La nascita e la costruzione degli insediamenti che avrebbero fondato il nucleo principale degli Stati Uniti d’America avvenne tra il 1606 e il 1732 e si realizzò in forme diverse. I primi insediamenti vennero autorizzati da re Giacomo I d’Inghilterra attraverso il rilascio di concessioni, denominate patenti, alla Compagnia di Plymouth e a quella di Londra. La fondazione delle colonie incontrò spesso difficoltà, dovute sia all’inesperienza dei coloni a coltivare i nuovi territori, sia alla fame, alla carestia e alle malattie che incontrarono. Inoltre ogni colonia ebbe le sue peculiarità nella formazione. A esempio la fondazione del Maryland fu un’impresa di tipo privato, organizzata dal cattolico Lord Baltimore, che nel 1632 ottenne da re Carlo I la concessione di un vasto territorio. Il Massachusetts, invece, venne creato da un gruppo di pellegrini puritani desiderosi di stabilire una comunità sulla rigida osservanza della loro dottrina religiosa. L’intolleranza però delle autorità coloniali spinsero alla fuga il predicatore Roger Williams e Anne Hutchinson, che furono i fondatori del Rhode Island e del New Hampshire. Nel 1681 nacque la Pennsylvania dalla cessione del territorio da parte di Carlo II a favore del figlio del defunto ammiraglio William Penn come pagamento di un debito. Il rapporto tra Londra e le colonie americane fu per lungo tempo distaccato e informale. L’Inghilterra versava in grossi problemi interni che sfociarono in una serie di sanguinose guerre civili, dal 1642 al 1660, e che non permisero un’attenzione particolare alla situazione coloniale.
A partire dal 1650 vennero promulgate leggi che spingevano nella direzione di un maggiore controllo dei traffici commerciali e dell’utilizzo delle tratte di navigazione verso le colonie. Niente di particolarmente nuovo veniva attuato, piuttosto era il tentativo di gettare le basi di una relazione tra madrepatria e colonie in una forma di politica mercantilistica. In questa visione, le colonie rappresentavano una fonte di approvvigionamento delle materie prime e dei prodotti locali e allo stesso tempo erano un mercato nel quale destinare le merci prodotte in patria.
Se all’inizio questa stretta non si rilevò troppo rigida, le cose iniziarono a cambiare al termine della guerra dei “Sette anni”, quando gli Inglesi, vittoriosi sulla Francia, si trovarono di fronte a problemi che finirono per coinvolgere le colonie nordamericane. Da una parte, Londra dovette riorganizzare i possedimenti visto che si aggiunsero quelli dell’ex Canada francese; dall’altro, le imponenti spese sostenute durante il conflitto avevano quasi prosciugato le casse dello stato britannico. Ciò portò quindi a un giro di vite sul controllo dei mercati coloniali e all’emanazione di atti, dallo Stamp Act del 1765, ovvero l’obbligo di applicare un bollo su documenti, giornali, manifesti e pubblicazioni in generale, al celeberrimo Tea Act del 1773, con il quale il governo di Londra permetteva alla Compagnia delle Indie Orientali di vendere il proprio tè direttamente nelle colonie. Quest’ultimo atto spinse un gruppo di coloni di Boston a attaccare le navi ancorate nel porto piene del tè delle Indie e di buttare il carico a mare. L’episodio fece precipitare la situazione, tanto che Londra emanò disposizioni punitive, i Coercive Acts, che però ebbero l’effetto di compattare il fronte coloniale e far iniziare la ribellione dei coloni. Il primo assaggio della guerra si ebbe con un’azione delle truppe inglesi, inviate a Concord per requisire armi che i ribelli avevano raccolto che, però, fallì. Il Congresso coloniale riunitosi a Philadelphia decise di costituire un esercito di circa ventimila uomini, affidandone il comando a George Washington, un agiato proprietario terriero. Nonostante questo esercito subì sconfitte importanti in Canada e a Lexington, riuscì a infliggere pesanti perdite tra le file inglesi.
Nel corso della primavera del 1776, uno dopo l’altro i rappresentati delle colonie votarono a favore dell’indipendenza e il 4 luglio venne ufficialmente proclamata la nascita degli Stati Uniti d’America. L’esercito guidato da Washington subì dure sconfitte, alternate però da vittorie che infusero coraggio e speranza tra le file delle sue truppe. Si può affermare che dal 1777 l’intero territorio coloniale era ormai una regione ostile al contingente inglese, proprio come un paese nemico. Inoltre, le diserzioni avevano ridotto l’organico dei Britannici a meno di cinquemila uomini, mentre gli Americani potevano contare su dodicimila volontari e cinquemila soldati. Il 17 ottobre, a Saratoga, il comandante inglese Burgoyne dovette arrendersi e questa vittoria delle colonie rappresentò un vero spartiacque per gli esiti della guerra. La Francia, che fino ad allora era rimasta a guardare, intervenne a favore dei coloni e nel 1779 anche la Spagna appoggiò i rivoltosi americani. Questi interventi stranieri al conflitto, seppur poco influenti dal punto di vista strettamente militare, ebbero come effetto quello di costringere gli Inglesi a posizioni maggiormente difensive. Nel frattempo il fronte si era spostato verso sud e l’epilogo della guerra era ormai alle porte dal momento che l’esercito inglese non riusciva a ottenere una vittoria netta sulle forze ribelli.
Nel 1781, a Yorktown, una manovra dell’esercito franco-americano costrinse le truppe inglesi alla resa. Era il 19 ottobre e sebbene l’indipendenza sarebbe stata riconosciuta formalmente dall’Inghilterra solo il 3 settembre 1783, la storia degli Stati Uniti d’America poteva dirsi iniziata.
La nascita di una nazione: gli Stati Uniti d’America
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