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venerdì, Luglio 19, 2024

    Politica estera italiana

    Con la fine del momento unipolare statunitense durato parte degli Anni ’90 del secolo scorso, s’è assistito a una lenta, ma inesorabile decomposizione dell’ordine internazionale liberale. «La fine della Storia» non solo non si è avverata, ma quell’idea ha contribuito a non far scorger le derive future, intorpidendo la riflessione strategica di molti Paesi, in particolar modo quella italiana già storicamente timida. Gli errori di calcolo americani in Medio Oriente – Afghanistan e Iraq –, le scelte sbagliate in Nord Africa, la crisi economico-finanziaria del 2007-08 e più generalmente la rinuncia al ruolo di “poliziotto mondiale”, a causa dell’eccessivo dispendio di risorse, hanno prodotto diffidenza nelle menti degli alleati e, al contrario, opportunità, insieme a una certa convinzione di potenza e legittimità d’agire in quelle dei revisionisti. Cina, Turchia e Russia rimanendo nel perimetro d’interesse italiano. L’Italia ha perennemente avuto una visione eccessivamente rigida della politica estera – Nato-Ue-Onu come monoliti – con una propria strategia che è sempre apparsa perlomeno evanescente.
    Per diluire il militarismo statunitense durante la presa di posizione per l’intervento contro Hussein del 1990-91, l’Italia rimase spiazzata: sperò nel veto sovietico alle Nazioni Unite che per la prima volta non arrivò. Nelle fasi concitate dei mesi di febbraio-marzo 2011 si affidò alla bontà, presunta, delle scelte dei propri alleati, accettando le iniziative franco-anglo-statunitensi e trovandosi sfruttata per interessi altrui a discapito dei propri. Infine, l’appello di Serraj nel 2020, rimasto inascoltato: quando il Primo Ministro del governo tripolino, riconosciuto dalle Nazioni Unite, domandò soccorso militare anche all’Italia (insieme a U.S.A., Gran Bretagna, Turchia ed Algeria) per respingere l’offensiva di Haftar, riponemmo la decisione nella mani del socio di maggioranza: gli Stati Uniti, che già da tempo s’erano disinteressati della regione mediterranea. La rinuncia italiana, insieme con quella statunitense e britannica, in Libia ha avvantaggiato la Turchia che ha fatto bottino pieno. In un sistema internazionale al momento caotico e in prospettiva multipolare che vede una crescita delle contese regionali, attori che all’occorrenza non rispettano il diritto internazionale e che giocano da tempo su più tavoli proprio come multipolarismo vuole, l’Italia deve iniziare a pensare diversamente. Certamente non può più permettersi d’appaltare la propria difesa ad altri, così come non può confidare troppo nel multilateralismo in quegli scenari nei quali esso si manifesta irrealizzabile. Deve raccontarsi come nazione perché necessario per perseguire gli interessi nazionali che nella regione mediterranea spaziano dall’energia alla sicurezza, dall’industria al commercio. Deve poi considerare alleanze “a geometria variabile”, come la possibilità d’alternare il dialogo e l’azione muscolare anche con gli alleati. La relazione con la Turchia, alleato Nato, docet.

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