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venerdì, Marzo 6, 2026

    Considerazioni di un vecchio studioso. Disegni, appunti e memoria visiva

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    Chi ha superato almeno il mezzo secolo di vita e per motivi di studio e di lavoro ha operato, a vari livelli, nell’ambito della storia dell’arte, ricorderà i tempi in cui le immagini delle opere erano disponibili solo in fotografia (con frequenza in bianco e nero), conservate in enormi faldoni nelle biblioteche degli istituti, quando ancora, dalle nostre parti, si palava di “indirizzo artistico-archeologico” e il Dams apparteneva alla fanta-didattica! L’approccio con l’immagine, non solo legata alla storia dell’arte, ma anche all’archeologia, non sempre era un’impresa facile. In tal senso i ricordi sia affastellano e mi riconducono alla biblioteca dell’istituto di cui sopra all’ultimo piano di Palazzo Nuovo, o a quelle di qualcuno dei musei cittadini. Lì a raccogliere centinaia di pagine fotocopiate – in qualche caso si fotocopiavano anche le fotografie – di libri, cataloghi e di riviste non sempre di facile reperimento. Una fatica oggi inimmaginabile nel Paese di Bengodi costituito dalla Rete, dove le immagini, a uso didattico, accelerano e facilitano il processo di conoscenza, rendendo possibili – con l’ausilio di programmi grafici – acrobazie iconologiche impossibili sulle fotografie 18×24 e dalle riproduzioni presenti nei libri.
    Ciò che consente internet conduce a risultati straordinari, quasi una magia per chi ha vissuto un’epoca che se non proprio si può definire paleolitico, quantomeno età dei metalli: un riferimento che rende abbastanza l’idea.
    Ma ci furono tempi ancora più difficili: basti pensare a cosa doveva essere il lavoro di storici dell’arte, archeologici, naturalisti, ecc., prima della fotografia…
    E poi anche oltre 1839, anno dell’ufficializzazione della grande scoperta di Louis Daguerre (1787-1851), lo studio continuerà a non essere facile, fino a quando non iniziò a diffondersi la stampa illustrata. In mancanza di tali supporti, gli storici dell’arte dovevano affidarsi a una notevole memoria visiva, agli appunti e agli schizzi: basti qui ricordare la titanica impresa di Johann Winckelmann (1717-1768).
    I più fortunati avevano occasioni per viaggiare seguendo gli epigoni della moda del Gran Tour, e quindi la possibilità di vedere direttamente le opere d’arte: a questo approccio si affidarono tantissimi studiosi che, per esempio, hanno una figura di riferimento in John Ruskin (1819-1900).
    Se andiamo più avanti nel tempo, dobbiamo ricordare una grande conquista per le dinamiche di studio e didattiche soprattutto: la diapositiva. Le prime erano in vetro e qualcuno le definiva “filmine”, antesignane del power point & C.
    Ritornando ai supporti cartacei, a cui molti della mia generazione sono legati con un inscindibile cordone ombelicale, ricordiamo che l’inizio dell’epoca dei cataloghi d’arte – strumento fondamentale di lavoro – risale alla metà del XIX secolo. Era ancora un sistema arcaico di diffusione dell’immagine d’arte che, come ben sappiamo, andò via via raffinandosi anche in relazione ai nuovi mezzi chimico-fisici adottati nelle ripresa e stampa (albumina, collodio, gelatina con sali d’argento).
    Le immagini così ottenute, all’inizio, erano incollate manualmente alle pagine dei libri/cataloghi: procedimento che continuò fino a quando migliorarono le tecniche di stampa tipografica in bianco e nero e poi, solo un bel po’ di tempo dopo, a colori.
    Senza dubbio le pubblicazioni con la riproduzioni fotografiche hanno fornito un apparato fondamentale allo studio dell’arte, determinando una rivoluzione copernicana, poiché con tali innovazioni di stampa, l’arte diventava accessibile a un sempre crescente numero di persone, molte delle quali non avrebbero mai avuto modo di fruirla direttamente.
    Il nuovo grande privilegio sul piano della trasmissione di conoscenza ha alimentato la critica di Walter Benjamin (1892-1940), secondo il quale l’opera d’arte riprodotta fotograficamente perderebbe l’aura, presente solo nell’originale. Ma questo è un altro argomento e non entriamo nel merito.
    In ogni caso la riproduzione ha consentito di estrapolare particolari dalle opere, offrendo una visione che in più occasioni era migliore di quelle possibili anche al cospetto dell’originale. Basti pensare a quando vi sono condizioni di luce precarie, oppure le fotografie sono consentite senza l’ausilio di illuminazione artificiale, o le opere sono collocate in aree difficilmente accessibili.
    Qualcuno ha detto – forse evocando Benjamin – che la riproduzione fotografica di un’opera d’arte, se posta a confronti con l’originale, suscita emozioni analoghe a quelle provate davanti a un animale imbalsamato. Sarà anche vero – certamente non per tutti – ma è innegabile il ruolo culturale svolto da queste riproduzioni, a tutti i livelli, fino a quello scientifico.
    Uno studente d’arte di oggi, sorretto da un patrimonio visivo mediatico sconfinato, non riesce neppure a immaginare lo sforzo fisico e mentale richiesto alle generazioni precedenti per lo studio in assenza di contatto diretto con gli originali.
    Nella nostra società tutto è a portata d mouse, quindi non sembra possibile che solo qualche decennio fa la realtà fosse molto diversa. Oggi siamo troppo viziati dalla comodità della Rete, la quale ci consente di reperire qualunque cosa, di effettuare sintesi e soprattutto darci risposte immediate: una vita comoda senza dubbio. Ma siamo certi che tutta questa comodità non abbia un costo in termini di conoscenza?

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