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venerdì, Luglio 12, 2024

    Una gabbia andò in cerca di un uccello

    Noi, vittime degli algoritmi

    Si sono concluse da poco le Elezioni Politiche 2022 e, una volta ancora, non possiamo fare altro che constatare il ruolo fondamentale che web e social media hanno giocato nella comunicazione elettorale e nella capacità di influenzare il risultato del voto.

    Non è mia intenzione commentare i risultati politici, semmai vorrei cogliere questa occasione per condividere una riflessione su quanto i cittadini digitali di oggi siano indifesi rispetto all’impatto che gli algoritmi possono avere sulle vite di tutti.

    L’uso che facciamo dei social media, la diffusa mancanza di volontà di approfondimento (celata spesso dalla scusa del poco tempo a disposizione) e la creazione di cosiddette “echo-room” algoritmiche, bolle cognitive, che favoriscono la proposizione di contenuti che riescono a catturare la nostra, seppur fugace, attenzione, stanno di fatto gettando le basi per un futuro fatto da automi, superficiali, spesso complottisti, privati di qualsiasi capacità critica.

    E se da una parte la UE, con il GDPR, sta combattendo una guerra globale, volta a definire un new deal verde e digitale, dall’altra parte è vitale che ciascuno di noi comprenda quali sono i rischi e sviluppi la capacità di attuare una serie di controffensive volte alla consapevolezza e alla tutela delle fasce sociali più deboli. A partire dai giovani.

    Entro il 2030 saranno connessi i figli dei primi nativi digitali.

    I loro genitori sono probabilmente più abili dei nonni a gestire la propria vita in un mondo connesso. I “GenZ-er”, cioè chi appartiene alla “Generazione Z”, successiva a quella dei “millennials”, usano la tecnologia per sperimentare nuove identità. Tuttavia, minori e adolescenti sono presi di mira senza sosta per i dati e attraverso i dati di cui sono portatori. Oltre la metà dei contenuti più popolari sulle principali piattaforme video online è rivolta ai minori, e tutto questo funziona come una vera e propria calamita per contenuti dannosi e altre forme di sfruttamento. Naturalmente non è colpa della tecnologia digitale se esistono comportamenti deplorevoli: tuttavia, la tecnologia digitale e la potenza delle maggiori piattaforme facilitano questi flagelli sociali in misura mai vista. A differenza dei materiali protetti dal copyright, la diffusione mirata di contenuti a carattere opportunistico può essere arrestata solo con grande lentezza, in genere utilizzando il criterio della “libertà di espressione”, e in ogni caso dopo che quei contenuti hanno generato profitti. I social media e le piattaforme “giornalistiche” più amati dai teenager “pullulano di teorie complottiste, cattiva informazione di natura virale, memi con contenuti estremisti, il tutto intrecciato attraverso una rete di account che ha un’incredibile portata algoritmica e conta milioni di follower, alcuni dei quali…giovanissimi”. Sono proprio queste reti il veicolo privilegiato di “misure attive” da parte di stati stranieri ostili che intendano “sovvertire qualsiasi cosa abbia un valore nel paese nemico – compreso il sistema giudiziario”. Il mercato delle comunicazioni di massa su internet è talmente concentrato che le grandi piattaforme sono facile bersaglio di operazioni opportunistiche.

    Il tema è davvero complesso e non basterebbero tutte le pagine di diversi numeri del giornale per scalfire la punta dell’iceberg di tutti gli argomenti collegati direttamente e indirettamente al concetto di privacy. Anche perché non si tratta mai di privacy e basta, ma di privacy e sicurezza nazionale, privacy e concorrenza (a proposito dei poteri delle grandi corporation) e, più di recente, di privacy ed etica (a proposito di big data e intelligenza artificiale).

    E quindi, cosa possiamo fare?

    Da tempo le abitudini di consumo sono considerate terra di nessuno. Più o meno a partire dal 2000, il modello di business prevalente si basa sull’assunto che i servizi web non possono non raccogliere dati sugli interessi, le relazioni, la posizione geografica, il sesso, la razza, la religione e le opinioni politiche. A differenza dei media tradizionali (TV e radio), i social media facilitano approcci iper-mirati. Nel corso degli ultimi dieci anni, la proliferazione di dispositivi per il monitoraggio dello stato di salute o delle prestazioni e la diffusione dei microfoni intelligenti ha esteso questa sorveglianza fino alla sfera più intima della nostra vita, fisica e familiare. La prossima frontiera è la biometria, il DNA, le onde cerebrali: il pensiero stesso.

    Noi adulti possiamo prendere coscienza che la realtà è complessa e che la mente umana ricerca semplificazioni e conferme. I video che ci vengono proposti sui social non sono la realtà, ma sono una sfaccettatura di una realtà spesso distorta ad arte per un tornaconto commerciale, politico o sociale.

    Se pensiamo ai giovani, poi, la missione diventa ancora più urgente.
    Lo sviluppo a partire dalle scuole del concetto di educazione civica digitale è certamente un primo passo. E poi c’è la consapevolezza e lo sviluppo dello spirito critico. Il video che sto guardando, proviene da una fonte autorevole? Ho gli strumenti culturali e cognitivi per difendermi dalle fake news? Sono consapevole che i contenuti sottoposti alla mia attenzione, potrebbero essere solo una faccia della medaglia?

    I genitori dovrebbero essere sempre presenti e attenti, sorvegliando l’uso che i giovani fanno dei dispositivi connessi: i contenuti che consumano, le relazioni che coltivano, le dinamiche interpersonali che si sviluppano attraverso i social (pubblici o privati che siano). È un compito difficile, perché gli smartphone sono pervasivi e, all’interno, il canto delle sirene dell’intrattenimento continuo, è difficile da ignorare. Ma da questo potrebbe dipendere lo sviluppo e la crescita (sana) dei nostri figli.

    Oggi le nostre idee, le nostre abitudini e il modo che abbiamo di vedere il mondo hanno assunto più che mai un valore economico e, quando pilotate, il modo di controllare la società stessa. Se da una parte esiste un modo etico di impiegare e sfruttare ciò che la tecnologia oggi ci offre, dall’altra è vitale che prendiamo consapevolezza dei limiti e dei conflitti di interesse a essa correlati.

    Non possiamo rimanere in attesa di un intervento politico sul tema: un po’ perché la politica, per definizione, fa fatica a comprendere le dinamiche dell’evoluzione tecnologica; e poi perché la politica stessa è in conflitto d’interessi. A esempio, si sono già verificati casi in cui la protezione dei dati è stata utilizzata in malafede per indebolire la libertà di stampa. Molti partiti politici ritengono che a loro non si applichino le norme di protezione dati e i politici in campagna elettorale non hanno alcun interesse a minimizzare il tracciamento, la profilazione e il targeting degli elettori, per disciplinare il potere di piattaforme che sono divenute indispensabili per le loro attività.

    Franz Kafka non aveva bisogno che qualcuno gli spiegasse come si scrive. Il breve aforisma che volle appuntarsi un secolo fa ci parla con forza del mondo di oggi. La sorveglianza va in cerca di soggetti da sorvegliare. E la sorveglianza/gabbia, non può fermarsi da sola.

    Il tema della difesa della privacy, del modo di crescere i giovani in una società iperconnessa, gli strumenti e le armi a difesa dello strapotere di poche gigantesche aziende planetarie, solo apparentemente non riguardano “la vita di paese”.
    Sarebbe davvero bello ampliare la discussione, magari durante un incontro pubblico.

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