Si parta da due presupposti indispensabili: primo, l’Occidente e l’Europa non esistono come categorie geopolitiche: il primo è uno strumento culturale statunitense per tenere insieme le genti dell’egemone; il secondo, un’ottima intesa economica per taluni, necessaria per altri, ma certamente un’utopia politica. Ogni stato nazionale ha una propria geopolitica che è intima; al di là dell’appartenenza a organizzazioni internazionali, all’interno delle quali si dovrebbero condividere i principi fondamentali, essa viene prima della solidarietà verso gli stati “simili”. Se si aggiungono le divergenze all’interno della Nato, derivanti dall’elevato numero di membri e dal multipolare teatro mondiale, allora si comprende bene come e quanto sia complesso affrontare di concerto la guerra d’Ucraina, al pari d’altre questioni del passato recente. Esagerando nel porre l’accento sul principio di solidarietà tra gli alleati, le attese restano tradite, soprattutto quando un alleato dell’Italia come la Norvegia (Nato e mercato comune europeo almeno), in un momento così grave ha incassato 150 miliardi a cavallo tra l’inizio delle ostilità in Ucraina e la fine del primo mese di guerra, opponendosi al tetto massimo del prezzo del gas. Non dovrebbe scandalizzare alcuno che all’interno delle organizzazioni come l’Unione europea e la Nato le posizioni nei confronti della Russia siano diverse e talvolta finanche antitetiche? Chi ha ragione? I Paesi che vorrebbero polverizzare la Russia per timore geografico o perché non hanno rilevanti legami economico-energetici, ma una forte avversione filosofico-politica? Quelli che invece vengono tenuti in vita dal gas e dal petrolio russi? O ancora, quelli ai quali il trionfo o la catabasi russa in Ucraina non cambierà grossomodo più di tanto? Tutti e nessuno, si potrebbe rispondere. L’Italia ha generalmente avuto una politica estera evanescente nella propria storia, ma soprattutto non conosce una propria strategia. Il dibattito interno sugli esteri è sempre dogmatico e mai pragmatico, strategico. Essa, quando va bene, si sveglia perennemente in ritardo, ma la politica estera al pari delle maiuscole metamorfosi culturali e strutturali interne si pensa e realizza con la dote o l’esercizio almeno della lungimiranza. Se il fine è tirare a campare per qualche consenso o soddisfare ragioni squisitamente economiche di piccolo cabotaggio, è inutile imbandire alcun discorso.

Per saperne di più: cfr. Draghi: Norvegia contro tetto gas, 150 mld profitti in pochi mesi “Ci sono resistenze”, s.n., «Conquiste del Lavoro», 25 marzo 2022. (per trovarlo in rete: http://www.conquistedellavoro.it/breaking-news/draghi-norvegia-contro-tetto-gas-150-mldprofitti-in-pochi-mesi-br-ci-sono-resistenze-1.2810619).
Se ce ne fosse bisogno, si vedano le parole dell’Ammiraglio De Giorgi in: L. Caracciolo, A. De Sanctis, Amici di tutti, nemici di nessuno: l’Italia senza strategia, in: Intervista (a Giuseppe De Giorgi), in: L’Italia al fronte del caos, «Limes», 2021, n. 2, p. 43. 3 cfr. «Libero», 11 giungo 2009, p. 3. 2 e concernenti la Difesa. La scarsa volontà e l’incapacità dimostrate negli anni successivi d’individuare le giuste intese europee mediterranee come d’influenzare il proprio estero vicino rivierasco, danno grossomodo la situazione energetica d’oggi, ma lo stesso, se non peggio, si potrebbe dire della Difesa. Dopo le manifestazioni contrarie alle trivellazioni ed al “Tap”, le proteste verso una robusta intesa con l’Egitto – Paese nel quale, tanto per dirne una, l’opera dell’Eni è molto apprezzata ed il “cane a sei zampe” detiene il 50 per cento del giacimento Zohr – oggi in molti in Italia si stracciano le vesti per la cifra di gas importato dalla Russia. L’energia pulita non basta, ma aggregandola alla somma delle, talune forse espandibili, quantità di gas importabili dalla Tripolitania d’allora (oggi soltanto il 4,2 per cento, 3,2 mld di m³), dall’Algeria: 22,5 mld di m³, dall’Azerbaigian: 7,2 mld di m³, con la produzione nazionale4 («Sotto i mari italiani le riserve di oltre 90 miliardi di metri cubi di metano a basso costo5.») e le ipotesi di Zohr e dei fondali ciprioti (Eni) insieme all’approvvigionamento norvegese: 1,9 mld di m³ (ora di più), l’Italia avrebbe, o avrebbe potuto, quantomeno retrocedere il privilegio energetico russo diversificando.

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