In passato, non c’erano diritti umani. La noncuranza e il disprezzo per i diritti umani hanno prodotto atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità. Successivamente si sviluppò l’idea che le persone dovessero avere determinate libertà. Quell’idea, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fece nascere un documento universale, che elenca i trenta diritti che dovrebbero appartenere ad ognuno. La nuova Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, sotto la presidenza di Eleanor Roosevelt (vedova del presidente Franklin Roosevelt, paladina lei stessa dei diritti umani), decise di redigere la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Essa fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a lavorare insieme, per promuovere gli articoli sui diritti umani che, per la prima volta nella storia, sono stati codificati in quest’unico documento. L’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune. Di conseguenza, molti di questi diritti, in varie forme, fanno oggi parte delle leggi costituzionali delle nazioni democratiche. La Dichiarazione è il documento sui diritti umani più universale che esista e delinea i diritti fondamentali che formano le basi per una società democratica. A seguito di questo atto storico, l’Assemblea fece appello a tutti gli Stati membri di divulgare il testo della Dichiarazione affinché venga esposta, letta e spiegata, principalmente nelle scuole ed in altre istituzioni educative, senza distinzione basata sulla posizione politica dei Paesi o dei territori. Nell’Articolo 1, hanno scritto: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Molte persone, se si chiede loro di menzionare i propri diritti, citeranno soltanto la libertà di parola e di fede o forse un paio di altri diritti. Questi diritti sono importanti, ma il raggio di applicazione dei diritti umani è molto vasto. Significano potere di scelta e opportunità. Significano libertà di ottenere un lavoro, di intraprendere una carriera, di scegliersi il proprio partner e di crescere i propri figli in un clima sicuro. Includono il diritto a viaggiare, di lavorare con profitto senza essere maltrattati, senza subire abusi e senza la minaccia di un licenziamento arbitrario. Comprendono persino il diritto al tempo libero. Riconoscere i diritti di tutti non è soltanto questione di etica, ma di politica, cioè delle regole alla base del vivere insieme. Una politica che non si basi su questi riconoscimenti, una società violenta e discriminatoria nei confronti di qualcuno, non può contribuire alla Pace e alla sicurezza internazionale. Dove non ci sono diritti umani per tutti, e si considerano milioni di esseri umani spendibili per mantenere e espandere la ricchezza di pochi, c’è già di fatto una guerra in corso, una guerra di aggressione e di rapina, imposta con la violenza delle armi. Oggi, nel mondo ci sono decine di conflitti armati, anche se i media parlano esclusivamente di quello per noi più influente, 26 multimiliardari hanno più risorse della metà più povera del pianeta, ogni minuto 11 persone muoiono per mancanza di cibo. E’ evidente che i buoni propositi sottoscritti non sono stati messi in opera. Ad oltre settant’anni dalla Dichiarazione Universale, nessuno Stato, nessun Governo, si è impegnato seriamente per garantire quei diritti, indebolendo le fondamenta del vivere civile. Chi più chi meno ha sostituito la libertà al sopruso, la giustizia con la più spietata aggressione, la pace con la guerra. Oggi quel documento suona quasi provocatorio, anzi offensivo. In un mondo in cui miliardi di esseri umani nascono schiavi perché figli di schiavi, non ci sono diritti per tutti ma privilegi per pochi. E la guerra è il simbolo di questo mondo di umani senza diritti, cominciando dal principale: il diritto alla vita. E’ uno strumento violento per mantenere il controllo sulla gente, costringendoli a nuove privazioni. La guerra non uccide solo il presente, ma anche il futuro, divorando risorse che basterebbero abbondantemente a sconfiggere la fame e la povertà. Uno modo diverso di vivere su questo pianeta ci sarebbe, non è questione di risorse mancanti ma di scelte politiche. Scelte che non faranno i nostri governanti attuali e futuri. Spetta a noi informarsi, sforzarsi di capire e soprattutto partecipare. Non è mai troppo tardi per andare nella giusta direzione, per far sentire la nostra voce di cittadini maturi e consapevoli di certe storture. Partecipare, non sopravvivere in silenzio.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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