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giovedì, Luglio 25, 2024

    L’utopia europea al voto

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    L’“integrazione politica europea”, fra mille virgolette, nasce come concetto già in seno al Trattato di Parigi del 1947, ovvero l’atto formale che sancisce il nuovo mondo politico successivamente il trionfo statunitense sull’eurocentrismo. Pietro Quaroni, reggente della diplomazia italiana a Parigi durante la preparazione del trattato, nell’estate del 1948 invia a Roma, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, due telegrammi. Nel primo esprime la condizione dell’Italia sull’“emisfero atlantico”: «La realtà è che noi come tutti gli altri paesi d’Europa abbiamo cessato di essere indipendenti e che dato lo stato dei rapporti russo-americani oggi, noi siamo altrettanto liberi di riavvicinarci alla Russia, come la Polonia di riavvicinarsi all’America».
    Tener presente, e non è un caso, che anche gli allargamenti poi successivi la fine della Guerra Fredda, come quelli fra il 2004 e il 2007, andarono di pari passo con quelli europei. Il secondo telegramma di Quaroni si concentra sull’“integrazione politica europea” e dice: «È necessario, a questo stadio, che visto che quello dell’integrazione europea è un pallino americano, noi facciamo il possibile per mostrarci zelanti in questa direzione».
    Washington non voleva attriti fra le province del continente cuore del mondo politico e, nel medesimo tempo, la coesione europea creava un fronte unico antisovietico. All’epoca, in Italia, il governo De Gasperi sfruttava l’iniziazione europeista per diluire l’americanismo della Democrazia cristiana, per un verso; imbrigliare nella contraddizione politica i partiti nazionalistici, per un altro. La storia dell’Europa comune, nonostante sia costellata di tentativi e iniziative di cooperazione in vari settori, non ha mai dato alla luce una vera collettività europea: primo perché le nazioni si formano con la dominazione d’un ceppo su un altro, non tramite decisioni giuridiche; secondo perché, comunque, l’impossibilità autonomistica dell’Europa deriva anche dalla condizione degli Stati non completamente sovrani che la compongono e che di fatto (piaccia o non piaccia) sono sotto l’egemonia statunitense. Il fallimento d’ogni iniziativa d’organizzazione militare, la più celebre nel 1954, quando successivamente averla proposta la Francia fece naufragare la Ced (Comunità europea di difesa), la dice lunga su questi aspetti. Nel corso del Novecento e poi in maniera più avvertibile sul finire del secolo e con l’inizio del nuovo millennio, l’accorpamento degli istituti delle Comunità europee, come l’accordo di Schengen sulla libera circolazione di merci e persone, piuttosto che il diritto europeo: unico diritto internazionale a riconoscere la persona fisica, il “cittadino europeo”, o ancora il mercato comune, ha portato ottimi benefici ai Paesi dell’Europa politica, poi definitasi Unione Europea col trattato costituente del 2007. Tuttavia, non si dovrebbe fare l’errore di andar oltre tutto ciò poiché la convinzione d’esser più d’un buon accordo economico o, peggio ancora, «potenza civilizzatrice», non sono è soltanto un errore storico, ma genera confusione e attese tradite nei “cittadini” e negli altri osservatori. Venendo agli organi, si va al voto per eleggere un parlamento che non è veramente tale, mentre il Governo (la Commissione) in realtà legifera. Il Consiglio dell’Unione europea ha poi il compito della politica estera che però, come la Difesa, resta appannaggio degli stati nazionali e meno male perché già così risultano spesso compromessi gli interessi di alcune nazionalità. In Italia v’è chi crede nella possibilità di dar vita agli “Stati Uniti d’Europa”, ma anche qualora fossero realizzabili: quale sarebbe il beneficio per la Penisola? L’Unione Europea è per l’Italia indispensabile perché tramite l’euro garantisce a essa la credibilità del proprio debito nell’arena internazionale.
    Nulla più, al momento, a queste condizioni.

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