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giovedì, Luglio 25, 2024

    YouTube, Airbnb…il Piano B per molti

    Settembre è il mese dei nuovi inizi e dei buoni propositi. Tradizionalmente rappresenta il ritorno a scuola, la ripresa del lavoro dopo le vacanze e, più in generale, il momento giusto per dar corso a nuovi progetti di vita e professionali.

    Stiamo andando verso un periodo incerto, dove agli echi della guerra ancora in corso, si sommano le difficoltà per l’inflazione fuori controllo e un caro-vita che metterà tantissime famiglie in difficoltà, portando in tanti al di sotto della soglia di povertà. Se da una parte sembra che il futuro sia tutt’altro che roseo, dall’altra, contingenza, tecnologia e creatività potranno rappresentare per alcuni la possibilità di cambiare vita.

    Questo settembre, più che mai, porterà con sé alcune nuove tendenze, soprattutto nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti si parla di “great resignation” o di “quiet quitting”, ed è un fenomeno in velocissima diffusione anche in Italia. È di qualche mese fa lo studio di McKinsey, commissionato da Microsoft, da cui si evince che il 40% dei lavoratori a livello mondiale è intenzionato a cambiare lavoro nei prossimi 4-6 mesi e di questi, il 36% si dimetterà senza aver prima trovato un nuovo impiego. Per qualcuno potrà sembrare assurdo, ma un po’ tutte le statistiche indicano che la ricerca del posto fisso, dell’azienda in cui iniziare a lavorare da ragazzini e da lasciare il giorno della pensione, non sono più priorità per molti lavoratori, soprattutto per le fasce d’età dei cosiddetti millennials e della Generazione Z.

    Oggi molte aziende si ritrovano a dover rivedere totalmente le politiche d’assunzione, cercando di rendersi affascinanti e desiderabili nei confronti di potenziali dipendenti che non badano solo agli aspetti economici, ma ricercano anche ambienti sani e un buon bilanciamento tra impegni professionali e vita privata.

    Ma cosa ha determinato questo cambio di scenario, che impatta su alcuni settori più di altri?

    Il contesto: le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende. I settori più coinvolti sono quello Informatico e Digitale (32%), Produzione (28%) e Marketing e Commerciale (27%). A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto le persone nella fascia d’età compresa fra i 26 e i 35 anni, che costituisce il 70% del campione analizzato; perlopiù impiegati in aziende del Nord Italia.

    Un’era di crescita post-traumatica si sta manifestando a tutti i livelli sotto forma di relazioni più profonde, apertura a nuove possibilità, un maggior senso di forza personale, un più forte senso di spiritualità e un apprezzamento più profondo per la vita. Qualcuno, superficialmente, parla di “poca voglia di lavorare” e attribuisce le “colpe” di questa situazione ad alcune politiche assistenzialistiche dei recenti governi, ma la realtà è ben più complessa e, più semplicemente, è in atto un cambiamento radicale nel modo di vedere la vita.

    Fa tutto parte di una tendenza verso l’individualità e l’indipendenza. Le persone stanno diventando sempre più consapevoli della loro autonomia in relazione a come e dove passano il loro tempo e a ciò che più merita la loro attenzione. A metà del 2021, le economie globali si stavano riaprendo e i lavoratori erano richiesti. Il significativo aumento delle dimissioni ha visto le persone lasciare il loro lavoro in linea con le nuove priorità delineatesi durante i lockdown dovuti alla pandemia.

    In questo scenario, ecco emergere tanti aspetti inediti, sino a questo momento inimmaginabili. Non solo la ricerca del “work-life-balance”.

    Un altro aspetto già in atto da anni, ma certamente accelerato dall’incertezza del domani e dal bisogno di esprimersi e ricercare un buon equilibrio, oltre che dalla pervasività della tecnologia e di internet, è la crescita della cosiddetta “side-hustle economy” o “gig economy”.

    Integrare o sostituire il reddito primario è più facile per le persone, grazie alle piattaforme tecnologiche con canali e strumenti che consentono di trasformare hobby e talenti in vere e proprie imprese. Negli Stati Uniti, le persone guadagnano una media di 10.972 dollari all’anno da attività secondarie come l’insegnamento, la scrittura di blog/newsletter, l’affitto delle loro case, la programmazione freelance e altro ancora.

    Le attività possibili sono tantissime: da Airbnb, alla scrittura di articoli per conto terzi. Dalla creazione di piccoli ecommerce in dropshipping, alla vendita di fotografie sui portali di stock images. Dai cosiddetti prestiti P2P, alla creazione di canali Youtube per la pubblicazione di video tutorial e diari di viaggio.

    Chissà quanti, tra lettori e concittadini, negli ultimi due anni hanno preso la decisione di dare spazio a talento e passione, tanto da farli diventare prima entrate extra e poi, in alcuni casi,  attività remunerative e strutturate. Mi piacerebbe conoscere queste storie, se ci sono, per poterne parlare e dare la possibilità anche ad altri di trovare un’altra strada, che nel tempo potrebbe diventare quella principale.

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