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giovedì, Febbraio 29, 2024

Jarvis o Matrix. Cosa ci riserva il futuro dell’intelligenza artificiale?

Negli ultimi tempi si sente un gran parlare di intelligenza artificiale. Per chi si occupa di tecnologia non si tratta di una vera e propria novità, ma alcuni recenti progetti sono saliti alla ribalta della cronaca per diversi motivi.
Ad esempio, da un po’ di tempo è possibile divertirsi con Dall-e, che attraverso una finestra, riceve la descrizione testuale di un’immagine (fin nei minimi dettagli di contenuto e di stile) che poi viene generata e restituita all’utente. Ne sono un esempio le immagini che riporto a corredo di questo articolo.
Un altro strumento che sta facendo discutere tantissimo è ChatGPT.
Per capire con precisione di cosa si tratta, è necessario fare una breve digressione storica.
Tra la metà degli anni ‘90 e i primi anni del 2000, chi usava i primi motori di ricerca di fatto consultava un registro e riceveva risposte sulla base del numero di occorrenze del termine di ricerca usato. Più alto era il numero di occorrenze, più rilevante era ritenuto da queste prime tecnologie il risultato restituito.
Nel 1998 Larry Page e Sergey Brin lanciarono il loro motore di ricerca, Google, che si basava in parte sul conteggio del numero di occorrenze e, in altra parte, sul punteggio di “autorevolezza” che un determinato contenuto riceveva dal loro algoritmo segreto (esattamente come la ricetta della Coca Cola). Da allora la tecnologia dietro a Google si è evoluta tantissimo e oggi, le risposte che riceviamo, sono il risultato della ponderazione di più di 200 fattori qualitativi e algoritmici con cui il motore di ricerca lavora.
Eppure, nonostante i 25 anni di evoluzione tecnologica, siamo ancora legati al concetto di “motore di ricerca” della risposta all’interno di un documento o di una pagina web. Almeno, così è stato fino a pochi mesi fa, quando si è iniziato a sentir parlare di “motore di risposte”. ChatGPT, appunto.
Attraverso la solita interfaccia testuale, in maniera naturale e discorsiva, è possibile avviare vere e proprie conversazioni con un “chat bot”, un programma in grado di interpretare anche le intenzioni non letterali nelle ricerche, restituendo informazioni, riassunti, ricerche, articoli, brevi saggi articolati e accurati sul piano contenutistico, testuale e grammaticale.
Le ricadute positive sono evidenti e sono sotto gli occhi di tutti: più questa tecnologia evolverà e migliorerà la base di informazioni da cui attingere e più le risposte restituite saranno accurate e complete. Siamo ancora lontani dal concetto di singolarità tecnologica, di una vera e propria “intelligenza artificiale autonoma”, ma è questa la strada e prima o poi probabilmente ci arriveremo.
Come tutte le evoluzioni, però, già in questa fase si intravedono alcuni potenziali rischi.
Il primo che mi viene in mente è l’impigrimento culturale e metodologico di chi utilizza questi strumenti.Gli studenti ad esempio, ma anche scrittori e i copywriter, potrebbero essere portati a non fare più ricerche, ma anzi accontentarsi “acriticamente” dell’informazione che viene restituita.
L’altro rischio che all’orizzonte è relativo alla manipolazione informativa.
Se è vero che oggi è complesso districarsi, soprattutto online, nella ricerca delle informazioni, nel separare i fatti dalle opinioni, le news dalle “fake news”, la scienza dalle “pseudoscienze”, domani quest’attività potrebbe non essere nemmeno più richiesta, visto che ci verrà restituita un’unica risposta al quesito posto.
Ma chi potrà rassicurare gli utenti che “la risposta” fornita sarà effettivamente l’unica corretta? La “verità” potrebbe essere la versione elaborata algoritmicamente o manipolata dal colosso tecnologico di turno, che orienta in questo modo il sapere di chi interpella “l’oracolo tecnologico”.
Sotto molti punti di vista la velocità con cui evolve la tecnologia è certamente un bene: basti pensare alla medicina e alle continue innovazioni applicate alla diagnosi e alla cura di malattie gravi e letali. Stessa cosa per la possibilità di accedere in qualsiasi momento e da quasi qualunque parte del globo al sapere universale.
Tutto questo è straordinario e, insomma, è evidente che il bello debba ancora venire!
Va detto però che questa corsa forsennata, in certi momenti apparentemente senza controllo, dovrebbe portarci a fare una profonda riflessione sull’uso, sugli effetti e sull’impatto che tutte le nuove tecnologie avranno, soprattutto sulle fasce più deboli della società, ovvero i più giovani, i più anziani e le persone in generale meno istruite e che svolgono lavori che saranno sempre meno necessari. È evidente che l’essere umano dovrà evolvere a sua volta, in modo da poter governare al meglio, usare e sfruttare a proprio vantaggio i benefici derivanti dall’evoluzione tecnologica.

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