
Le belle storie, quelle che parlano di un’umanità fatta di incontri e solidarietà, occorre spesso andarle a cercare. Se ne stanno nascoste nella normalità della vita quotidiana ma ci raccontano che la porta dell’indifferenza può essere oltrepassata. Questa non è solo la storia di Bakary Diarra, uno dei profughi che hanno trovato a Caselle ospitalità, ma anche quella di una comunità che ha saputo farsi famiglia.
“Da dove inizio a raccontarti la mia storia? – esordisce Bakary- Ho 28 anni ma la mia vita è divisa in due, fino a 14 anni ho vissuto con la mia famiglia in Mali, poi ho deciso di partire per cercare un lavoro e una vita migliore ed è nata la mia seconda vita. Il mio scopo era racimolare i soldi per andare in Libia e poi trovare il modo per arrivare in Europa. All’inizio sono andato in Costa d’Avorio dove ho lavorato come manovale, sono rimasto lì per due anni così da avere il denaro per fare il passaporto in Mali. Poi sono ripartito questa volta per l’Algeria dove ho lavorato qualche mese, il tempo di guadagnare i soldi per raggiungere la Libia. Servivano 300 dollari per essere trasportato fino al confine, dopo ho proseguito a piedi. Quando sono arrivato ho subito capito che sarebbe stato difficile, non era come avevo immaginavo, non trovavo nessuno che mi aiutasse. Per fortuna ho incontrato un mio connazionale che si è offerto di ospitarmi per dormire, ho lavorato come muratore: faticavo tanto dalle 6 di mattino alle 6 di sera per una paga di 50 dinari al giorno, poco meno di 8 euro. Intanto mettevo i soldi da parte: servivano 700 dinari ( circa 110 euro) per partire, io ne avevo solo 500 ma alla fine li hanno accettati lo stesso. Una volta consegnata la cifra ho dovuto aspettare un mese in un luogo lontano da Tripoli, un posto che voglio dimenticare. L’attesa è stata pesante, eravamo più di 100 persone, non c’era cibo e bevevamo l’acqua del mare per dissetarci, avevo 17 anni e la mia paura era quella di affrontare un viaggio molto duro ed essere rispedito indietro all’arrivo. La mia unica speranza era di arrivare in un luogo che mi accogliesse. Quando ci hanno detto che era il giorno della partenza e ho visto il gommone, ho avuto paura: il mare era agitato, le persone erano addossate l’una all’altra e io non volevo più salire. Ma in quei momenti non si possono avere dei ripensamenti, mi hanno picchiato e obbligato a partire, ho ancora i segni sulla schiena che me lo ricordano. Mi sono fatto forza e sono salito, eravamo in 120 sul gommone: io ero piccolo, basso di statura, volevano che mi sedessi ma temevo di venire schiacciato dalla calca delle persone così sono rimasto in piedi un giorno e una notte. Con me avevo solo una felpa e un paio di scarpe, il passaporto l’avevo nascosto bene per non perderlo. Ricordo il pianto incessante della donna incinta che era vicino a me. È stato un viaggio interminabile, faceva paura vedere le onde alte del mare, ma siamo arrivati al porto di Lampedusa. Quando sono sceso, per prima cosa ho provato a camminare perché le gambe non le sentivo più. Dopo essere stato soccorso ed identificato, ho trascorso un giorno al centro d’accoglienza poi, in quanto minore, sono rientrato nel Progetto Tenda, gestito da una cooperativa di Torino che si occupa dell’inserimento lavorativo e sociale di persone rifugiate e non solo. L’indomani, insieme ad un altro gruppo di rifugiati, sono salito sul pullman con destinazione Piemonte. Io ed un altro ragazzo siamo scesi a Torino, dove, per circa un anno, siamo stati accolti e ospitati dagli operatori del progetto. Ho potuto usufruire di un percorso di formazione ed accedere ad una borsa-lavoro che mi permetteva di lavorare per tre mesi con possibilità di rinnovo dopo un mese e anche di percepire un piccolo stipendio. Torino mi è piaciuta da subito, appena l’ho vista ho esclamato: – Che bella città! –
Per prima cosa ho frequentato la scuola per imparare l’italiano. Mi piaceva molto studiare perché al mio paese non l’ho potuto fare e poi ho imparato il mestiere che svolgo ancora adesso: quello del decoratore. Quando ho compiuto 18 anni ho dovuto lasciare la cooperativa e iniziare a rendermi autonomo; proprio in questo periodo sono arrivato a Caselle ospite di Don Claudio insieme ad altri due ragazzi africani: Mohamedi e Mohamadu. Sono tante le persone che mi hanno aiutato e mi hanno fatto sentire subito in famiglia, a ognuno di loro devo dire grazie: innanzitutto Don Claudio che mi ha ceduto la sua casa; Maria Grazia, la mia seconda mamma che mi ha accolto e pure sgridato come un figlio; Achille e Bruna, che mi hanno affiancato nella quotidianità per qualsiasi esigenza; Angela che tutti i giorni veniva da me per insegnarmi l’italiano; Alessia che mi ha fatto conoscere le norme igieniche e sanitarie indispensabili; Franco con cui ho imparato un po’ d’inglese. E poi ho incontrato Giuseppe, un impresario casellese che mi ha permesso di lavorare prima come apprendista e poi, nel 2022 mi ha assunto come decoratore con contratto a tempo indeterminato. Sono davvero grato a lui e anche orgoglioso del mio lavoro, certo mi piacerebbe tornare a studiare per migliorare ancora, intanto ho conseguito il diploma di terza media. Sono un tipo allegro e socievole così ho fatto subito amicizia coi ragazzi dell’oratorio. Mi piace giocare a pallone e faccio parte della squadra Don Bosco, dove gioco col ruolo di attaccante. Grazie al mio lavoro e alle persone che mi hanno accolto sono riuscito ad avere una casa per conto mio e ho pure acquistato una macchina che mi ha reso più autonomo. Sono ormai 10 anni che vivo a Caselle, quindi mi sento un vero casellese, anche se non sono ancora cittadino italiano e, ogni due anni, devo andare a Roma, dove si trova il Consolato del Mali, per rinnovare il permesso di soggiorno. Nel 2021 e nel 2024 sono tornato nella mia terra a trovare la mia famiglia. In Mali vivono i miei genitori e cinque tra fratelli e sorelle. Un altro fratello abita in Libia, anche lui avrebbe voluto venire in Italia ma, dopo vari tentativi non riusciti, ha rinunciato. Loro sono orgogliosi di me, mia madre vorrebbe che tornassi ma ora la mia “seconda” vita è qui, a Caselle.”
Maria Grazia è la “mamma” italiana di Bakary, è parte di quella piccola ed operosa comunità che si è resa da subito disponibile ad accogliere ed aiutare concretamente Baky e non solo.
“Nel 2015 – ricorda Maria Grazia – molte diocesi torinesi furono chiamate a offrire ospitalità ai tanti rifugiati provenienti da Lampedusa. Quando ci venne prospettato l’arrivo di tre ragazzi, don Claudio decise di cedere ai nuovi ospiti, le stanze in cui viveva in Via Guibert. Io, insieme ad altri volontari, avevo dato la mia disponibilità a seguire i ragazzi: quando ce li hanno presentati, abbiamo fatto visitare loro l’appartamento facendo notare che, essendo quello di un sacerdote, alle pareti erano appesi un crocifisso e delle immagini sacre che facevano parte della nostra fede cristiana. Pur essendo musulmani non hanno avuto nulla da obiettare anzi, hanno voluto visitare la chiesa, si sono incuriositi al suono delle campane e hanno chiesto informazioni sulle nostre feste religiose. Sono stata una “mamma “molto presente ma anche severa: ho insegnato loro a cucinare e a fare le pulizie di casa, perentoria sull’importanza di ordine e pulizia nel bagno e nella cucina che erano le stanze che avevano in comune. Certamente ricevere delle direttive da una donna ha rappresentato per loro un’inaspettata novità. Sono state tante le persone che hanno collaborato con mansioni diverse, compreso chi, magari in forma anonima, ha contribuito alle spese per il loro mantenimento. Li abbiamo assistiti nella quotidianità e per me sono stati come dei figli adottivi. Oltre a Mohamedi e a Mohamadu, sono arrivati, in un secondo momento, anche due ragazzi asiatici, Sardà e Mohin che sono rimasti con noi poco tempo perché hanno voluto partire per l’Inghilterra, dove avevano dei parenti. Sono andati a Calais, in Francia e da lì, legati sotto le ruote di un tir, sono arrivati in Inghilterra. Per un certo periodo abbiamo ospitato anche John, un ragazzo africano che era in grosse difficoltà per il trauma subito durante la sua permanenza in Libia dove era stato costretto ad amputare le mani ad un suo amico. Mi scendono ancora le lacrime al pensiero di una tale malvagità. Per fortuna ci sono anche storie a lieto fine come quella di Mohamadu che per lavoro si è trasferito a Torino dove vive insieme alla moglie che ha avuto il ricongiungimento. Da qualche mese, anche Mohamedi, sempre per ragioni lavorative, ha dovuto, suo malgrado, spostarsi a Torino, ma è stato duro per lui lasciare Caselle perché questa per lui era la sua casa!”
“Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire ponti e non muri”
(Don Andrea Gallo)
La storia di Bakay Diarra : “Ora la mia “seconda” vita è qui, a Caselle!”
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