Erano gli anni 80 del secolo scorso. La municipalizzata di Torino dedicata all’approvvigionamento idrico, che allora si chiamava Azienda Acquedotto Municipale, aveva un sogno nel cassetto. Il sogno era un progetto, proposto per risolvere radicalmente il problema del rifornimento di acqua potabile della città di Torino.  Il progetto era quello della Combanera, in alta valle di Viù: un invaso da 50 milioni di metri cubi, ottenuto  con una diga a gravità alta 98 metri, che avrebbe alimentato una centrale idroelettrica da 80 milioni di kWh/anno (a Caselette) e un impianto di potabilizzazione da 4 metri cubi al secondo. Il preventivo di spesa (di 400 miliardi di lire) e le ostilità degli ambientalisti fecero sì che quel progetto rimanesse sulla carta.

Veniamo ai giorni nostri. All’inaugurazione del Festival dell’Acqua, lo scorso 21 settembre a Torino, il presidente di SMAT Paolo Romano ha ufficialmente confermato che il progetto dell’invaso della Combanera è stato ripreso e che si sta lavorando per portarlo avanti, anche con l’appoggio di fondi PNRR, nell’ambito di un piano strategico per il contrasto alla siccità.

Sulla necessità di interventi strutturali, a fronte di un cambiamento climatico che è evidente a tutti, non si può non concordare. Ma sono inevitabili le perplessità, in particolare da parte di quei territori bagnati dalla Stura e che, dall’attuazione del progetto della Combanera, si vedrebbero private di quote consistenti dei flussi idrici che ora confluiscono in Stura, alimentando i consorzi irrigui, e che in futuro verrebbero intercettate dal nuovo impianto. Osserva il sindaco di Caselle Beppe Marsaglia, che è fra i promotori di una riunione svoltasi a Nole il 17 gennaio per discutere sull’argomento con altri sindaci del bacino della Stura:  “Il progetto della Combanera era stato sviluppato quando i dati erano ben diversi da quelli di adesso, con le precipitazioni in Piemonte ridotte a metà di quelle storiche. Se adesso la diga della Combanera ci portasse via 4 metri cubi al secondo, in Stura rimarrebbe ben poco. Siamo tutti d’accordo sull’opportunità di nuovi invasi per trattenere e regimare l’acqua delle precipitazioni, ma sul dove e come occorrono studi approfonditi e basati su dati aggiornati”.

Sono in allarme anche gli agricoltori, i più direttamente toccati dall’emergenza idrica del 2022, che già dalle evidenze di questo gennaio sembra replicarsi anche per l’anno in corso.  Il presidente provinciale Coldiretti, Bruno Mecca Cici, dichiara che il cambiamento climatico si affronta con misure strutturali e con l’uso plurimo della acque. Oggi l’acqua invasata per l’uso idroelettrico in pochissimi casi viene utilizzata anche per scopi idropotabili e irrigui. L’acqua invasata per concessioni idroelettriche deve poter essere utilizzata anche per venire in soccorso alle coltivazioni nei periodi di grave siccità. Proprio come è accaduto l’estate scorsa con l’accordo tra Coldiretti Torino e IREN grazie al quale la società ha rilasciato dalla sua diga di Ceresole una quantità di acqua sufficiente a superare il momento critico delle coltivazioni. Per quanto riguarda le misure strutturali, si deve partire con la progettazione di piccoli invasi sparsi sul territorio, che sono opere che possono essere realizzate in tempi relativamente brevi. Inoltre – prosegue Bruno Mecca Cici – dobbiamo rendere più facile la trivellazione di pozzi e pianificare tutte le opere che possono servire al riutilizzo agricolo delle acque. Se non ci sbrighiamo, rischiamo di trovarci impreparati se dovesse ripetersi quanto già visto nell’estate 2022, con la siccità che potrebbe nuovamente minacciare seriamente le produzioni di cibo.

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