Quella mattina dell’otto Agosto 1967 la sveglia, per il personale di macchina del S. Giorgio, suonò presto, alle 5,30.
Era l’ora di riprendere il mare. Dopo New York la prora avrebbe puntato verso nord, verso la baia di S. Lorenzo dove sfociava l’omonimo fiume.
Gli addetti alle motrici sono i primi ad entrare in servizio quando una nave deve intraprendere una navigazione. Bisogna fare tutti i controlli previsti. La messa in moto dei grandi motori è un momento spettacolare e temuto.
Alla chiamata “Posto di manovra!”, ogni membro dell’equipaggio corre al suo posto di servizio. Le motrici, di prora e poppa, sono già pronte a far girare le eliche che spingeranno la nave.
Alle otto in punto il S. Giorgio lasciò la baia della Grande Mela e si diresse verso nord, verso il S. Lorenzo. Il fiume che per lunghi tratti segna il confine tra USA e Canada.
Dopo quattro giorni di mare il S. Giorgio imbocco la foce del S. Lorenzo. Iniziava la navigazione in acqua dolce.
Il S. Lorenzo non è molto lungo rispetto a fiumi come il Mississipi, ma assieme ai Grandi Laghi da cui nasce forma un bacino idrografico immenso: oltre un milione e mezzo di Kmq. La sua larghezza è spropositata rispetto ai nostri fiumi a cui eravamo abituati.
Sulle sue sponde si affacciano molte città importanti di cui ne visitammo alcune: Toronto, Montreal e Quebec e, ovviamente, Chicago.
Dopo sette giorni di navigazione lasciammo il S. Lorenzo ed entrammo nel lago Ontario, da dove nasce il fiume. Eravamo entrati nel sistema dei Grandi Laghi. Specchi d’acqua enormi che assomigliano a dei mari.
La nave fece una tappa di tre giorni a Toronto, una importante città del Canada, posta alla fine dell’Ontario e presso le grandi cascate del Niagara che mettono in collegamento il lago Erie con l’Ontario. L’escursione alle cascate lasciò tutti annichiliti e a bocca aperta. Qui la natura mette in scena tutto il suo fascino, potenza e terribilità. Sembra che dica: “ Non osate sfidarmi.”
Cominciava la parte del viaggio più affascinante e spettacolare. Il canale di Welland ci aspettava.
Questo canale, lungo 42 chilometri, consente di superare il dislivello costituito dalle Niagara Falls. È formato da una serie di chiuse. In quel tratto di navigazione per i marinai c’era poco da fare. La nave veniva trainata da rimorchiatori.

Mentre il S. Giorgio era intrappolato in una chiusa, che si stava riempendo, Francesco e altri erano in coperta appoggiati al parapetto, guardavano la grande pianura disabitata che si estendeva davanti a loro. Sulla terraferma un uomo, anche lui appoggiato alla ringhiera, osservava con curiosità. Francesco disse:” Secondo voi in un posto così vasto e disabitato ci sarà un italiano? Dico di no. Anche se tutti dicono che siamo in tutto il mondo…”
Dalla terraferma un uomo disse :” E secondo te io chi sono, da dove vengo?” Rimasero a bocca aperta. Non sapevano che dire. Poi tutti scoppiarono in una risata.
Superato il canale di Welland il S. Giorgio entrò nel lago Erie e, dopo averlo attraversato entrarono nel braccio di fiume che passa vicino a Detroit, la città dell’auto, passata la quale la nave entrò nel lago Huron e, dopo questo, ecco davanti a loro aprirsi il lago Michigan, in fondo al quale si trova Chicago, la città degli “anni ruggenti” che aspettava proprio loro e dove non era mai giunta nessuna nave italiana. Per superare i quattro laghi, per giungere fino a Chicago, furono necessari quasi cinque giorni di navigazione.
Finalmente la grande città apparve davanti ai loro occhi con gli immancabili grattacieli.
Mentre la nave entrava nel porto, in realtà un canale, i rimorchiatori, in segno di benvenuto, suonavano le sirene e sparavano in alto enormi getti di acqua. Sulla banchina c’erano schierate tutte le autorità della città. Iniziavano i sette giorni che sarebbero rimasti nella mente e nel cuore di tutti. Erano arrivati nella mitica città famosa per la sua avventurosa storia che, assieme a New York, è crocevia di gente proveniente da ogni nazione.
Durante quei frenetici giorni a bordo si tennero diversi ricevimenti ed eventi ufficiali. Ci fu quello del comandante con le autorità di Chicago, quello degli ufficiali, sottufficiali e marinai. Tutti affollatissimi, tutti volevano partecipare.
I membri dell’equipaggio, onorando la italica fama di seduttori, fecero strage di cuori. Tutti amori destinati a durare come calde fiammate.
Noi marinai venivamo invitati dalle famiglie italiane a casa. Per questa gente, gran parte non era più tornata in Italia, era un modo per respirare il nostro Paese.
Il tempo volò. Ci fu poco tempo per visitare la città. Eravamo tutti immersi in un clima euforico e frastornato. Giunse il giorno della partenza. Sulla banchina e a bordo c’era gente che piangeva, affisso a un ponte, prospiciente la banchina, c’era uno striscione su cui c’era scritto: “Arremba San Zorzo, grazie e buon viaggio!”
Il S. Giorgio si staccò dall’ormeggio tra: lacrime, applausi, evviva e lancio di palloncini. Noi tutti avevano cose da raccontare ai nipotini.
Dopo Chicago, il S. Giorgio fece sosta a Montreal: c’era in corso l’Expò. La sosta coincise con la visita del presidente della Repubblica Saragat.

Infine il grande balzo verso l’Europa. Il 22 Settembre il S. Giorgio lasciò l’ormeggio e fece rotta su Gibilterra. Dopo due ulteriori soste a Taranto e Portoferraio il S. Giorgio il 22 Settembre gettò l’ancora nel porto di Livorno.
Tornavamo dopo 94 giorni e dopo aver percorso 12.905 miglia marine.

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