Poche settimane fa ricevo un messaggio da parte di Pierluigi Cocchini, il Ceo di Rinascente, uno dei nostri “cervelli” che il destino ci ha scippato, facendo sì che Caselle sia grande altrove. Il messaggio diceva: “RAW ! Volevo dirti che ho appena concluso e vinto una gara di UltraCycling negli Stati Uniti. La RAW, la “Race Across The West”, una delle gare ciclistiche più dure al mondo. In sella per 1400 km in 55 ore di fila. Un massacro.
Se ti interessa, ti mando qualcosa.”
E come puoi dire di no a uno che dalla Contea di San Diego in California è arrivato e pure vincendo, attraversando quattro stati – California / Arizona / Utah / Colorado -, fino a Durango, in Colorado?
Evidentemente, Pierluigi, nonostante i carichi di lavoro, continua a essere atleta, come quand’era qui da noi. Da ragazzo è stato una stellina del nostro basket e ora, in coppia con Pietro Paolo Godardi, un semipro di Bollengo, si cimenta in queste prove oltre i limiti.
Negli States, dandosi il cambio ogni tot, Cocchini e Godardi hanno sfidato e battuto team formati da 2 o 4 o 8 concorrenti, pedalando per 55 ore no stop (!), senza dormire per più di tre giorni di fila, affrontando temperature estreme nel deserto, con l’aggravante che Pier veniva da un brutto incidente alla schiena occorsogli ei mesi giusto a ridosso all’evento, incidente che aveva condizionato e compromesso buona parte della preparazione. Ma non c’era più tempo per arrendersi o dire di no. In queste condizioni Cocchini ha sfidato sé stesso e la sorte e ha comunque pedalato per 600 km, mentre il suo “teammate” Godardi se n’è sciroppati 800 per poter tagliare vittoriosi il traguardo di Durango, supportati da due auto che hanno supportato l’impresa.
Ma diamo voce a Pier, per farci raccontare in prima persona tutto quello che questa corsa ha rappresentato.
“ Gara folle. Esperienza incredibile!
Bastano davvero poche parole per definire una delle gare di “ultraciclismo” più dure e spettacolari al mondo.
Ma questa è anche una storia di amicizia: ho conosciuto Paolo cinque anni fa, quando ero un ciclista da appena 1.000 km all’anno, mentre lui era già uno da 30.000.
Altro campionato.
Da allora la mia vita da atleta è cambiata: passi alpini, uscite di 6/8 ore, 3 giorni no stop tra Francia e Svizzera, gite invernali in montagna con condizioni proibitive….
Sono salito a 12.000 km l’anno.
Paolo mi parlava sempre di queste mitiche gare in America, visto che è un veterano:
2 Raw concluse di cui una vinta,
2 RAAM ( Race Across America) di cui una conclusa.
Così, un anno fa, abbiamo deciso di iscriverci in formazione “ duo” alla gara.
Ero al picco di forma e molto fiducioso.
Purtroppo, da quel momento… solo problemi fisici con un serio infortunio alla schiena che mi ha bloccato da Natale a maggio.
Zero o pochissimi km per prepararsi: uno stillicidio, tanto che fino a 15 giorni dalla gara non pensavo nemmeno di partire.
Leggevo la preoccupazione negli occhi di Paolo, perché con questa gara non si scherza.
È un percorso bellissimo ma praticamente sempre desertico: 35/45 gradi, un caldo infernale che ti entra nel naso, ti ustiona le braccia, ti piaga le labbra e ti entra nella testa.
Pensi spesso al ritiro durante il percorso.
Il mio esordio è partito dal deserto di Borrego: dopo 5 km pensavo davvero di morire dal caldo!
Fai i conti con te stesso e capisci ancora una volta chi sei e a che livello è la sopportazione al dolore fisico.
Personalmente ho dovuto fare ricorso a tutte le tecniche psicologiche per non smontare dalla sella e finirla lì.
Ci sono molti assortiti problemi ed imprevisti da risolvere lungo il percorso: è fondamentale il lavoro del team che, con due auto, deve assistere in modo totale i due ciclisti, organizzare i cambi, seguire le tracce, non sbagliare strada, gestire alimenti e soprattutto l’acqua.
Inoltre non si dorme mai, una delle due bici deve essere sempre in movimento e strada per arrivare il prima possibile.
Il lavoro del team è fondamentale, senza affiatamento, competenza e resistenza non si arriverebbe alla fine. Non sono sufficienti i ciclisti.
Tutta questa fatica è però ricompensata dai panorami mozzafiato, dall’atmosfera americana, da quelle strade lunghissime, dritte, magnifiche che attraversano un paese immenso e straordinario.
Incredibili gli scenari desertici: la Monument Valley,… le montagne del Colorado.
Una bellezza unica e, a tratti, sconvolgente.
E poi finalmente Durango: l’ultima discesa fatta a 80 km orari; l’arrivo; la fine della corsa.
E per noi, anche la vittoria!
Dopo 55 ore in sella, 70 ore senza dormire, ci mancherà tutto poiché si crea una connessione tra il team particolare, unica.
È il potere della sofferenza, del lavoro ben fatto che unisce come niente altro.”
Grande, Pier!







