In ogni secolo c’è un anno 21 e un anno 65, sono le “date dantesche” rispettivamente per la morte e per la nascita, e nell’ultimo 2021 è stato commemorato il 700° anniversario della morte.
In queste occasioni tornano sempre i grandi spunti dell’esegesi dantesca, ma stavolta (così mi è parso) è stato rivolto uno sguardo speciale a ciò che mi intriga di più, cioè la “musica di Dante”. Anni fa, quando mi venne il ticchio di catalogare gli accenni alla musica presenti nella Commedia finii letteralmente sepolta sotto un cumulo di citazioni, “…con sì dolci note / che fece me a me uscir di mente” (Purgatorio Canto VIII).
Non c’è dubbio che Dante amasse profondamente la musica. Ne conosceva le tecniche e non ne ignorava gli effetti sull’animo umano. “Sommamente egli si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza” lasciò scritto Boccaccio. Ma quali “suoni e canti”? Certo quelli derivati dalla musica trovadorica strettamente unita al “dolce stil novo”, monodie profane ed intonazione di versi con accompagnamento di strumenti, come i pezzi in cui sembra eccellesse il musico Casella (Purgatorio Canto II); ma anche la coralità gregoriana d’uso liturgico e quella derivata dall’Ars Nova fiorentina, che a inizio ‘300 cominciava a introdurre in Italia la polifonia d’Oltralpe. Tuttavia nulla del materiale da lui “udibile” è giunto fino a noi, se non per supposizione, per cui è più facile parlare dell’influenza che Dante ebbe sulla musica dei secoli successivi. Un’influenza enorme. Si può dire che dal ‘500 in poi i compositori non fecero altro che arraffare a piene mani, vinti dalla bellezza dei suoi versi e dalla suggestione proveniente dalla galleria di personaggi da lui creati, una fioritura sbocciata dal polifonismo madrigalistico che poi crebbe e pullulò con la monodia. Soprattutto nell’800 la miniera inesauribile dei soggetti danteschi toccò il clou. Se volessi citarli tutti, solo per Francesca da Rimini avrei bisogno di sette volte questo spazio! Gioacchino Rossini fu uno fra i primi, con una sua Cantata definita “recitativo ritmico”, seguito da una pletora di compositori di vaglia come Feliciano Strepponi, Saverio Mercadante, Francesco Morlacchi, Amilcare Ponchielli, tutti in grado di esaltare i tormenti della povera Francesca con opere, balletti, azioni tragiche ecc., fino all’ “opera prima” che Giacomo Puccini pubblicò nel 1883 su un testo rimaneggiato da A. Ghislanzoni con l’incredibile titolo di “Storiella d’amore”. A Parigi Francesca diventò protagonista di un fastoso grand-opéra di Ambroise Thomas, con tanto di irrinunciabili balletti, poi attraversò l’Atlantico e giunse nel continente americano col prologo sinfonico del bostoniano Arthur Foote, sbarcò in Russia con Pëtr Ili’c Chaikowskij e la sua omonima Fantasia sinfonica op.32 (1876) tutta percossa dalla “bufera infernal che mai non resta”. Dopo di che la parabola operistica tornò in Italia con la tragedia di Gabriele D’Annunzio musicata da Riccardo Zandonai (1914), uno dei pochi lavori sopravvissuti di questo autore.
Dal canto suo Gaetano Donizetti, oltre a dare spazio a “Pia dei Tolomei” in un’opera che meriterebbe il repêchage, si occupò  con molto pathos dell’episodio del conte Ugolino. Da notare che del conte Ugolino si era già occupato Vincenzo Galilei (il padre di Galileo) a fine ‘500 con una composizione per voce accompagnata dalla viola, purtroppo andata persa. Ma è nel campo sinfonico che si trovano i più grandi ed opulenti affreschi danteschi: Franz Liszt, con la “Dante Symphonie”, che nella versione finale del 1857 si articola in diversi episodi sostenuti da una musica dal carattere fortemente evocativo; e Giovanni Pacini, che fa la sua bella figura con la “Sinfonia Dante” in re minore, composta nel 1864 in vista dei festeggiamenti per il sesto centenario della nascita del Poeta. Liszt rincarò poi la dose sul pianoforte, creando la spaventosamente ardua Fantasia-quasi-sonata denominata “Dopo una lettura di Dante”.
Dal tragico, al comico: con una irriverenza tutta toscana Puccini, usando la penna di Giovacchino Forzano, si rivolse al “padre Dante” per il terzo pannello del suo Trittico, “Gianni Schicchi”: un vero capolavoro di amabile comicità che con la sua luce allegra seppe diradare le cupe ombre pendenti sul giovane secolo XX appena nato e già esploso. Posso chiudere la lunga carrellata citando il terzo dei “Quattro pezzi Sacri” che Giuseppe Verdi scrisse negli anni ’90 dell’800 “Laudi della Beata Vergine”, in cui soavemente intona per voci bianche il testo della preghiera di San Bernardo “Vergine madre, figlia del tuo figlio…” (Paradiso Canto XXXIII). Un Verdi ripiegato su di sé che nella tarda fase privilegia la piega intimista e crepuscolare. Il suo è un Dante pieno di “dolci note” ma austero, che viene espresso attraverso una forma di spiritualità “desiderosa di una fede, di cui però non esiste certezza, in un universo di dubbi” (Antonio Rostagno).

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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