
Ci sono giorni in cui le fotografie non servono. O forse sì, ma restano dentro. Chiuse dietro le palpebre, come una pellicola che non si sviluppa mai, ma che ogni tanto si riavvolge da sola e ti colpisce all’improvviso, quando meno te l’aspetti.
Scrivo queste parole seduto a bordo piscina, con i piedi a mollo e la luce calda di luglio che mi scalda la schiena. Fa quel caldo che ti spinge a rallentare anche i pensieri. Sulle orecchie ho le cuffie, e nelle cuffie “Wonderful Life” nella versione di Zucchero.
Ascoltatela anche voi, prima di continuare. Vi farà bene, promesso.
C’è un momento, tra il secondo sorso di birra e l’ultima luce del tramonto, in cui la mente torna dove vuole.
Nel mio caso, torna a Torino, dentro uno stadio Olimpico pieno come un sogno d’estate.
E lì c’è lui: Zucchero. O meglio, Adelmo.
E lì ci sono io, William Bruto, fotografo di concerti, che quella sera ha lasciato la macchina fotografica a riposare prima del previsto.
Zucchero è stata la colonna sonora della mia infanzia. Non lo dico tanto per dire.
Mio padre lo metteva ovunque. In macchina, la domenica mattina mentre preparava la colazione con la moka che fischiava, oppure nei pomeriggi di pioggia, quando metteva su “Oro Incenso & Birra” e ci costringeva a non fare nulla. “Ascolta, Willi,” mi diceva, “ascolta il suono della voce, non solo le parole.”
Io ci ho messo anni a capire davvero cosa volesse dire.
Lo stadio Olimpico, quella sera, sembrava il centro esatto di un abbraccio collettivo. Era come se Torino stessa volesse cantare.
Il palco, stavolta, lo guardavo da lontano.
Mi avevano sistemato vicino al mixer, a una cinquantina di metri. Troppo lontano per i primi piani, troppo vicino per restare distaccato.
Quando ho capito che quella non sarebbe stata la mia serata perfetta da fotografo, ho smesso di lottare.
Ho fatto quello che non faccio quasi mai: mi sono seduto. Ho preso una birra. E mi sono lasciato colpire.
“Così celeste, è questo amore che mi fa sperare…”
Il pubblico ha iniziato a cantare anche prima di lui.
E lì mi è tornata un’immagine nitida: io e mio padre in macchina, lui che batte le dita sul volante e mi fa il coro con la voce roca. Io che fingo di non ascoltare, ma ogni parola di quella canzone ce l’ho tatuata dentro.
È strano. Fotografo concerti da anni, eppure poche volte ho sentito un legame così personale.
Zucchero sul palco non canta solo canzoni. A volte sembra quasi che confessi qualcosa a ciascuno.
Come se ti dicesse: “Ehi, lo so. Lo so com’è andata anche per te.”
E tu gli credi.
Durante Miserere, sul maxischermo sono apparse le immagini di Luciano Pavarotti.
Non ero pronto. Nessuno lo era.
La voce di Adelmo si è intrecciata a quella registrata di Big Luciano, e in quel momento è stato come se il cielo si fosse seduto con noi.
Ho sentito la pelle accapponarsi e gli occhi diventare lucidi.
Ho guardato le mani. Non stringevano la macchina fotografica. Stringevano la birra.
E andava bene così.
A metà concerto, “Diavolo in me”.
Riascoltatela a occhi chiusi. È ruvida, autentica, sporca e sexy come la vita quando non fai finta di niente.
Quando ti butti.
Come quando lasci il backstage, le foto, i doveri… e ti siedi tra la gente.
Lì, in mezzo agli sconosciuti, ho sentito mio padre più vicino di quanto lo avessi sentito da anni.
Come se la sua voce uscisse dal megafono dello stadio.
Come se fosse lui a urlare “Tienimi, che sto per cadere dentro un sogno.”
Zucchero ha suonato per più di tre ore. Senza pause.
E non erano solo canzoni. Erano viaggi. Erano confessioni. Erano fotografie non scattate.
Era l’odore dell’erba d’estate e del sudore felice.
Era lo stadio intero che si stringeva in un unico battito.
Quando è arrivata Il Volo, con quell’attacco così fragile e potente allo stesso tempo, ho capito che quella sera sarebbe rimasta con me.
Che non avrei avuto bisogno di mostrarla a nessuno con una foto perfetta.
Che in fondo, certe emozioni non vanno stampate. Vanno ricordate.
Mi sono alzato solo all’ultima canzone.
Ho bevuto l’ultimo sorso, ho raccolto la macchina fotografica con un gesto distratto e ho lasciato che le note mi accompagnassero fuori.
Non ho guardato indietro.
Perché alcune serate, se le guardi troppo, ti esplodono nel petto.
Ora sono ancora qui, con la musica nelle orecchie e il sole che cala piano.
Vi saluto e vi lascio con “Dune Mosse”.
È una canzone che non dice tutto, ma lascia intuire tutto.
Proprio come certi padri.
Proprio come certi concerti.
Proprio come la fotografia che non scatti, ma che resta lì, sotto la pelle.
E allora, come direbbe Zucchero: “Mi sento bene da star male”






