Se vado all’estero e mi chiedono “di dove sei?” …e io rispondo, per semplificare, “di Torino”, subito mi dicono “ah sì… FIAT, Juventus!”; se sono in Piemonte e me lo chiedono, ed io rispondo “di Caselle”, quasi tutti  mi dicono “ah sì…l’aeroporto!”, però, assai spesso, molti, anzi, moltissimi mi dicono: “ah sì (!)…ho conosciuto Domenico Musci, di Caselle”, alcuni aggiungono “lo scultore”, altri invece “il collezionista”, altri “lo scrittore”, oppure “l’esperto di cucina”…”l’antiquario”…il pittore”…

Già, perché Domenico era tutte queste cose, e tante altre ancora…

Ragion per cui, è difficile parlare di Domenico, anche per me che lo conobbi nel 1982, quando stavo per sposarmi e andai nel suo fornitissimo negozio di arredamenti che aveva a Caselle, in via Guibert.

Sono trascorsi 40 anni da allora, 40 anni che, inutile dirlo, sono davvero volati. Volati via velocemente, scivolati uno per uno nella vorace prospettiva del tempo. E ho un rammarico, un pensiero un po’ triste che, ne sono sicuro, non mi lascerà mai più, ed è quello per cui, in tutti questi anni passati inesorabilmente nell’impegno quotidiano, anche un po’ ripetitivo, delle mie giornate lavorative, avrei potuto ritagliarmi qualche momento in più, di quanto ho fatto, per andarlo a trovare, a casa sua, nel suo studio, così come anche lui avrebbe voluto che io facessi, così come, ogni volta che lo incontravo per Caselle, mi diceva: ”Passa a trovarmi, che parliamo un po’”.

E ci andavo volentieri, ogni volta che potevo, perché era sempre e comunque un bel momento, un momento nel quale si poteva parlare fra noi di quella che, da sempre, era stata la nostra comune passione, il nostro comune rovello, una comune e felice ossessione: l’arte…per lui la scultura, per me la pittura, ma soprattutto un culto comune e totalizzante per la bellezza: il privilegio di poter creare cose che non sarebbero esistite senza di noi…. il mistero del “fare arte”, irresistibile, affascinante, prodigioso.

Eppure è difficile parlare di Domenico, perché lui non era solo questo, era molto di più: era un esteta, un uomo dalla sensibilità superiore… un gusto sopraffino attraverso il quale, anche con una sana dose di ironia che non lo abbandonava mai, guardava le cose, una scultura o un quadro, una radice trascinata sul greto di Stura da una piena, un imprevedibile accumulo di rimasugli metallici riesumato nella bottega fragorosa di un fabbro, l’etichetta di una vecchia e preziosa bottiglia di buon vino, il menu di un’antica piola indimenticata, ma anche un pensiero, magari esternato con troppa veemenza, con quel “frisinin” di disarmato convincimento che finiva per sgretolarsi inesorabilmente di fronte ad un suo semplice e pacato silenzio.

Un senso estetico superiore con il quale guardava (e sapeva ascoltare) il mondo, con una completa venerazione per il passato, per la memoria, per quell’irresistibile e meravigliosa capacità che ha l’uomo di “lasciare una traccia” su tutto quello che costruisce, su tutto quello che si è messo intorno perché gli serviva e lo aveva fatto così perché quello era l’unico modo per farlo, l’unico modo per farlo bene, raffinatosi e perfezionatosi di generazione in generazione.

Cercare, salvare, raccogliere, conservare e catalogare quante più di quelle “tracce” si potessero cercare incessantemente, salvare assolutamente, conservare amorevolmente e catalogare con perizia, è stata una delle tante cose straordinarie che Domenico ha saputo fare e che oggi  ci parlano anche di lui…

Qualcuno ha detto: “gli oggetti ci sopravviveranno”, ed è vero, ma se non ci fossero (o non ci fossero stati) uomini come Domenico, questo, molto probabilmente, non sarebbe possibile, e sarebbe certamente un vero peccato, così come noi tutti, oggi, saremmo molto più poveri, poveri di una moneta che non la si compra e la non si vende, una moneta che vale certamente più dell’oro e che è la consapevolezza del nostro passato, il ricordo di quello che eravamo, la cultura stessa che volenti o (a volte anche) nolenti, ci contraddistingue, ci racconta e ci nobilita, invitandoci a valorizzare, a tramandare e a difendere, anche, il significato più alto del concetto stesso di “popolo”ed, in fin dei conti, anche di “nazione”, parole che, purtroppo, anche troppe persone, oggi, non sono più capaci di pronunciare senza un sottile e caustico “velo” di supponente, quanto dannoso, tono dissacratorio.

Ma com’era l’Artista, com’era la sua cifra, la sua scultura, com’erano le sue opere?

Qualcun altro ha detto:

“…vi sono artisti che, nel corso della loro attività, ad un certo punto, si costruiscono una forma per le torte… e poi vanno avanti a fare torte per il resto della vita”.

Il fenomeno è più ricorrente di quanto si pensi, così come il confine fra artigianato ed arte, assai spesso, stabilito ed imposto dalla solita concezione venale dell’esistenza, diviene così labile ed impercettibile da finire con il gettare un’ombra nefasta su larghe porzioni della produzione di intere generazioni si sedicenti “artisti”.

Domenico non faceva “torte”.

Lui, sebbene fosse un ottimo e colto buongustaio, sebbene fosse un sagace ed esperto conoscitore della buona cucina, non le faceva.

Iniziò prestissimo a sentire quella necessità, “quell’urgenza”, di plasmare la materia (fosse essa stata puro colore o creta, legno, metallo) con insistenza, con caparbietà, con ossessione, ma anche con ironia, curiosità, divertimento, per “spremerla”, “tormentarla”,  per imprimere in essa una traccia, un segno, per indurla a subire una profonda metamorfosi, una trasfigurazione, secondo un processo alchemico che la inducesse a rivelare il proprio segreto, che poi è il segreto delle cose, della natura, tentando quindi di scardinare quel forziere splendente ed inviolabile che preserva gelosamente ed impenetrabilmente le risposte agli interrogativi più alti, più urgenti, più necessari.

La materia inerte che, tramite l’intervento visionario dell’artista, diviene un’altra cosa, senza il bisogno di imitare nulla, senza la febbre di riprodurre quel che già esiste (ed esiste già al proprio meglio).

La donna come figura, come, “essere”, emblematico, custode di quella soglia che divide impercettibilmente il mondo delle cose da quello dell’anima, la donna come creatura eletta, come simbolo, sintesi, metafora della vita stessa,  come pretesto supremo per indagare sui migliori ideali dell’uomo, sulle sue gioie, sulla sua pochezza, sulla sua vocazione all’assoluto, all’infinitamente inconoscibile.

La natura, con i suoi frutti, le sue luci, le sue ombre, la sua materia multiforme, le sue temperature, costantemente ammirata, “interrogata”, “frequentata”, disperatamente amata.

Un’intera vita dedicata alla bellezza, alla trascendenza, sia essa divina o non, accompagnandosi alla totale e disincantata consapevolezza, alla “presenza” a sé medesimo, alla fatica di vivere (anche), ma sempre e comunque meravigliosamente munito di un intelligente sorriso. 

Così era Domenico: e non faceva “torte”, mai fatte.

Ma vorrei concludere questo mia memoria, dell’uomo e dell’amico, con un pensiero che annotai, a pochi giorni dalla sua prematura scomparsa.

” Di Domenico mi ha colpito soprattutto la sensibilità estetica, una sensibilità interiore e totalizzante che faceva sì che a volte, avendolo chiamato per vedere insieme un mio lavoro, è accaduto che fosse sufficiente che lui fosse lì, davanti ad una mia opera, senza che proferisse parola, perché io vedessi tutti i limiti, i difetti e le abbondanti perfettibilità di quel che avevo fatto.

Quando viene a mancare un uomo come lui, noi tutti, alle prese con la quotidiana miseria delle cose terrene, affaccendati in mille cose necessarie che ci allontanano spesso dai valori più semplici ed importanti della vita, siamo tutti irrimediabilmente un po’ più soli.

Sono fiero di essergli stato Amico.”

E allora: “Grazie Domenico, mille grazie, con tutto il cuore”.

Che Dio ti custodisca.

Fabrizio Frassa  

 

Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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