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martedì, Dicembre 9, 2025

    Lucio Corsi, il cantastorie che balla tra le stelle


    Scrivere di notte ha il sapore di certe verità che non dici mai a voce alta. Quando tutto tace, anche le finestre sembrano ascoltare. Io accendo il sigaro, abbasso le luci e faccio partire la mia musica. Stasera gira “Ballad of a Thin Man” di Bob Dylan. Una di quelle canzoni che ti ricordano che il mondo va capito da dentro, non da fuori. E allora scrivo.
    Perché quello che ho visto al Teatro Concordia di Venaria Reale non si lascia archiviare con due foto su Instagram. Va raccontato.
    Lucio Corsi è entrato sul palco come un’apparizione, ma senza quell’aria da star. Era una presenza, non un personaggio. I suoi abiti – quelli di Sanremo, quelli di sempre – raccontavano già una storia: la storia di chi non ha bisogno di cambiare per piacere. Un completo che sembra rubato a un cowboy uscito da un film di Jodorowsky, con la camicia sbottonata, i pantaloni a zampa e le famose spalline che, sì, chissà se anche stavolta nascondevano due pacchetti di patatine.
    La sua Les Paul, lucida e vissuta, l’ha imbracciata come si prende per mano qualcuno a cui vuoi bene. E quando ha attaccato la prima nota, il teatro è diventato silenzio puro. Non quello teso, ma quello pieno. Quello che si fa quando si entra in una cattedrale.
    Quasi inciampava in un cavo, troppo preso dal voler arrivare vicino, davvero vicino, al suo pubblico. Eppure non si fermava. Non c’era la minima esitazione. Solo verità. In quell’equilibrio instabile c’era tutta la sua poetica: essere vulnerabile ma sempre presente.
    Il pubblico era una tela vivente. Bambini in braccio ai genitori, ragazzi in piedi a occhi chiusi, signore con i capelli bianchi che cantavano ogni parola. Non capita spesso, ve lo giuro. Si crea una comunità invisibile, una sorta di fratellanza momentanea.
    Quando ha cantato “Volevo essere un duro”, qualcosa è cambiato nell’aria.
    C’era un uomo accanto a me che non smetteva di stringere la mano a sua figlia. Lei gli appoggiava la testa sulla spalla. Non parlavano. Ascoltavano.
    E in quel momento mi è venuta in mente una frase di “Perfect Day” di Lou Reed:
    “You made me forget myself. I thought I was someone else, someone good.”
    Perché Lucio ti fa questo effetto. Ti fa dimenticare chi pensi di dover essere. Ti fa sentire abbastanza, così come sei.
    Ogni parola usciva da lui con la naturalezza di un pensiero che si è lasciato sedimentare. Parlava poco, ma non serviva. Era tutto lì, in come guardava il pubblico, in come si lasciava guardare. Non c’erano filtri, non c’erano pose. Solo bellezza nuda.
    A un certo punto ha suonato “Trieste”. Ho smesso di fotografare. La macchina era accesa, ma la mia anima era altrove.
    C’era un verso che diceva:
    “Io vedo l’amore anche quando non c’è.”
    E per un attimo, davvero, è sembrato che l’amore fosse lì. Ovunque. Nei riflessi sulle sedie, negli occhi umidi, nei respiri trattenuti.
    Lucio Corsi è un cantastorie che balla tra le stelle. E non è un modo di dire. C’è una luce in lui che non acceca, ma illumina. È una luce che scalda. Una luce che non ti giudica. E che ti resta addosso anche dopo che la musica si spegne.
    E ora lasciatemi essere un po’ vanitoso. Con umiltà, ma anche con orgoglio.
    La grande Anastacia, sì, proprio lei, ha pubblicato le mie foto del suo concerto. Le ha messe su Instagram e Facebook. E io mi sono sentito piccolo e gigante insieme. Perché è bello, ogni tanto, sapere che il proprio sguardo è arrivato da qualche parte.
    E allora dico anche a voi: siate fieri di voi.
    Quando amate qualcosa con tutto voi stessi, qualcosa succede. Sempre. Anche se non subito. Anche se non se ne accorge nessuno. Il primo a doverlo sapere, siete voi.
    La notte ormai è andata. Il mio sigaro è cenere sul posacenere, e fuori il cielo inizia a schiarire.
    La musica ora è “Asleep” dei The Smiths.
    Perfetta per sentire la fragilità come una virtù, non come un difetto.
    Ci vediamo al prossimo concerto.
    La musica è viva. E io, grazie a lei, un po’ di più.

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