Confesso che alcuni giorni fa, quando mi sono ritrovata seduta nella mia poltrona in fila 15 del Teatro Regio, mi sembrava di vivere dentro a una dimensione irreale. Sul genere di “dammi un pizzicotto e dimmi che non sogno”. E come me, credo, tutti i “colleghi” abbonati, che a schiere compatte e ubbidienti stavano tornando ai loro posti. È stato un bel momento da assaporare. Portava a riflettere sul Fattore Tempo troppo spesso sottovalutato, eppure sempre immanente e incombente su noi.  Ignari di ciò che ci sarebbe successo, ci eravamo salutati giusto due anni prima, il 16 febbraio, sulle note del Nabucco, e ora ci ritrovavamo per assistere all’opera che sarebbe stata programmata dopo Nabucco, “La Bohème”, quasi come se quell’intervallo di 24 mesi non ci fosse mai stato.
Ma purtroppo sappiamo che c’è stato, e che ha portato molti lutti e dolori. E forse proprio questo ci ha spinti a gustare la tanto attesa riapertura in uno stato d’animo di beato stordimento. Inoltre la circostanza che la prima opera rimessa in scena dopo la ferale pausa fosse proprio La Bohème – un’opera amatissima da noi torinesi – ha aggiunto un significato in più, altamente simbolico. Per quel che mi riguarda ero talmente avida di musica dal vivo (alla faccia di tutti gli streaming che ci siamo ingollati cammin facendo) che avrei accettato anche uno sgorbio musicale, pur che fosse “live”. Ma, cari amici di Cose Nostre, niente paura, non è stato così! Anzi ho avuto modo di scoprire un direttore d’orchestra di gran livello, che fin qui conoscevo solo di nome, Pier Giorgio Morandi, il quale si è incaricato di sbalordirmi con una concertazione a mio parere perfetta, tutta volta ad insegnarci una verità spesso accantonata, che La Bohème non è l’ultima opera dell’800 ma a tutti gli effetti è la prima del ‘900.
Davvero notevole la cura del particolare e la lievità profonda (se posso usare quest’ossimoro) con cui Morandi, assecondato da un’orchestra particolarmente in forma, ha sottolineato ognuna delle tante originalità pucciniane sia nella strumentazione che nella scansione ritmica. Anche chi avesse ascoltato La Bohème qualche centinaio di volte, finiva col sobbalzare dicendo fra sé: “Ma questo è nuovo!… Questo non sapevo che ci fosse!… Questo non l’ho mai sentito!” Fra gli interpreti (tutti in parte) la vocalità a tratti un po’ aspra del Rodolfo di Valentin Dytiuk si fondeva bene con le flessuose dolcezze della Mimì di Maritina Tampakopoulos, mentre il resto della squattrinata banda bohémienne cantava e ballava in divertito contorno. Da applaudire in modo particolare il coloratissimo 2° quadro, autentico banco di prova per qualsiasi regista, fitto incrocio di voci, gesti e azioni qui abilmente risolto con un mare di comparse e di coristi adulti e piccini, tutti perfettamente istruiti fino al trionfo finale del Tambur Maggiore…
Il tratto più sorprendente dell’intera operazione stava però nel recupero dei bozzetti originali delle scene, quelle che nel lontano 1896 Adolf Hohenstein aveva disegnato per la prima assoluta dell’opera, quattro bozzetti per i quattro quadri: le scene che volle, vide ed ammirò Giacomo Puccini. Sarebbe forse ingeneroso fare dei paragoni con ciò che al giorno d’oggi ci ammanniscono gli attuali scenografi; meglio soprassedere, e limitarsi a dire che per afflato poetico e fascino visivo questi bozzetti ritrovati ti danno una strizzata al cuore. Specialmente la scena con le strette facciate e i tetti aguzzi del Quartiere Latino mi ha incantata e trasferita di peso in quel “sogno che vorrei sempre sognar” che in fondo è il fil rouge di tutta l’opera.
Ma interrompo qui il discorso su Bohème, di cui del resto ho già parlato altre volte in questa rubrica, per gettare un rapido sguardo su ciò che ci riserverà il futuro. Un cartellone un po’ ristretto, quello di questa stagione, che però dobbiamo ringraziare che ci sia. Oltre a due balletti che giungeranno a fine anno, e alcune realizzazioni estive extra-abbonamento, non c’è molto da sgranocchiare: lasciata la soffitta parigina, subito ci trasferiremo nel belliniano neoclassicismo di “Norma”, per tornare a Puccini con “Turandot” (la realizzazione non proprio esaltante di qualche anno fa) seguito dall’esumazione di un’operina di Salieri, “La scuola dei Gelosi”, da cui non si può non essere incuriositi, per poi finire in bellezza, il prossimo novembre, col mozartiano “Don Giovanni” diretto da Riccardo Muti nell’edizione curata da sua figlia Chiara per il Teatro Massimo di Palermo, che non dubito farà ottima figura anche sulle nostre scene.
Se non avete ancora provveduto ai biglietti, fatelo ora, ne varrà la pena.

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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