Se mi chiedessero di raccontare a qualche bambino un po’ curioso una favola che non sia la solita vicenda di Pinocchio o Cappuccetto Rosso certamente comincerei così. Cera una volta… Sì, c’era una volta un treno lungo, lungo che senza sbuffare passava radente le nostre case e attraversava, qualche volta anche pericolosamente, le principali vie di comunicazione che dalle Valli di Lanzo conducono alla città. Con il suo inconfondibile sferragliare si annunciava da lontano e gradatamente rallentava fino a consentirci di leggere sul vecchio locomotore la sigla FTN, Ferrovie Torino Nord, con grande sorpresa e un pizzico di delusione da parte di coloro che avrebbero scommesso sull’abitudinaria e familiare definizione di Ciriè – Lanzo .
Giovanni Olivetti magro, longilineo e affidabilissimo tuttofare al servizio della stazione ferroviaria di Caselle, dopo la puntuale chiusura del passaggio a livello, ancora affidata a pesanti e rumorosi cancelli di solito verniciati a strisce oblique bianche e rosse, si accertava di non aver dimenticato nessuno abbandonato al mattutino tepore della sala d’aspetto. Poi, con la caratteristica ampia falcata di cui disponeva, misurava in concitati andirivieni la lunghezza della tettoia presidiando l’integrità della folla che in quegli anni, quando il lavoro a Torino non era ancora una chimera e le scuole superiori un patrimonio quasi esclusivamente cittadino, pericolosamente si assiepava nei pressi dei binari.
Il treno si arrestava al centro della stazione oppure, quasi ci avesse preso in simpatia, dove era appostato il nostro abituale capannello che, frantumandosi immediatamente, consentiva a ognuno di noi di salire e accomodarsi su quella carrozza di seconda classe con sedili in legno che il tempo e il probabile stesso servizio già prestato altrove avevano provveduto a lucidare.
Dall’ufficio a piano terra usciva Vittorio Ansaldi, il papà di Enrico, giovane, amato e sfortunato Capo Stazione.
Al suo comando il muso schiacciato e poco elegante del vecchio locomotore riprendeva la corsa, per la verità non velocissima, verso la città e verso l’inizio di una nostra nuova giornata. Poco più avanti, sulla Circonvallazione di fronte alla vecchia Vinicola, anche la nonna di Gigi Chiappero trascinava gli stessi pesanti cancelli colorati a strisce oblique bianche e rosse. Non si accorgeva, perché mentre chiudeva la strada forse chiudeva anche un occhio, che sul suo vicino albero di susine mature noi ragazzi, precocemente indisciplinati, ci stavamo arrampicando pericolosamente e senza alcun permesso. Grazie al suo bonario sorriso abbiamo capito in seguito quanto fosse gustosa quella frutta.
Intanto compagni di scuola o colleghi di lavoro saliti in precedenza , si erano ingegnati nella difficile impresa di “ tenerci il posto” e quando ci riuscivano, nei mesi freddi dell’anno, ci trovavamo spesso seduti sopra un rumoroso ed efficientissimo congegno termico nascosto in una cassetta di legno sistemata sotto il sedile. Fortunatamente dopo meno di mezz’ora finiva quel caldo tormento. Ci aspettava l’approdo cittadino di Corso Giulio Cesare.
La sera nel ritorno a casa, sullo stesso treno, le facce stanche ed un po’ assonnate di chi aveva finito il proprio turno di lavoro si lasciavano cullare dagli effetti terribili della solita stufa permettendo alla sigaretta, ancora possibile a quel tempo, di consumarsi inutilmente tra le labbra socchiuse. Si confondevano con la rumorosa presenza di studenti e giovani lavoratori che non avevano alcun particolare motivo per rimanere in piedi fuori dallo scompartimento dove invece sostavano coetanei più audaci nel tentativo, a volte riuscito, di imbastire in gradevole e innocente compagnia i primi sogni a colori.
Mi ricordo, aveva i capelli rossi, tanti capelli rossi raccolti sulla nuca.
A questo punto i bambini mi chiederebbero “Ma dove è il lieto fine? “ Sarei costretto a dire che quel treno non esiste più e quello nuovo, comodo e moderno che lo ha sostituito, in molte parti del suo percorso oggi corre sottoterra, soprattutto a Caselle dove sulla nuova e molte volte deserta fermata dei convogli aleggia il vicino e ingombrante fantasma della vecchia stazione ferroviaria in cui più nessuno da anni aspetta un treno, ma sul cui destino molti casellesi da anni aspettano una risposta.
E intanto crescono tristezza e disappunto davanti a quel nastro bianco e rosso che avvolgendola sembra volerla proteggere mentre, quasi irridendo i passanti, certifica ufficialmente lo stato di abbandono e degrado di un edificio vecchio e prezioso che per molti anni ci è stato familiare quasi fino ad appartenerci ed oggi a distanza di oltre vent’anni dall’ultimo “via libera” del capostazione di turno non riesce a trovare una qualunque nuova destinazione nonostante la disponibilità di cui da qualche anno è titolare il comune. Fra qualche mese nel palazzo ci sarà un nuovo Inquilino.
Possiamo sperare ?

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.