano passate da poco le 13.30 e che avevamo appena finito di mangiare quando sentimmo un boato seguito a poca distanza dal suono della sirena d’allarme. Non sapevamo cosa fosse accaduto e di certo non pensavamo di trovarci davanti ad una scena come quella. Per me era uno dei primi interventi, un battesimo del fuoco che definirei traumatico. Ricordo quell’odore, era il terribile olezzo della morte mista al gasolio. Dopo quel giorno, non mangiai carne per due anni. L’aereo o, meglio, quello che ne restava, era spezzato in due e avvolto dalle fiamme. Noi avevamo una piccola autobotte, con circa 1500 litri d’acqua e appena 40 di schiumogeno. Per domare quel rogo ne sarebbero serviti migliaia. Ricordo di aver visto tre superstiti uscire dall’aereo, ricordo una donna completamente avvolta dalle fiamme che camminava verso la cascina. Forse si erano salvati perché seduti vicino allo squarcio che aveva spezzato l’aereo. Dopo la tragedia, parlando con le persone che vivevano in quell’area di Caselle Torinese, capii fino in fondo cosa accadde. Molti passeggeri erano sopravvissuti all’impatto, si accalcavano sui finestrini per chiedere aiuto. La cabina era invasa dal fumo e stavano soffocando. I soccorritori se ne resero conto e provarono ad appoggiare una scala sulla carlinga, con l’intenzione di risalirla e, con una mazza, di sfondare i finestrini. Fecero in tempo a trovare la scala, poi ci fu un’esplosione e calò il silenzio. Erano tutti morti». L’attenzione dei giovani vigili del fuoco si concentrò sulla cabina: «Sentivamo dei colpi, c’era qualcuno ancora vivo. Utilizzammo tutta la nostra autobotte per evitare che il fuoco raggiungesse la cabina fino a quando, non sappiamo nemmeno come, dalle lamiere venne fuori un membro dell’equipaggio. Ricordo solo che era molto giovane, il suo viso era coperto di fuliggine, forse era ustionato, ad ogni modo riuscimmo a salvarlo». Il rogo venne spento con l’aiuto dei vigili aeroportuali, che in un primo momento vennero dirottati in un luogo lontano da quello della sciagura: «Fu quando sembrava tutto finito che iniziò il lavoro peggiore. Fummo noi a raccogliere i cadaveri, o quello che ne restava, e a metterli nei sacchi di plastica. Era terribile, ci allontanavamo a turno, vinti dai conati, e poi ritornavamo al lavoro».

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