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giovedì, Luglio 25, 2024

    Dal palco alla cattedra


    Senza transizioni, senza quel padroneggiare la lingua per poi esporre in forma chiara ed efficace e non sia invece solo un parlare per istinto, o di pancia, per cadere nello scontato.
    Unico bagaglio l’esperienza personale, come tutti, ma null’altro. Vite difficili, traumi in tenerissima età, incomprensioni, bullismo, razzismo, e tanti altri “ismo”, ma qualcosa è cambiato: il luogo nel quale espongono, la platea e l’età cui si rivolgono, il passaggio da ignoti a riferimento, una sorta di santoni, guide spirituali.
    Ieri sconosciuti e in pochi giorni (pochissimi) personaggi di spicco, divulgatori.
    A ben guardare i rapper sono diventati i nuovi banditori, alla faccia di molti giovani che nell’anonimato passano le notti in bianco per arrivare ad avere quel bagaglio culturale e sperare ancora nel domani.
    La sostanza è importante, vero, ma anche l’esposizione pretende la giusta attenzione; invece assistiamo allo stupro della lingua italiana. Problema è che questo modo di comunicare fa proseliti, con contenuti che nonostante cambi il rapper sono sempre gli stessi.
    Probabilmente è l’ennesimo segno dei tempi: se all’epoca venivano ascoltati Augias, Galimberti, Piero e Alberto Angela, Barbero, tecnici e scienziati con alle spalle anni di studi e di lavoro, ora fanno tendenza e ascolto ragazzi molto giovani, ed è un bene, ma che raccontano unicamente le proprie vicissitudini, e nulla di più: dietro non esiste uno studio, e passare dall’essere sconosciuti al parlare davanti ad una platea è un attimo.
    Mi impressiona il baratro di banalità e la facilità con la quale arrivano là dove un tempo costava fatica e occorreva dimostrare le proprie competenze.
    Il valore di queste nuove guide spirituali viene spesso misurato con Spotify, o negli ormai sviliti dischi d’oro.
    Apro e chiudo una parentesi: ben venga che i giovani possano esprimere le proprie opinioni, i propri disagi, ma ultimamente pare, e sottolineo pare, gli esperti dei vari settori siano stati sostituiti da… dai rapper, non sempre certo, ma se a divulgare un certo pensiero è qualcuno uscito da Sanremo o da “Amici”, ha più presa di molti altri.
    Denunciano cose giuste, ma vorrei soffermarmi su alcuni particolari: uno di loro, secondo il Time, è tra le cento persone che potrebbero “plasmare” il mondo.
    Senza fare nomi, specialmente dopo l’ospitata da Fazio, sappiamo del suo impegno nel sociale così come conosciamo il suo modo di fare musica, apprezzabile certo, ma da lì a definirlo influente a livello mondiale mi pare un po’ azzardato.
    Un’altra, fino a ieri sconosciuta e dal 6 febbraio una star, rapper anch’essa, è stata chiamata all’ ONU per parlare ai giovani di bullismo e di bodyshaming. Togli l’inglesismo tanto caro a molti e il discorso non scorre più.
    Altro rapper è chiamato all’Università Federico II a Napoli per parlare con i giovani; e sia chiaro va bene ma si sta semplificando tutto.
    Potrei, sempre senza far nomi, citare altri esempi, ma ciò che appare più lampante è che dietro questi giovani ci sia un’organizzazione che mira esclusivamente a buttarli davanti al pubblico tra televisione, radio, spettacoli e ospitate varie, solo per motivi di lucro.
    Alcuni, ma soprattutto alcune, sono sfruttate, e non so quanto se ne stiano rendendo conto coloro che ovunque le seguono, o li seguono, guardando solo un prodotto che alla fine dentro ha nulla, ma segue la moda del momento.
    In pochissimo tempo questi ragazzi sono diventati i riferimenti per molti altri: sarà per il linguaggio immediato, lo slang che arriva così crudo e immediato, ma passa differenza tra il raccontare (giustamente) una propria esperienza, e il proporre un modello.
    Ascolto frasi di una filosofia spicciola, quella di Facebook, Instagram, TikTok.
    Impressiona la velocità con la quale questi (e ne verranno altri) siano diventati dei riferimenti oltre che portavoce di malesseri e disagi giovanili e non solo: a pensarci bene però può essere naturale ciò avvenga in un mondo nel quale i ragazzi non vengono ascoltati, anzi, a volte vengono manganellati, vero, ma anche l’offerta dei nuovi divulgatori è preoccupante e fuorviante.

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    Luciano Simonetti
    Luciano Simonetti
    Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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