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lunedì, Dicembre 8, 2025

    Il mito si fa spettacolo

    A colloquio con Alberto Rizzuti, responsabile del progetto  «Miti di Fondazione»

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    Tra maggio e giugno, al Circolo dei Lettori di via Bogino, sono state proposte tre letture sceniche con musica, di argomento mitologico, che hanno visto coinvolti, in una veste inconsueta, alcuni esponenti del mondo accademico. Si tratta, infatti, di uno dei frutti del progetto «Miti di fondazione» del dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino (www.mitidifondazione.unito.it), di cui è responsabile scientifico il professor Alberto Rizzuti, docente di Storia della Civiltà Musicale. Al professor Rizzuti, di cui sono allievo e amico, ho rivolto alcune domande per presentare questa esperienza ai nostri lettori.

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    Alberto, ci racconti come è nato il progetto «Miti di Fondazione»?

    Il progetto nasce nell’ambito della cosiddetta “terza missione” dell’Università, che si propone di rendere accessibile la cultura accademica anche a coloro che non sono direttamente parte del mondo universitario: da un lato si vogliono portare le persone nei luoghi dell’Università, dall’altro si vuole portare la cultura dell’accademia all’esterno delle nostre mura, promovendo attività che abbiano ricadute sul territorio. Le varie articolazioni del nostro progetto mirano a rispondere a questi obiettivi.

    Ci puoi descrivere sinteticamente queste articolazioni, e gli obiettivi che si pongono?

    Per portare le persone in Università abbiamo allestito, la scorsa primavera, nel palazzo del Rettorato, la mostra «Fetonte sulle rive del Po? Veri e falsi miti di fondazione». Le nostre attività all’esterno sono conferenze, spettacoli, e laboratori di vario tipo nelle scuole di ogni ordine e grado. Tra questi ultimi, che mirano a preparare gli universitari del futuro incuriosendoli alla cultura accademica, mi piace ricordare «Il bosco delle Eliadi», realizzato presso la scuola Armstrong, dove, partendo da un lavoro sul mito di Fetonte, abbiamo fatto piantumare sette pioppi nell’adiacente giardino (anche grazie a un finanziamento della fondazione Marazzato) e disegnare la costellazione di Eridano con faretti a luce solare. All’attività più strettamente culturale si è così potuta associare una ricaduta diretta sul territorio. I laboratori ci hanno anche offerto un’occasione per far lavorare i nostri dottorandi.

    Perché scegliere come tema i miti di fondazione, che possono sembrare lontani dal mondo di oggi?

    Perché sono storie belle e affascinanti che lasciano molti risvolti indefiniti, stimolando l’esercizio della creatività. Di una storia, infatti, meno si sa, più si può immaginare. È poi particolarmente interessante l’aspetto dell’invenzione di miti di fondazione o del loro adattamento, come nel caso del mito di Fetonte che fu arrangiato per dare un retroterra mitologico alla storia di Torino. Su questa scorta, ad alcune scuole abbiamo proposto di studiare il mito di fondazione della propria città, e in alcuni luoghi, non essendovi un mito di fondazione, lo hanno inventato. A Bussoleno, ad esempio, hanno immaginato una lotta tra il sole e il vento da cui emerge un bosso (albero simbolo della città). Da questo laboratorio sono nati undici cortometraggi, cinque dei quali selezionati per il festival CinemAmbiente e proiettati al Cinema Massimo.

    Perché includere lo spettacolo in questo progetto?

    Perché è una delle modalità più accessibili per divulgare cultura. Accanto alla mostra e al cinema, abbiamo voluto creare degli spettacoli teatrali con introduzione di musica (la materia di cui mi occupo come accademico). Il più complesso è «Avilliana», per quale abbiamo collaborato con la Corale Universitaria che celebrava i propri 70 anni. Si tratta di una pièce di teatro musicale che guarda in direzione dell’opera (anche se definirla “opera” sarebbe eccessivo), di cui io ho scritto i testi e Paolo Zaltron la musica. Si mette in scena un possibile mito di fondazione di Avigliana, legandola alla famiglia degli Avillii, che in epoca romana furono attivi in varie zone dell’arco alpino e fecero costruire l’acquedotto di Pont-d’Ael in Valle d’Aosta. Nell’estate scorsa lo spettacolo è stato allestito ad Avigliana in occasione dell’apertura al pubblico delle vestigia della “Statio ad fines” romana.

    Ci dici qualcosa sugli spettacoli recentemente allestiti al Circolo dei Lettori?

    Già lo scorso anno siamo stati partner del Circolo dei Lettori, e per quest’anno avevamo proposto di allestirvi una lettura scenica del «Fetonte» di Euripide. Elena Loewenthal ci ha proposto di estendere l’idea a una mini-rassegna, per cui allo spettacolo iniziale ne abbiamo aggiunti altri due. Come secondo titolo abbiamo scelto una ripresa del «Delfino di legno», creato nel 2019 per il festival MusiCogne: in questo caso ho scritto un monologo mitologico (recitato da Valentina Monateri) ispirandomi al mito di Arione, che mi aveva sempre affascinato, e arricchendolo di elementi di invenzione verosimili nel contesto della Corinto dell’epoca. Le musiche, suonate e cantate, sono di Ugo Piovano e Carlo Pestelli. La rassegna si conclude con «Il ritorno», monologo teatrale di Leonardo Mancini tratto dal «De reditu suo» di Claudio Rutilio Namaziano, che celebra il mito di Roma quando la città era ormai stata saccheggiata dai barbari: questa volta io siederò alla tastiera, suonando musiche clavicembalistiche di autori del Sei-Settecento.

    Come è emersa questa tua vena artistica, che si affianca all’attività accademica?

    Il mio esordio risale al 2018, a margine di un convegno curato da Giangiorgio Satragni attorno alla «Salome» di Richard Strauss, che il Teatro Regio allestiva quell’anno. Pensai di scrivere un dialogo immaginario tra Salomè e Giovanni Battista, che, accompagnato da trascrizioni di musiche straussiane, divenne lo spettacolo «Variabile Salome», allestito al Teatro Vittoria. Il testo fu poi pubblicato su una rivista accademica, corredato di una premessa scientifica. Ho replicato questa forma (premessa accademica e copione drammatico) per gli altri miei testi, e mi pare efficace come modo per divulgare la ricerca che fa circolare idee ed energie, e ha effetti partecipativi sulla società. A «Variabile Salome» sono seguiti «Il delfino di legno», «Impari Atena» e «Avilliana». Il mio quinto testo drammatico debutterà il 27 luglio all’abbazia di Vezzolano nell’ambito del festival Quadila, si intitola «Anna Magdalena Bach: cronaca in musica di un grande sogno», ed è un monologo per attrice e violoncello sulla figura della seconda moglie di Bach. Devo dire che l’attività artistica finisce per essere un po’ dispersiva in termini di energie, ma è molto divertente!

    Quali altre proposte avete in serbo per il futuro?

    Il 22 giugno alle 16:30 sarà replicato «Il ritorno» nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso. Di «Avilliana» sono previste repliche autunnali ad Avigliana e ad Aosta. Il bando dipartimentale che ci ha sostenuti in questi due anni non è più rinnovabile, per cui stiamo cercando finanziamenti che ci permettano di portare avanti almeno uno dei progetti su cui abbiamo lavorato in questo periodo. Gli spettacoli, che richiedono un budget molto contenuto, sono a disposizione per essere replicati presso istituzioni che abbiano piacere di ospitarli.

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