Ritroviamo il volto di Angelo Abrate ( 1900 – Sallanches 1985 ) nella fotografia datata 1977 e scattata in occasione di una Assemblea del Club Alpino Accademico tenutasi al monte dei Cappuccini a Torino; presidente Renato Chabod ( Marino Periotto ).
Abrate, nel 1908, si trasferisce a Marsiglia per ritornare nella città natale nel 1916: è un giovane appassionato di montagna, che lavora nel campo della meccanica sino a diventare design industriale e ad essere accolto quale membro del Club Alpino ( sia italiano che francese ) e della Gendarmerie d’Alta montagna a Chamonix.
Intanto dipinge – in particolare le località valdostane – guardando a Segantini e Hodler ma altresì a Cesare Maggi di cui diviene estimatore ed amico.
Nel 1941 espone alla Promotrice delle BB AA di Torino le proprie tavole dipinte “con il coltello” ( tranne che per i cieli ), quindi al Circolo degli Artisti sino alla mostra del 1986 tenutasi presso la galleria “Berman”, all’ampia serie di dipinti esposti presso la galleria “Fogliato” ( 1920 ) e all’importante rassegna aostana curata da Leonardo Acerbi e Marina Mais nel 2021 ( 1 ). Due importanti dipinti sono stati di recente esposti al Museo Civico “Arnaldo Tazzetti” di Usseglio in occasione di una rassegna tutta dedicata alla montagna.
Nel 1976 viene pubblicata l’Autobiografia La dernier toile ( ed. Arthand ). Da un inizio faticoso economicamente, Abrate vede le proprie opere esposte a Genova ( Municipio, Baluce in inverno ), a Parigi ( Ambasciata d’Italia, Il boscaiolo ), a Torino ( Collezione della Provincia, Tormenta ), al Museo della Montagna ( Aspre pareti ), sino alla Collezione del duca d’Aosta ( Cortina d’Ampezzo ).
Scrive Acerbi: “Angelo Abrate vive intensamente la passione per la montagna che diventa il soggetto prediletto delle sue opere pittoriche”.
I particolari scelti da Abrate sono le cime aguzze invase dal sole, l’isolato Dente del Gigante dominante un versante innevato, l’ampia veduta del Monte Rosa che incorpora un laghetto alpino, i casolari isolati contro il cielo, il Rayon de soleil che illumina la valle intera; quindi ghiacciai e dirupi, cuspidi pietrose, Les Jorasses, il Cervino.
Talvolta questo pittore “che riproduce con senso religioso e poetico la montagna”, specie d’alta quota, s’allontana per dipingere una barocca facciata di chiesa, un pino solitario e solenne, Roquebrune, Bressanone, il Marmore ancora inteso come un grande ruscello.
L’olio Aiguille Verte e Dru dal Montnevers è un bellissimo dipinto: il sole invade la catena montuosa riscaldando altresì il ghiacciaio mentre la zona in ombra si fa cupa; altrettanto interessante è l’opera Il Dente del Gigante e le Gran Joresses dal colle del Gigante giocata sui differenti toni di luci, colori e ombre, con la quinta naturale costituita dall’aspra parete di sinistra.
Dolce invece è il pendio di plan Maison al Breuil: neve e candide nuvole s’identificano con il silenzio dell’alta montagna, ma anche con l’umana pochezza di fronte alla natura incontaminata che nulla dovrebbe aggredire o turbare.
Si tratta di un artista di assoluta qualità, che sceglie di dipingere siti e paesaggi nel corso di escursioni – spesso impegnative – e che ha celebrato i versanti del monte Bianco inventando altresì un modo per portare a valle le opere ancora fresche di colore.

1) Utilizza l’uso del coltello sino al 1944.

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