Potremo sperare di essere arrivati alla fine di questo percorso così complicato durato due anni?
Difficile dirlo, perché immagino la partita non sia ancora chiusa, ma pensavo a ciò che potrebbe rimanere, dal punto di vista pratico, all’insieme di piccole cose semplici che abbiamo acquisito nel tempo ed entrate a far parte della quotidianità.
Ci siamo abituati a fare la fila, e già pare incredibile, a prendere appuntamento praticamente dappertutto: e se rimanessero alcuni modi di approcciarsi presso la maggior parte delle attività, giusto per mantenere un certo ordine, una vivibilità del luogo nel quale dobbiamo recarci, senza sgomitare ogni volta?
La semplice distanza tra i tavoli di una trattoria: nel 2019 erano ancora tutti uno sull’altro, non dappertutto certo, ma la maggior parte stipava clienti fino all’inverosimile. Ecco, un certo intervallo renderebbe più gradevole anche il solo entrare, parlando di ristoranti o locali.
Per un periodo lunghissimo siamo stati leggermente “cinesi” per quanto riguarda l’accesso ai vari esercizi commerciali; adesso siamo tornati piuttosto velocemente al come eravamo di tempo fa, così tanto desiderato.
Non vorrei essere frainteso: conosco bene le difficoltà affrontate dalle famiglie: salute, occupazione, l’impossibilità di spostarsi; parlo delle minuzie, che non guasterebbero.
Le riunioni per esempio: nelle aziende, a scuola, ormai ci siamo abituati ad utilizzare dei nuovi mezzi per comunicare, quindi perché riunirci in presenza, spostandoci nel traffico contribuendo a renderlo ancora più caotico quando da casa tutto sarebbe così semplice, e sicuramente più utile, più confortevole e produttivo; comunicare in questo modo è pratico e veloce. Ovviamente occorre una infrastruttura che regga il traffico dati. Qui da noi, nella nostra zona, la velocità è imbarazzante, ed è uno dei temi impegnativi per la nuova Giunta Comunale.
Le mascherine, ancora oggi oggetto elevato a simbolo di sottomissione e schiavitù del gregge: uso questi termini molto cari a chi non potendosi più scagliare contro il green pass o i vaccini, vede nelle mascherine un ultimo nemico da sconfiggere. Probabilmente gente che al mattino non sale sul 52 e non deve subire l’alitosi, la “fiatella” dei compagni di viaggio o l’afrore delle ascelle altrui. Il gel disinfettante, anch’esso tuttora osteggiato per i motivi di cui sopra, potrebbe permanere come buona abitudine, insomma un briciolo di igiene in più.
Sono punti piuttosto vaghi, ne convengo, ma ubicarsi in un contesto di ordine, di spazio, di pulizia, penso possa fare piacere a tutti. Là dove questo sia possibile, naturalmente.
Dimenticavo le spiagge con gli ombrelloni più distanziati tra loro: il bimbo che frigna un po’ più in là, la coppia che litiga nonostante sia in ferie ancora più in là.
Gli esempi sono molti.
Lo so: più spazio, meno gente, prezzi più alti. Vero.
Chissà se rimarranno almeno una parte di queste consuetudini o andranno perdendosi col tempo…
Ciò che resterà, ne sono certo, contrariamente a quello che ci eravamo proposti all’inizio del 2020, è la cattiveria, l’insofferenza, l’odio.
Ne grondiamo quotidianamente da ogni parte, straborda dalle nostre labbra, tracima da ciò che scriviamo, travolge tutto e tutti: non esiste ormai qualcosa che ne sia fuori; ne siamo travolti esattamente come accadde con la pandemia.
Ma per questo il vaccino non esiste.
Questi anni e gli avvenimenti che purtroppo sono così vicini a noi, hanno lasciato uscire il male, sia verbale, sia fisico.
Ciò che speravamo, ciò che ci urlavamo dai balconi per esorcizzare il morbo, non si è mai avverato: anzi, sta accadendo il contrario. C’è una sorta di continuo regolamento di conti tra due enormi schieramenti che si fanno la guerra su tutto, dal come si prepara la carbonara, passando per il Governo e arrivando al conflitto all’Est.
Mi chiedo: prima, come eravamo?

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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