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E soprattutto, fate tanti Barbieri!”, disse Beethoven a Rossini durante il loro incontro a Vienna nel 1822.
Una visita di cui si sa poco, perché i quaderni di conversazione di quell’anno furono praticamente eliminati da quella specie di segretario di Beethoven, Anton Schindler, che li aveva ereditati. Ne resta il resoconto che Rossini stesso fece tanti anni dopo parlandone durante un incontro con Wagner. Trovatosi a Vienna per darvi la sua “Zelmira”, il grande pesarese, con l’intercessione di Antonio Salieri e l’abate Carpani come interprete, riuscì ad incontrare il grande bonnese.
Uno scambio di frasi di reciproco apprezzamento da cui risulta come Beethoven (che aveva letto la partitura del “Barbiere” e ne era rimasto favorevolmente impressionato) ammirasse la scrittura rossiniana, pur ritenendo, a torto, che i maestri italiani potessero emergere solo nell’ambito della commedia o dei testi buffi. Il trentenne Rossini a quell’epoca aveva già alle spalle molte e importanti opere serie, dal Tancredi alla Semiramide all’Otello, sconosciute o poco considerate in ambito germanico, dove un latente nazionalismo musicale temeva la “colonizzazione” del gusto del pubblico in direzione italiana. Così i due mondi, che spesso avevano camminato affiancati, stavano adesso facendosi inconciliabili. Rossini desiderava con tutta l’anima di “conoscere quel grande genio, fosse anche vederlo per una sola volta”, e quando gli si trovò davanti gli espresse tutto l’apprezzamento e l’ammirazione per tanta grandezza. Beethoven scosse il capo: “Oh, un infelice!” fu la sua semplice risposta; dopo di che, già sulla porta per salutarsi, in un misto d’italiano e francese ancora gli ripeté l’augurio di scrivere “tanti Barbieri”.
A dire il vero quest’opera buffa che nel 1822 era già mitizzata come il più perfetto esempio di comicità all’italiana, alla sua prima esecuzione non aveva ricevuto una buona accoglienza, anzi era stato un fiasco. In tale circostanza ne erano capitate di tutti i colori. Ecco come andò.
Un incendio aveva colpito il Teatro San Carlo di Napoli (dove Rossini stava cogliendo i suoi più grandi successi) rendendolo indisponibile, per cui egli si trasferì a Roma, al Teatro Valle, dove veniva data la sua opera semiseria “Torvaldo e Dorlinska”. Utilizzando Cesare Sterbini, cioè lo stesso librettista del “Torvaldo”, che era piuttosto abile nei soggetti brillanti, Rossini accettò l’invito di un altro teatro romano, il Teatro Argentina, per un’opera da darsi… dopo un mese!
La scelta della pièce di Beaumarchais “Il Barbiere di Siviglia” fu casuale, forse dovuta al fatto di avere nel cast un tenore sivigliano, Manuel Garcia, che si voleva onorare con un’ambientazione sivigliana. Ma oltre alla rivalità innescata fra i due teatri, Valle e Argentina, che si accapigliavano, un ulteriore ostacolo era noto a tutti: che già esisteva un’opera con lo stesso titolo, quella che Giovanni Paisiello aveva scritto nel 1782 per la zarina Caterina e che da più di trent’anni girava in tutt’Europa con grande e meritato successo. Riprendere lo stesso testo sembrava una mancanza di riguardo, per cui il titolo fu cambiato in “Almaviva, o l’inutile precauzione”. Questo però non quietò i sostenitori di Paisiello – fra cui dicono ci fosse anche Paolina Borghese -, i quali inscenarono clamorose gazzarre per far cadere l’ “Almaviva”.
Ecco perché questo capolavoro – che Rossini si vantava di avere scritto in venti giorni – alla sua storica prima del 20 febbraio 1816 andò incontro a incidenti di scena d’ogni tipo e genere. Basilio scivolò, cadde, e dovette cantare la “Calunnia” col naso sanguinante, la chitarra di Almaviva risultò con le corde rotte, a un certo punto un gatto attraversò di corsa, miagolando, l’intero palcoscenico… Tutto ciò mentre il pubblico rumoreggiava, quasi azzuffandosi.
Ma dopo questo flop chiaramente pilotato, già qualche mese dopo l’opera aveva iniziato il suo percorso trionfale. La superiorità della versione rossiniana si impose su quella, pur gradevolissima, di Paisiello, che da quel momento restò oscurata. Anche grazie all’abilità del libretto di Sterbini, capace di descrivere i personaggi nella loro essenzialità, il compositore trovò ciò di cui aveva bisogno: movimento, sintesi, ritmo portato fino all’esasperazione meccanica, comico grottesco toccante elevazioni mai viste prima. Nelle arie, nei duetti, ma soprattutto nei grandi concertati finali, il piacere tutto rossiniano per il gioco raggiunge qui il calore bianco.
Londra, Parigi, Vienna… entro pochi anni la fama del Barbiere era già alle stelle dovunque. Ed a Vienna, dove giudizi acuti si alternavano a critiche altezzose, Beethoven, al contrario del suo entourage, non denigrò mai Rossini; anzi, due anni dopo non avrebbe avuto remore a includere l’aria dal Tancredi “Di tanti palpiti” nel concerto con la sua Nona Sinfonia. Ammetteva che era un compositore di talento, capace di scrivere un’opera in tante settimane quanti erano gli anni che sarebbero occorsi a un tedesco… Nel dir questo riusciva ad alludere a se stesso consapevole di quel suo “Oh, un infelice!”, e intanto augurare al fortunato astro nascente di scrivere “tanti Barbieri”.







