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venerdì, Gennaio 23, 2026

    Ottant’anni dall’atomica di Hiroshima


    Gli uomini che portarono a termine l’operazione sono stati gli esecutori di un progetto cominciato sei anni prima, quando il fisico Albert Einstein propose al presidente Roosevelt, di fabbricare una bomba, di straordinaria potenza, fondata sul principio di scissione dell’atomo. Quel progetto, capace di cambiare le sorti dell’umanità, trovò subito l’approvazione dalla Casa Bianca. Il 12 aprile 1945, Roosevelt morì e gli succedette Harry Truman (che non sapeva nulla di quel progetto, costato più di 1 miliardo di dollari). Gli stessi scienziati che la studiarono erano incerti sul quando e come utilizzarla. Il Giappone era un osso duro. Qualcuno propose di avvertire i Giapponesi, di sgomberare un’area concordata, per dimostrare clamorosamente la potenza dell’ordigno e convincerli alla resa. Harry Truman invece decise che la bomba doveva essere lanciata su una città giapponese, se il Giappone non avesse ceduto. Dubbi morali? Quali? Avrebbe potuto fare di peggio questa bomba, dopo cinque anni di guerra e milioni di morti? L’ultimatum scadde il 2 agosto; malgrado il Giappone fosse già in ginocchio, non intendeva arrendersi. Il 5 agosto 1945, al calar del sole, Little Boy (la bomba) venne sollevata e posizionata nel portellone di Enola Gay (un Boeing B29 U.S.A.A.F.). Gli uomini dell’equipaggio avevano un’idea precisa di ciò che si preparavano a eseguire, ma non su quale sarebbe stata la loro sorte. Il mattino del giorno 6 agosto Hiroshima stava lentamente svegliandosi e non immaginava assolutamente nulla di ciò che stava per accadere. Enola Gay era sulla rotta, alcuni operai erano già al lavoro, mentre i bambini piagnucolavano perché non volevano abbandonare il letto. Non si sa con certezza quanta gente fosse presente in città, perché la guerra aveva provocato dei flussi in entrata e in uscita, ma si stima da 300.000 a 490.000. Una moltitudine di sbandati, spinta dalla fame, dalla disperazione e dalla paura, scampati miracolosamente ai precedenti bombardamenti. Era un mattino meraviglioso, le strade invase da gente frettolosa, i bimbi andavano a scuola. Nessuno dei dodici componenti dell’equipaggio dell’aereo si sentì mai individualmente responsabile mentre stava per avvenire un tremendo atto criminale, ebbero soltanto paura che l’aereo non sopportasse l’onda d’urto dello scoppio. Alle ore otto, quindici primi e diciassette secondi si aprirono i portelli di sgancio e 4.5 tonnellate di bomba, all’uranio 235, scesero verso la città. Poi Enola Gay fuggì con tutta la potenza dei suoi motori. Alle ore otto, sedici primi e otto secondi Little Boy si disintegrò: un sole artificiale provocato dall’uomo si accese sulla terra e si espanse sino al limite dei quartieri più periferici della città. Hiroshima si trasformò in un lago di magma ardente, sul quale il sole non splendette più, la nube a forma di fungo lo offuscò. Il centro della città venne spazzato in un sol colpo, polverizzato dall’immane pressione. Ressero, per puro caso, qua e là alcuni muri. Quindi scese la notte atomica. In quello stesso istante finirono di esistere almeno 30.000 persone senza alcuna sofferenza. Rimasero solo ombre di uomini, donne, bambini, cavalli, cani, polli e farfalle. Ombre di spettri. Spettri, ma per assurdo fortunati. Altri 50.000 morirono pochi secondi dopo, letteralmente ridotti in cenere. Alcuni corpi vennero risucchiati verso l’alto nella colonna di vapore, fumo e polvere che salì per 17 km., e poi la pioggia di scorie radioattive calò come un triste sudario. Lo storia del pianeta non aveva mai visto niente di più mostruoso e agghiacciante; per molti l’atrocità non durò minuti, né ore, né giorni, ma molti anni. Hiroshima venne rasa al suolo e orribili mostri si aggiravano fra le macerie, figure che si trascinavano vaneggianti con gli abiti e le epidermidi a brandelli. In totale forse i morti furono più di 240.000. Hiroshima inaugurò un’era nuova alla quale l’umanità non era preparata. Divenne un simbolo e un monito, scritto col fuoco, sulle sue miserabili ceneri. Tutto quanto non bastò al Giappone per dichiarare la resa e non bastò agli USA, perché un secondo ordigno era già pronto. L’altro esperimento si doveva fare, perché la carica non era all’uranio ma al plutonio e la potenza distruttiva era pressappoco uguale. La città scelta stavolta fu Nagasaki, un po’ più a sud. La bomba venne battezzata Fat Man (uomo grasso) perché aveva una forma tondeggiante. Gli abitanti di Nagasaki erano allora circa 250.000. Alle 11 del 9 agosto 1945 lo scoppio di Fat Man fu terrificante quanto quello di Little Boy. La cronaca di ciò che successe a terra fu altrettanto simile: i morti furono 60.000 o forse 80.000. La firma su quelle due azioni non ce la mise un dittatore pazzoide di uno Stato senza controllo, ma il presidente degli Stati Uniti d’America. Mentre scrivo si sta attaccando militarmente un Paese che si sospetta che voglia dotarsi dell’atomica; una guerra basata sul sospetto. Ma quei Paesi che né posseggono migliaia, oggi molto più potenti delle due in questione, non li attacca nessuno. Il più forte è immancabilmente il più prepotente e ha la presunzione di dominare il mondo.

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    Ernesto Scalco
    Ernesto Scalco
    Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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