Chi percorre la via principale della nostra città e per un attimo alza lo sguardo tra la chiesa di S. Giovanni e i portici del palazzo Mosca vede, dove fino a ieri c’era il Caffè Garibaldi, soltanto una serranda abbassata che mortifica il presente ed esclude un futuro che la storia del glorioso locale pensavamo potesse meritare. Soprattutto, imprigiona un passato di amicizie e di circostanze, a volte anche tristi, che regalano un velo di sottile malinconia.
Allo stesso passante fornisce tuttavia l’occasione per fermarsi qualche istante e rivedere attraverso la moviola del tempo, quelle che a Caselle negli anni addietro, sono state meta e opportunità di fugaci incontri o prolungate quotidiane frequentazioni che finivano per connotare tanto la vera essenza della gente comune, quanto la gratuita convinzione di chi pensava di poter ambire a una più elevata collocazione sociale.
Con la sola complicità della memoria, e senza la presunzione di saper comporre oggi un quadro preciso dei caffè e delle trattorie di allora, mi affido a vecchie, indimenticate sensazioni per consentire ai ricordi di affiorare, magari disordinati, ma gradevoli e fragranti come il pane sulla pala del fornaio.
Sul muro di Via Guibert, resa dal tempo pressoché illeggibile, si intuisce ancora la vecchia scritta “ Caffè d’Asti- Giuoco delle bocce”.
Nei pomeriggi di sabato e domenica sotto la tettoia nel cortile o semplicemente sotto il cielo dell’estate nel solito gruppo di amici non mancava mai chi, meglio di altri, sapeva accostare le bocce al pallino o indovinare fragorosamente la bocciata tra la consueta alternanza di mute imprecazioni ed i convinti sussurri di interessata approvazione. Intanto Maria e Giusepin Chiadorana, come succedeva alla borgata Salga con i fratelli Tuninetti e poi con la famiglia Bosco, alternavano senza sosta bottiglie di barbera sempre vuote, prima di servire l’immancabile, robusta merenda e accendere le luci sotto la tettoia per illuminare ed illudere i resti di un altro pomeriggio di festa che svaniva.
All’inizio del paese la vecchia trattoria della famiglia Enrietti, nota anche per l’ospitalità alla squadra “Celestino Busso”, e la più blasonata “Caccia Reale” nelle cui sale, spesso gremite, anche il cucù apriva la porta per assaporare i bolliti di Notu Suc, erano il prologo alla parte più consistente dei locali di ritrovo distribuiti nelle vie intorno alla piazza Boschiassi, dove a sinistra del castello campeggiava il moderno e a volte un po’ chiassoso bar gestito dalle tre sorelle Alaria. Favorevolmente disposte alla comprensione dei diversi dialetti importati dal sud o dal nord est dell’Italia, anticipavano senza apparente difficoltà l’inevitabile generale integrazione come simbolo di crescita sociale, che campani, sardi e veneti volentieri esibivano sfoderando il loro modesto italiano in attesa di tentare i primi e spesso maldestri assalti al dialetto piemontese.
Nella via Carlo Cravero,  oltre al “Leone Vecchio” della famiglia Macario, di cui in seguito qualche componente si segnalerà per la folta e inconsueta dotazione di barba e baffi, nell’altro lato della via si trovava il bar ristorante “ Leone d’Oro” a cui si accedeva attraverso l’apposita parziale copertura di un canale che dal Cinema Italia correva scoperto fino alla piazza principale. Prima sede di telefono pubblico cittadino, era gestito dalla famiglia Forno e frequentato prevalentemente da clienti giovani attratti dalla presenza dell’altrettanto giovane Nino, veloce, guizzante ala sinistra del Caselle, e dalla cordialità della signora Maria, per tutti ormai “La Maria del telefono”.
Fatti alcuni passi verso via Roma quasi di fronte all’osteria di Italo Odiard, il cui nome mi riporta alla mente il ricordo del giovane Teresio, c’era la “Trattoria dell’Allegria” . Nata all’inizio del secolo scorso, oltre ai consueti clienti che, con le carte da tarocchi si disputavano al gioco del Diavolo il quartino di vino o il caffè del dopopranzo, ospitava contadini e margari di ritorno da fiere e mercati ai quali era difficile lesinare barbera, tomini, acciughe “al verde” e proibire il successivo immancabile sfoggio canoro.
Sotto i portici il Caffè Ghi, il salotto della Caselle di quel tempo. Un locale non grande provvisto di arredi sicuramente bisognosi di cure, affiancato da uno spazio angusto e trascurato in cui i soliti affezionati clienti, quasi sempre elegantemente addobbati, con signorile distacco si sfidavano a biliardo.
Fuori, intorno ai vecchi, traballanti tavolini, immerse in profonde sedie di vimini le signore al seguito dei mariti, imbastivano complicati ragionamenti nell’attesa di essere servite.  Con passo lento e insicuro l’anziana titolare, sul cui volto i tanti anni e la troppa cipria avevano fatto abbondantemente la loro parte, sorreggeva lo sbiadito vassoio che finalmente atterrava, accolto da uno svagato e magari falso cenno di ossequioso ringraziamento. Chissà se domani si vedranno ancora da Ghi.

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