Lino Pastore non è solo l’autore dell’opera rock “L’Uomo di Zero”, ma è stato anche uno dei protagonisti e degli organizzatori del leggendario festival pop di Caselle del 7 luglio 1973. Ascoltiamo dalla sua voce come nacque quell’evento.
“Per i giovani spiriti liberi di Caselle Torinese, il 1972 fu un anno particolare. Fino a quel momento i luoghi d’incontro erano stati principalmente i covi, cioè quelle stanze in qualche modo occupate e allestite secondo il gusto e la fantasia degli occupanti. Ogni covo aveva il suo giro, il suo bestiario adolescenziale, i suoi dischi, i suoi segreti. Certo, di vista ci si conosceva tutti, ma ognuno aveva un gruppo di riferimento con caratteristiche ben definite. Il covo di vicolo Balchis, tutti piemontesi doc, progenie di artigiani e commercianti legati al territorio: el fieul del maslè , el fieul del panatè , el fieul del vinatè e così via. Fame atavica, sete di vino, gusto per lo scherzo pesante, l’atto manesco, il turpiloquio dialettale. Ma si giocava anche a scacchi e si faceva musica grazie alla mia presenza e quella di Vincenzo Faletti (Censín, el fieul del vinatè).
Il covo di via Cravero, ragazzi lavoratori, a 13/14 anni in officina, tavolozza regionale variegata e ricca di sfumature (con prevalenza Polesine). Spiriti poetici e ribelli, ricordo quando io e Maurizio Ballarin cantavamo le nostre canzoni (impegnate) ascoltati in religioso silenzio da Zevio Casellato, Renzo Lorenzon, Luciano Dusnasco, Dario Giuliano e altri ancora: Vedo una luce lassù, mi chiedo cos’è, forse è una stella o forse è Dio… L’abitudine al lavoro si rifletteva sugli arredi, che classificavano il loco, più che semplice covo, decisamente più tavernetta, con tanto di soppalco e mobile bar.
Poi, non si sa bene il perché, a partire dall’estate del 1972 il punto di incontro di molti ragazzi casellesi divennero le panchine della stazione, quelle di pietra, tra due alberi, sul lato destro della strada. Sarebbe meglio dire un certo tipo di ragazzi, quelli che sul finire della stagione dei covi, dei motorini smarmittati e delle battaglie coi petardi, sentivano arrivare dalle Alpi il suono di una nuova musica rock ancora più evoluta e una libertà più estrema, quella indicata dai grandi raduni pop a partire da Woodstock. King Crimson, Van Deer Graaf Generator … Grandi storie da raccontare, tempi di attenzione infiniti. Sogno e realtà che si confondono e si fondono trasformando il modo di muoversi, di vestire e di stare insieme. Quanti nomi mi vengono in mente: Fefè, Dodo, Roby, Beppe, Carlo, Censín, Maria, Enzo… Insomma, eravamo tanti. Non ricordo chi fu ad un certo punto a dire quella frase fatidica: ” E se si facesse un raduno qui? Qui nel nostro paese, a Caselle Torinese?” Non ricordo chi lo disse, ma dopo dieci minuti da quella frase noi tutti non eravamo più gli stessi, eravamo una cosa sola, una macchina organizzativa. Da quella sera il legame tra i ragazzi delle panchine della Stazione divenne più forte, una sorta di patto tra cospiratori e il rapporto fra di noi si fece sempre più assiduo. Ogni giorno qualcuno portava notizie e indicazioni riguardo ai modi per finanziarci, per ottenere il campo di calcio, per stampare manifesti e volantini, per contattare musicisti. Nel frattempo io, che già da qualche tempo lavoravo all’idea di un’opera rock sui problemi del mondo, compresi che questo raduno, questo Festival Pop (come si chiamavano all’epoca) sembrava nascere apposta per darmi modo di raccontare la storia che avevo in testa e ciò mi rese ancor più determinato.
Giunse l’autunno e il fermento aumentava; si lavorava al festival ma anche si giocava, si rideva, si passavano le serate al bar della stazione, facendo musica con gli anziani: loro suonavano le vecchie canzoni Fox trot italiano, noi il nostro rock blues, ci si ascoltava, poi si faceva qualcosa assieme, ci si commuoveva; e infine si mitigava con gorgonzola e tocai. Al centro della scena il mitico Giovanni Gremo, classe 1920 (o giù di lì) sublime chitarrista di canzoni italiane ante guerra in stile manouche.
Passò l’inverno, poi giunse la primavera e non si sa come era tutto pronto: il campo di calcio concesso, tanti piccoli contributi finanziari da negozianti, officine e attività varie, il manifesto disegnato da Roby Galasso, volantini, annuncio su radio private e persino radio nazionale, i migliori musicisti progressive torinesi dell’epoca: Living Life, Walter Negri, Dedalus e tanti gruppi minori. Nel frattempo la mia piccola opera rock era pronta e aveva il suo titolo: L’Uomo di Zero e la data fatidica del festival era fissata: 7 luglio 1973. Miracolosamente, tra maggio e giugno era tutto pronto. Un’intera giornata dedicata alla musica, all’immaginazione e alla libertà.
E quel giorno arrivo e l’emozione ormai non sapeva più dove stare, le gambe, la gola, la testa, le mani. Mi avviai da casa mia in Viale Bona verso il campo di calcio, faceva un caldo da 7 luglio e le bialere erano colme; respiravo profondo, guardavo le farfalle, ascoltavo il cinguettio dei passeri, ma quando fui in strada Caldano iniziai a sentire la profonda vibrazione di un basso elettrico arrivarmi attraverso la terra e poi man mano le frequenze più alte: tamburi, rullante, chitarre, tastiere, sempre più forte, insieme ad un brusio di voci, tante voci. Poi finalmente il cancello e una volta entrato, una scena che non scorderò più: migliaia di persone (se ne calcolarono circa 3000!), colori, voci. Un’energia indescrivibile che vibrava nell’aria, qua e là tutti gli amici della stazione sorridenti col volto illuminato come su uno spalto della vittoria.
Ecco, quel giorno io ho visto con i miei occhi e ho conosciuto la vera gioia, quella per il bello in sé, per l’utopia. Una gioia disinteressata e piena d’amore.”

Autore, giornalista e musicista. Ha pubblicato libri dedicati alla “cultura della bicicletta”, resoconti di viaggio, testi di argomento pedagogico, di narrativa per ragazzi e di storia locale. Ha scritto di musica per il settimanale Il Risveglio ed è autore per la rivista Canavèis.

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