PIAZZE AMICHE L’articolo che riprendiamo in questo numero di Piazze Amiche fu scritto, tre anni fa, dal professore Gabriele Di Francesco, per essere pubblicato sul giornale di Palma Campania Il Foglio. Lo riprendiamo, grazie al permesso di quella Pro Loco, editrice del giornale, sia perché si avvicinano gli 82 anni dalla cosiddetta “Fuga di Pescara”, una brutta pagina della nostra storia recente, sia per ricordare con affetto il Professore, venuto a mancare l’anno scorso.
Se, un mattino, il re bussa alla tua porta
Donna Maria Antonietta d’Alife Gaetani dell’Aquila D’Aragona (1881-1959), figlia del senatore Nicola Gaetani d’Alife, per 33 anni presidentessa della Croce Rossa, era una delle signore più colte e più spigliate della società partenopea. Aveva sposato, nel 1899, Giovanni De Riseis, rampollo di una famiglia napoletana di pari nobiltà, principe di Satriano, barone di Crecchio, duca di Bovino, ecc., uno dei più appassionati viaggiatori del ‘900. Scrisse libri e diari dei suoi viaggi in Asia, in Giappone, nel Caucaso e nell’Asia Centrale, in India e in Armenia. Ma il Duca di Bovino era anche un uomo politico molto in vista: fu il primo podestà di Napoli, dal 1930 al 1932, quindi senatore dal 1934 e anche amministratore della Provincia di Chieti.
La storia tutta abruzzese che ci riporta all’attenzione questa nobilissima famiglia è degna della sua grandezza, ma al contempo ne segnò le sorti ottant’anni fa, travolta dagli esiti di un armistizio e della conseguente fuga del re e della corte da Roma.
Nella cronaca e nella vita abruzzese gli eventi assumono un tono singolare.

Alle 10,30 del 9 settembre del 1943 Donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino, dama di palazzo della regina d’Italia, vide giungere, nel suo castello di Crecchio, in provincia di Chieti, Vittorio Emanuele III, accompagnato dalla consorte Elena del Montenegro, dal principe ereditario Umberto, da Badoglio ed alcuni alti ufficiali della corte. Fu l’ultima tappa nella cosiddetta Fuga di Pescara, all’indomani della dichiarazione d’armistizio con gli anglo-americani. Gli eventi sono noti. I reali avrebbero dovuto raggiungere l’aeroporto di Pescara e volare verso Brindisi, sfuggendo così alle rappresaglie tedesche. Le cose non andarono così e il soggiorno della corte a Crecchio si prolungò fino al calar del giorno, quando i reali e il seguito raggiunsero Ortona e si imbarcarono sulla corvetta Baionetta in direzione di Brindisi.
Si trattò di «un viaggio massacrante che era iniziato alle 5,10 del mattino dalla Capitale già minacciata dalle prime colonne tedesche (…). A Crecchio la piccola autocolonna giunse verso le 10,30. Il principe [Umberto, ndr] scese dalla macchina e, accompagnato dal suo ufficiale di ordinanza, maggiore Campello, si incamminò verso il vialone che conduceva al castello dei duchi di Bovino. Due ragazzi stavano giocando. Campello, che conosceva benissimo i duchi perché donna Antonia era stata amica di sua madre, li riconobbe: erano Giovanni e Luigi Cafiero, nipoti dei proprietari del Castello. Li chiamò e disse a loro: «Correte ad avvisare la nonna che c’è sua Altezza, i due ragazzi sgranarono gli occhi, osservarono per un attimo il Principe di Piemonte, poi scapparono a gambe levate, chiamando forte: Nonna! Nonna! (…) Donna Antonia apparve sul portone. Era ancora in vestaglia e per poco non svenne dall’emozione. Si chinò, con un inchino come solo a Corte si usava fare e bisbigliò: “Altezza Reale quale onore”. Umberto di Savoia baciò la mano alla anziana nobildonna (la duchessa aveva a quell’epoca 62 anni) e disse piano, quasi sottovoce «Sono successe brutte cose; ci sono anche mio padre e mia madre». Donna Antonia De Riseis parve aver perduto improvvisamente la parola (…) Un attimo dopo la nobildonna napoletana correva incontro alla sua Regina. Le due Signore si scambiarono un lungo affettuoso abbraccio. Alle 10 e 45 di quell’agitato mattino di settembre gli ospiti di donna Antonia erano saliti a 50. Non è questa la sede per un esame storico o per valutazioni politiche circa gli avvenimenti di quei giorni a Crecchio, né sulla fuga dei Savoia. Interessa soltanto metterne in luce alcuni aspetti con sguardo quasi socio-antropologico sulla base di alcune memorie d’epoca riportate in volumi, ma anche registrate su alcuni canali social, che riportano giornalisticamente le versioni di anziani testimoni.
Nei documenti citati si riporta lo scompiglio provocato dalla vile fuga non soltanto nel castello, ma anche tra gli abitanti del piccolo paese. Qualcuno aveva gridato: «Ci sta lu Re! Viva lu Re! Ben presto però gli altri avevano osservato: Poveri noi fra poco avremo sulla testa gli aeroplani alleati, avremo alle costole le SS di Hitler! Mo’ arrivano le bombe!». La duchessa offerse un po’ di biancheria e una vestaglia alla Regina, visto che la macchina della Real Casa che trasportava le valigie dei Sovrani si era persa subito dopo Tivoli, poi pensò al pranzo preparando tre turni. Intanto il monsù Felice Aquilino Beneduce, il fattore Sebastiano Falconi e le domestiche Fiorentina e Rosaria si davano da fare per preparare il pranzo per tutta quella gente. Secondo i resoconti dei testimoni vennero ammazzati una trentina di polli e messo sul fuoco un enorme pentolone.
Pare che il re e Badoglio mangiarono di buon appetito e che Vittorio Emanuele tessé le lodi del pranzo elogiando il pane: «Era tanto tempo», disse, «che avevo voglia di mangiare del pane casareccio. Questo poi è proprio buono. Ed eccellente è anche questo pollo (…) L’elogio del Sovrano venne udito dalla cameriera Fiorentina che serviva a tavola e immediatamente riferito a don Alfredo, il vecchio cuoco napoletano. Don Alfredo si commosse fino alle lacrime e ad un certo momento fece capolino in sala da pranzo facendo inorridire di sdegno donna Antonia e destando l’interesse di tutti. Don Alfredo si mise il suo berrettone bianco e piangendo disse al Re: “Maestá, scusatemi, chisto è ‘o jorno cchiú bbello a’ vita mia!”. Il Re sorrise» (Giorgio Pillon, cit.).
Le cronache dell’epoca descrivono la partenza dei reali da Crecchio verso Pescara con le lacrime di donna Antonia in un clima triste di addii, ma ricordano anche il loro conseguente ritorno, la successiva cena cui i Sovrani non parteciparono e la definitiva partenza alle dieci di sera per salpare dal porto di Ortona a mare.
Gli ufficiali aiutanti di campo cercarono invano di convincere Umberto di Savoia a tornare a Roma, nella consapevolezza che la fuga era assai disonorevole e avrebbe comportato la perdita di credibilità politica della casa reale. Anche donna Antonia prese coraggio suo malgrado, e tentando di baciare una mano al principe, disse con le lacrime agli occhi: «Altezza Reale io l’adoro e Vostra Altezza lo sa. Ma torni a Roma…». Il principe fu irremovibile: «In casa Savoia si regna uno per volta. Noi dobbiamo ubbidire agli ordini del Re».
Alla luce delle fiaccole di fortuna accese nel cortile il corteo delle auto si avviò, mentre gli abitanti del borgo in confusione, convinti che quella fiaccolata avrebbe finito per richiamare aerei nemici, fuggivano per i campi, e forse tutti coscienti di aver assistito ad uno degli ultimi atti di Casa Savoia e del Regno d’Italia.
Per aver ospitato i Savoia nella fuga dopo l’otto settembre, ma anche per i suoi legami con il Fascismo il duca di Bovino fu dichiarato decaduto da senatore e da ogni altra carica pubblica. I beni della famiglia in Abruzzo furono confiscati; il castello di Crecchio bombardato e ridotto a un cumulo di macerie. Recentemente restaurato, ospita oggi il Museo dell’Abruzzo Bizantino e Alto-Medioevale.
[1] Giorgio Pillon, I Savoia nella bufera. Parlano i testimoni, 1a ediz. Il Borghese, 1972.







