L’attività fisica è tra i più potenti strumenti di prevenzione delle malattie croniche come abbiamo evidenziato ripetutamente su questa rubrica: muoversi aiuta a controllare il peso corporeo, riduce il rischio cardiovascolare ed oncologico, migliora l’umore e rinforza il sistema immunitario. I campi da gioco, pubblici e privati, sono pertanto spazi preziosi per favorire il movimento, l’integrazione sociale ed il benessere psicologico. Tuttavia, il crescente uso di materiali sintetici, i trattamenti chimici intensivi e l’urbanizzazione degli spazi verdi ha sollevato diversi interrogativi sulla sicurezza ambientale di questi luoghi. Alcuni studi suggeriscono che l’esposizione cronica a sostanze presenti nei campi da gioco possa comportare rischi per la salute, specialmente nei bambini, negli atleti professionisti e nei residenti delle aree circostanti.
L’erba artificiale è spesso riempita con granuli di gomma riciclata provenienti da pneumatici fuori uso (detti “infill”). Questi granuli contengono idrocarburi policiclici aromatici (IPA) noti cancerogeni, metalli pesanti come piombo, cadmio e zinco e ancora sostanze chimiche quali ftali e bisfenoli. L’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) ha espresso preoccupazioni per l’esposizione dermica e inalatoria ai granuli, pur non raccomandandone un divieto totale, ne suggerisce limiti più stringenti. Uno studio del Yale University Chemical Safety Program ha identificato più di 90 sostanze chimiche presenti nei campi sintetici, di cui circa un terzo potenzialmente cancerogene. Oltre ai granuli, anche l’usura dell’erba sintetica contribuisce alla formazione di microplastiche che possono essere inalate, con effetti ancora oggetto di studio, ma con sospette correlazioni con infiammazioni polmonari e disfunzioni cellulari. Possono inoltre esser trascinate nelle acque piovane, contribuendo all’inquinamento ambientale. Soprattutto nel periodo estivo i campi sintetici raggiungono temperature anche superiori ai 60 °C: ciò può favorire il rilascio di composti organici volatili (COV) ed incrementare il rischio di stress termico e di colpi di calore, soprattutto nei bambini.
Le evidenze di un legame diretto tra campi sintetici e tumori sono controverse: alcuni casi aneddotici (come una serie di linfomi non-Hodgkin tra portieri negli USA) hanno sollevato l’allarme. Tuttavia, studi epidemiologici più ampi non hanno ancora confermato un nesso causale diretto, pur riconoscendo la necessità di ulteriori indagini a lungo termine. Oltre all’impatto diretto sulla salute umana, i campi sintetici contribuiscono all’impermeabilizzazione del suolo, alla riduzione della biodiversità ed alla diffusione di microplastiche nell’ambiente acquatico e terrestre.
Anche i campi in erba naturale vanno però attenzionati, specialmente nei contesti sportivi professionali o scolastici, in quanto sono talvolta trattati con erbicidi, fungicidi ed insetticidi. L’esposizione cronica a pesticidi è stata correlata a patologie neurologiche, disturbi ormonali e, in alcuni casi, a tumori pediatrici. I bambini sono più esposti attraverso la pelle e la bocca, soprattutto quando giocano a contatto diretto con il suolo trattato.
Un articolo pubblicato nel 2024 su Environmental Health Perspectives ha attirato l’attenzione della comunità scientifica su un potenziale legame tra la residenza nei pressi di campi da golf e un aumentato rischio di sviluppare il morbo di Parkinson. Lo studio ha analizzato dati sanitari e ambientali relativi a oltre 50.000 persone in aree urbane e suburbane degli Stati Uniti ed ha osservato che chi vive a meno di 500 metri da un campo da golf trattato con pesticidi mostra un rischio aumentato del 15-25% di sviluppare il Parkinson, rispetto alla media. I pesticidi organofosfati e i fungicidi comunemente utilizzati nei green dei campi da golf possono attraversare la barriera emato-encefalica, alterando i meccanismi dopaminergici cerebrali. L’esposizione cronica, anche a basse dosi, potrebbe contribuire alla neurodegenerazione progressiva tipica del Parkinson. Un’altra malattia neurologica, la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), sembra colpire con una frequenza anomala i calciatori professionisti, in particolare in Italia. Un’indagine coordinata dall’Istituto Mario Negri ha evidenziato che i calciatori di Serie A hanno un’incidenza di SLA fino a 6 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Uno studio del 2022 su JAMA Neurology ha analizzato i registri sanitari di ex calciatori britannici, riscontrando un rischio significativamente aumentato di SLA e altre malattie neurodegenerative. Vi sono al momento diverse ipotesi: traumi cranici ripetuti (anche lievi) e microtraumi muscolari, l’uso prolungato di farmaci antinfiammatori e integratori non sempre regolamentati e, appunto, l’esposizione ad erbicidi e fertilizzanti utilizzati nei campi da gioco, soprattutto negli anni ‘80 e ‘90. La SLA nei calciatori non può essere attribuita a un solo fattore, ma l’ambiente sportivo, incluso il contesto chimico del campo da gioco, è sempre più considerato un cofattore rilevante.
Sebbene i campi da gioco siano essenziali per l’attività fisica e la socializzazione, è cruciale considerarne anche i potenziali effetti collaterali. Le esposizioni a sostanze chimiche presenti nei campi sintetici o trattati chimicamente meritano un’attenta valutazione del rischio, soprattutto per le fasce più giovani della popolazione. Servono maggiori regolamentazioni e soluzioni progettuali sostenibili per garantire un equilibrio tra salute, sport e ambiente. Queste nuove evidenze rafforzano la necessità di un approccio precauzionale nella gestione e progettazione dei campi sportivi e ricreativi: non solo per proteggere i bambini e gli sportivi attivi, ma anche per valutare l’impatto sanitario indiretto e cronico sui residenti nelle vicinanze. La salute ambientale e quella pubblica sono più connesse di quanto si pensasse, e anche lo sport, per quanto nobile, deve fare i conti con il principio del “non nuocere”.
L’attività fisica resta uno strumento irrinunciabile per la salute pubblica: nessuno studio suggerisce di evitare lo sport. Al contrario, camminare, correre, giocare e muoversi regolarmente è vitale per prevenire obesità, diabete, ansia e malattie cardiovascolari ed oncologiche. Tuttavia, è doveroso monitorare attentamente i materiali utilizzati nei campi da gioco, limitare o sostituire le sostanze chimiche più pericolose, promuovere alternative ecologiche, come superfici in sughero, erba naturale senza pesticidi o pavimentazioni drenanti in materiali atossici e favorire una progettazione urbana integrata, che unisca sport, ambiente e salute. La scienza ci insegna che prevenzione non significa allarmismo, ma attenzione consapevole. Solo così si potranno garantire spazi sportivi realmente sicuri per tutti.
Sport e ambiente: benefici indiscussi, ma attenzione ai rischi nascosti
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