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domenica, Marzo 8, 2026

    I confini contesi: Balangero contro Coassolo e Lanzo

    Vicende secolari per la definizione dei possedimenti

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    Le lotte che nel Medioevo videro Balangero affrontarsi più volte contro Lanzo durante le guerre di potere tra i Principi d’Acaia e i Marchesi del Monferrato, non terminarono con l’annessione di entrambi i territori al ducato sabaudo, ma continuarono, con alterne vicende, fino alla prima metà dell’800 sotto forma di liti giudiziali per la definizione dei confini tra le due comunità.
    Le prime liti per definire i confini tra i comuni iniziarono il 22 gennaio 1341 con la permuta tra l’Abbazia di San Mauro e il conte Aimone di Savoia, dove l’abate di San Mauro cedeva ai Savoia i terreni denominati Margoni, tenuti allora in affitto da uomini sia di Lanzo che di Balangero.
    Il 1° settembre 1392 venne promulgata la prima sentenza che stabiliva il confine tra le comunità di Balangero da una parte e Lanzo con Coassolo dall’altra in corrispondenza del percorso del rio Banna.
    Purtroppo questa sentenza non placò per nulla gli animi bellicosi delle due comunità, anzi da allora iniziò una diatriba secolare su quale fosse veramente il rio Banna, tra tutti i rivi che scendevano dalla montagna.
    Gli uomini di Lanzo e Coassolo affermavano che il Banna derivasse dal rio che scendeva dalla montagna della Forcola, mentre Balangero asseriva che era quello che si formava dal rio del Cochetto posto più ad est.
    Nel 1408 il conte Amedeo VIII, con una sua sentenza inappellabile, fissò come confine tra le comunità due linee rette: una che dalla cappella di San Vittore in cima alla montagna congiunge il rivo che passa a fianco della cappella di Santa Maria dei Martiri e l’altra che va verso la fossa di Bologna, presso le forche di Balangero fino al fiume Stura.
    Questo confine era altamente penalizzante per Balangero, che iniziò subito un’altra lite per ottenere l’annullamento di questa sentenza.
    Nel corso della lite, Balangero ottenne nel 1444 una sentenza che riconosceva ai suoi uomini il diritto di pascolare e di tagliare la legna in tutti i territori contestati, specialmente nelle regioni Margoni e Rorea.
    Il 19 dicembre 1534 il duca Carlo III emanò un decreto in cui ordinava che agli uomini di Balangero doveva essere mantenuto il possesso di quelle terre, decreto confermato con la sentenza del 15 maggio 1535, ma che purtroppo non riuscì a definire la vertenza, sempre per l’impossibilità di stabilire quale fosse il vero percorso del rio Banna.
    Nel tentativo di dipanare la matassa Emanuele Filiberto designò quali arbitri assoluti il conte Ottaviano Cacherano della Rocca d’Arazzo, gran cancelliere, ed il senatore Cesare Cambiano di Ruffia consigliere, i quali, dopo numerosi sopralluoghi, stabilirono un nuovo confine, ma neanche questa definizione, anche se più precisa, riuscì a placare gli animi degli abitanti di Balangero e di Lanzo-Coassolo, che continuarono nelle loro contestazioni.
    Nelle numerose relazioni presenti negli archivi storici di Balangero e Coassolo troviamo ad esempio un memoriale del 17 novembre 1576, dove gli uomini di Balangero si lamentavano che un grande numero di proprietari di Coassolo e Lanzo (più di 80), anche se avevano beni registrati in Balangero di sole 1 o 2 giornate, avevano la facoltà di condurre ai pascoli comuni balangeresi tanto bestiame come quelli di Balangero che possedevano 40 o 50 giornate di terra, con grave danno per il comune.
    Dall’altra parte un altro documento del 16 novembre 1587 riporta numerose testimonianze di uomini di Corio che affermavano che da più di 50 anni circa “si erano veduti gli uomini di Coassolo tenere e possedere il territorio di cui in detto rotolo monitoriale si faceva menzione, cioè quello che si trova vicino alle fini di Corio appresso la cappella di San Vittore, pacificamente e pubblicamente senza contraddizione alcuno, …”.

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    Pascoli e miniere
    Perché questi territori, corrispondenti grosso modo all’attuale territorio dell’amiantifera, fino a valle, erano così contesi?
    Sicuramente il motivo principale era la grande estensione di pascoli ben esposti che erano fondamentali agli abitanti di Coassolo per l’allevamento del loro bestiame, ma anche il diritto di controllare il passo della Forcola era importante, e poi non bisogna dimenticare che proprio in questi fianchi della montagna erano presenti delle antiche miniere di ferro.
    Già nel XIV secolo nella regione Margoni esisteva una miniera di ferro indivisa tra gli Acaia e i Visconti di Baratonia, e nel 1588 il marchese d’Este, signore di Lanzo, vantando antichi diritti feudali, fece scavare i fianchi della montagna a cui si oppose Balangero, sostenuto dal suo feudatario Andrea Provana di Leinì, perché il dilavamento delle scorie inquinava le acque che servivano per irrigare i terreni coltivati sottostanti.
    Nel 1676 il comune di Balangero ricorse al duca Vittorio Amedeo II esponendogli come, fra i terreni comunali, “vi è una montagna detta di San Vittore ossia Margoni, quale è copiosa di miniera di ferro nella sua superficie ed anche di bosco: avviene che alcuni forestieri si fanno lecito di depopularla di detto bosco e quel che è peggio prettendono d’intro escavare della detta miniera, di quale escavazione eziandio li particolari della comunità si astengono per rispetto che l’acqua con cui si lava e discerne detta miniera cade nel torrente di Banna, dell’acqua del quale e non d’altre si può esso comune servire alla irrigazione e quella come infetta ed intorpidita di tal lavamento rende essi prati poco meno che sterili, …”.
    Nel 1677 due rescritti del duca Vittorio Amedeo II vietarono severamente a chiunque, senza uno speciale permesso, d’introdursi nella miniera, comminando gravi pene ai contravventori.

    L’Eremo di Lanzo
    Intanto, sempre nel XVII secolo, un nuovo fatto, la costruzione dell’Eremo camaldolese sul colle della Rorea, contribuì ad alimentare la contesa dei suddetti territori.
    Il colle della Rorea era anticamente di proprietà dei Balangeresi che nell’impossibilità di pagare le imposte durante gli anni della guerra civile in Piemonte lo cedettero al Comune di Balangero, che a sua volta, nel 1644, cedette al conte Gaspare Graneri di Ceres, tesoriere generale dei Savoia, in pagamento dei debiti contratti per i “quartieri d’inverno”, ossia quanto dovuto per alloggiare i reparti militari durante la cattiva stagione.
    Gaspare Graneri, presidente generale delle finanze sabaude, in una lettera del 1659 a Cristina di Francia, descriveva lo stato dei tenimenti comprati dalle comunità di Balangero e Lanzo che lo possedevano, indiviso e non accatastato, perché pieno di sterpi e di ceppi d’albero, inutile anche al pascolo del bestiame; si trattava di ben 400 giornate di terreno, che egli aveva fatto trasformare con molte spese in prati, campi e vigne, “facendo arrivare l’acqua da lontano”.
    Il 9 aprile 1661 il conte Graneri donò il colle della Rorea, di 209 giornate, agli eremiti camaldonesi per la fondazione di un nuovo Eremo, i quali a seguito delle patenti del 9 maggio 1661 si recarono sul posto, piantando una croce nel mezzo dell’area scelta per l’edificazione della chiesa dell’Eremo.
    L’edificazione dell’Eremo non procedette però pacificamente, e gli abitanti di Lanzo, sostenuti segretamente dal Comune, ostacolarono l’avanzamento dei lavori in vari modi: contumelie, minacce e azioni di forza con l’intervento anche di un viceparroco.
    Pare che di notte degli uomini di Coassolo avessero disfatto i lavori di costruzione di un caseggiato che si stava erigendo in un luogo alquanto discosto dal corpo principale del convento.
    I romiti dovettero agire per vie legali, facendo intervenire il feudatario e rivolgendosi addirittura al sovrano, il quale mandò un suo armigero, in divisa e armato, a presidiare, per quanto possibile, il luogo conteso.
    L’occupazione della regione Rorea da parte dell’Eremo, un tempo costituita da pascoli comuni, non fece altro che inasprire le tensioni, soprattutto da parte degli uomini di Coassolo che maggiormente utilizzavano questi terreni.

    La fine delle contese nell’Ottocento
    Intanto la causa con Balangero proseguì. Il 24 maggio 1704 si giunse ad un’ennesima sentenza per la determinazione dei confini, promulgata dal senatore Francesco Ludovico Avenato che sostanzialmente confermava quanto stabilito nel 1576.
    Nel 1717, dopo il ricorso della Comunità di Coassolo, che venne respinto, il senatore Avenati in compagnia dell’ing. Ludovico Andrea Guibert si trasferì sul luogo per la posa dei termini di confine, in seguito alla quale venne redatta una mappa in triplice copia con segnato il tracciato del confine di cui oggi esistono ancora due copie, una all’archivio di Stato di Torino, e una all’archivio del Comune di Coassolo.
    Ma la pace durò ben poco, anche a seguito di ulteriori vendite da parte del Comune di Balangero di appezzamenti di terreno a privati, che determinarono la progressiva riduzione dei pascoli comuni.
    Gli uomini di Coassolo intentarono così una nuova causa, anche contro l’Eremo, per esercitare il diritto di pascolo anche sulle aree vendute.
    Solo nella prima metà dell’Ottocento si arrivò ad una conclusione definitiva delle liti, anche in conseguenza del mutamento dell’economia e della sparizione definitiva dei pascoli comuni, con la definizione di nuovi confini corrispondenti a quelli attuali.

    Dov’era il Colle della Forcola?
    Tra i numerosi documenti rinvenuti nei vari archivi, particolarmente interessante è la relazione di visita dei territori contesi effettuata nel 1685 e conservata nell’archivio storico del comune di Balangero.
    È anche curiosa la disputa tra le due comunità, che per sostenere le proprie tesi su dove fosse il confine, puntavano quasi esclusivamente sulla diversa attribuzione dei nomi di regione e dei rivi, in una continua reciproca negazione delle testimonianze della controparte su come si chiamava questa o quella regione, o il tal rivo.
    Non c’era accordo neanche nella posizione della Forcola, che le due comunità descrivevano in luoghi diversi giustificandone la posizione con l’origine del toponimo, diverso per le due parti: “Più testimoniali alli uomini di Balangero essendosi nuovamente transferti nella bassa esistente fra le due montagne, cioè da parte destra andando all’insù quella di San Vittore dove la medesima resta interrotta, et abassata alle cui falde scorre il ritano prima descritto, et dall’altra a man sinistra si trova l’altra montagna o sia collina detta da quelli di Balangero La Foa, et da quelli di Coazolo Riva del Boscatai, e superiormente le montagne più alte dette da quelli di Coazolo il Monte del Merlo si vede esservi nella sommità di detto tenimento et sotto la strada di Corio descritta il giorno d’ieri che le dette due montagne vanno a formare la figura quasi d’un V grosso aperta all’insù o sii biforcuta dicendo quelli di Balangero che la figura del suddetto luogo comprova la denominatione per essi fatta di detto posto delle Forcole”.
    “Il detto de quali vien negato da quelli di Coazolo, anzi dicono che la regione delle Forcole resta molto superiore a detto luogo, e più all’insù tendendo verso Corio, et la denominatione di dette Forcole è pervenuta da che in detto luogo sovra esistente furono piantate le forche ne tempi andati, et essendo Corio soggetto al dominio di Monferato, per l’esecuzione di qualche reo”.

    Le doppie chiavi della cappella di San Vittore
    Interessante anche la vertenza sul possesso della cappella di San Vittore, rivendicata da entrambe le Comunità (in seguito contesa anche dal Comune di Corio), con la curiosa disputa sul possesso della chiave, come si legge dal seguente estratto della suddetta relazione del 1685.
    “E transferti sopra una montagna nella sommità della quale si trova una capelletta dedicata, come si vede dal quadro ivi esistente, al glorioso martire San Vittore e per tale comunemente nominata in questi contorni, et dalle parti admessa.
    Più si concedono testimoniali a medemi di Coazolo della presentatione per essi, fatta in persona di Giacomo Savant luor sindaco d’una chiave qual dice essere quella dell’uscio di detta capella instando farsene la prova, et di quale dicono servirsi quelli di Coazolo quando vengono a questa divotione et essersene da tempo immemorabile serviti”.
    Ma i balangeresi non erano d’accordo, e presentarono un’altra chiave dicendo che la loro era quella vera.
    “Et all’incontro testimoniali a quelli di Balangero della presentazione per essi anche fatta d’altra chiave qual apre la seredura di detto uscio allegando quelli di Balangero haver loro questa mattina fatto aprir l’uscio di detta capella dal molto Reverendo Don Gioanni Bones in compagnia del molto reverendo padre Don Ignazio Carello camaldolese quali si son portati ivi per celebrare come hanno celebrata la Santa messa dicendo d’haver fatto loro fare l’uscio di legno che presentemente si ritrova…”
    “Ed essendosi trasferti in detta capella si concedono testimoniali a quelli di Balangero qualmente la chiave presentata da quelli di Coazolo non può entrare, ne aprire la seredura (serratura) presentemente essistente, et per incontro quella di Balangero apre benissimo”.
    In effetti la chiave dei balangeresi aprì la porta mentre quella del sindaco di Coassolo non entrò neanche, che però accusò subito quelli di Balangero di aver fatto sostituire la serratura nei giorni scorsi, come dimostrato dal buco otturato presente nella porta in cui poteva entrare la loro chiave; subito i balageresi si giustificarono affermando che probabilmente avevano cambiato la serratura perché forse si era rotta.
    “Et al riscontro testimoniali a quelli di Coazolo qualmente si vede che al di sopra del buco per quale presentemente si pone la chiave della seredura ad esso essistente si vede esservi in distanza, et a retta linea tre traversi di dita all’insù altro buco qual però si vede oturato con un pezzo di legno, et essendosi fatto l’esperimento se la chiave presentata da medemi di Coazolo potesse adattarsi, et entrare per detto bucco otturato s’è benissimo conosciuto che detta chiave potrebbe entrare”.
    “Più qualmente al di dentro di detto uscio vi è il luogo più longo ma più stretto fatto per la posizione della seredura quale indica che altre volte doveva esserne altra differente da quella che presentemente si trova vedendosi quattro buchi di chiodi dove restava affissa in luoghi diversi, et che la seredura che è di presente non è seredura vecchia dicendo li medemi di Coazolo, che quelli di Balangero hanno fatto amuover la seredura vecchia, et reponer quella che vi è di presente da qualche giorno in qua ad effetto di privarli della ragione che dicono competerli in detta capella, et indurne illationi contrarie al vero come si offeriscono di rimostrare con la deposizione dei testimonii che presenteranno a quali fanno istanza defferiti il giuramento”.
    “Et all’incontro si concedono testimoniali a quelli di Balangero qualmente dicono che la seredura che al presente si ritrova è da molti anni state infisa in detto uscio potrebbe ben essere che sendosi rota per il passato potrebbe esser stata accomodata come approvarono”.
    In definitiva chi aveva ragione? Di chi era anticamente la Cappella? Per ora restiamo nel dubbio, e lasciamo a future ricerche d’archivio la definizione di questa vertenza.

     

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