Più volte sulle pagine di questo giornale si è parlato del grande lanificio Bona e dell’importanza che ha avuto per Caselle nei due secoli scorsi, ma in questo numero vorremmo parlarvi delle sue origini e del suo fondatore, prima dei Bona.
I fratelli Bona nella loro impresa casellese non partirono da zero, ma rilevarono a fine Ottocento un lanificio già ben avviato e ormai importante a livello nazionale, fondato all’inizio del Secolo XIX dal francese Jean Paul Laclaire e poi ampliato dai figli.
Ben poco si sa del fondatore, se non che era nato nel 1772 a Reims, in Francia, ed era venuto in Piemonte poco più che trentenne per contribuire a sviluppare l’industria laniera, su, secondo alcuni testi esplicito invito, dell’allora governo francese.
Jean Paul Laclaire
L’imprenditore, che in un dipinto del tempo viene ritratto dall’aspetto sveglio e aperto e dal portamento elegante, diventò prima nel 1803 direttore dei due lanifici della Società Pastorale di Torino e Rivoli, per poi diventarne proprietario nel 1808.
La Società Pastorale era un’impresa che nel 1785 affittò la Mandria di Chivasso per condurre un grande allevamento di pecore merinos, allevamento unico per numero ed estensione in Europa, perfezionando anche le coltivazioni nella zona e apportando miglioramenti a un canale adiacente, per poi sciogliersi 1822.
Anche nel ramo laniero, in analogia con quanto si stava verificando nel settore del cotone, si assistette in quegli anni all’avvio di alcune iniziative imprenditoriali, favorite anche dalle leggi nazionali, rivolte a impostare su basi diverse l’organizzazione produttiva attraverso l’applicazione di nuove tecnologie nel torinese, tra cui quella proprio del francese Jean Paul Laclaire, il quale introdusse, tra il 1803 e il 1808, nuovi sistemi meccanizzati.
Nel 1811 Laclaire comprò dal sig. Mangiardi l’antico follone da panni di Caselle, corrispondente all’attuale Cascina Follone, probabilmente per utilizzarlo nella follatura dei panni prodotti nelle fabbriche operanti a Torino e Rivoli.
Ma soprattutto la fabbrica di Rivoli era spesso ferma per mancanza d’acqua, e così nel 1819 decise di acquistare l’antica cartiera dei Cappuccino denominata di San Bartolomeo, a poca distanza dal follone, per trasformarla in lanificio.
Nasce il lanificio a Caselle
Lo stesso anno trasferì parte della produzione laniera da Rivoli e Torino a Caselle nella ex cartiera trasformata in “Fabbrica idraulica da panni” che nel giro di pochi anni ampliò di più di 50 membri.
Inizialmente tra Caselle, Torino e Rivoli le fabbriche avevano 30 telai grandi e 40 piccoli, ma poi gradatamente tutta la produzione venne trasferita a Caselle e le fabbriche di Torino e Rivoli cedute.
All’inizio la produzione si limitava alla produzione di soli panni “ordinari” per l’esercito, ma poi via via che lo stabilimento cresceva, il lanificio venne attrezzato con tutti i macchinari più perfezionati, permettendo di ampliare la produzione a qualsiasi tipo di stoffa di lana, e soprattutto di prevedere nello stabilimento l’intero ciclo di lavorazione, dalla materia prima grezza al prodotto finito.
Leggiamo, qui di seguito, una breve e interessante nota sullo stabilimento firmata direttamente da Laclaire, presente in un documento del 1830, in cui ricorda anche il suo impegno per l’impianto della fabbrica:
“La manifattura di cui si tratta non gode d’alcun privileggio per parte del Governo, soltanto il diritto di valersi dell’acqua della bealera che la Comune tira dal fiume Stura, della sollecitudine delle Autorità locali che sanno apprezzare li servigii che rende al Paese,a ragione del gran numero d’operaj che impiega, e che ricava in ogni stagione li mezzi di sussistere.
Il principio d’uno stabilimento di manifattura in un paese, ove non ne esistette mai, è stato difficile, il Proprietario perseverando nella sua impresa nulla ommise per giungere alla sua meta. Macchinisti ed operaj stranieri sono stati impiegati molti anni per formare degli imprendizzi.
Al presente la sua manifattura è bene attivata, macchine in ogni genere si costruiscono, non vi esiste che un solo Capo straniero, cioè quello degli apparecchi. Li prodotti della suddetta vanno migliorando giornalmente.
Nel 1819, 1820 e 1821 non si fabbricava che panni ad uso delle Truppe ed altri ordinarj pel commercio, d’ora in poi provvista di tutte le macchine di perfezionamento; la metà dei telaj sono impiegati per panni tinti in lana d’ogni qualità e colore, di maniera che v’è luogo a sperare ch’essa è vicina ad ottenere la Concessione dal Governo per provvedere ai Carabinieri Reali buona parte dei panni necessarj al loro vestiario. Questa fornitura sarebbe di gran rilievo per alimentare la sua fabbrica in certe stagioni, ed offrirebbe dei vantaggi che non possono rinvenirsi all’Estero”.
Lo stabilimento nel 1830
Come detto nella lettera, nel 1830 lo stabilimento aveva ormai tutte le macchine necessarie per ogni tipo di lavorazione dei panni, e per mantenerle in efficienza vi erano stabilmente 8 operai tra falegnami e fabbri che provvedevano alla manutenzione.
Nei loro laboratori, posti all’interno dell’opificio, realizzavano tutti i pezzi necessari, ma quando serviva realizzavano direttamente i macchinari, magari copiandoli da quelli originali.
Infatti da una relazione dello stesso anno troviamo che di tre macchine per battere i panni una era stata inventata a Verviers nel Belgio, mentre le altre due vennero copiate e costruite nella fabbrica con delle utili variazioni.
Anche i 45 macchinari, per cardare, per filare, e le cosiddette “drosse” vennero imitate e costruite in fabbrica partendo dalle sei originali acquistate in Francia.
Tutti gli aspi vennero costruiti in fabbrica, come i 40 telai di tipo inglese secondo un modello ricavato dall’Inghilterra, con una navetta per telaio.
Nel vicino Follone operavano 10 “pille” con due magli ciascuna, per la follonatura e purgazione dei panni prodotti, attivate da due ruote idrauliche che all’epoca vennero rimodernate, secondo un nuovo modello, dai fabbri della fabbrica.
Anche le macchine a “scarzare” erano fatte in fabbrica ricavandole da una proveniente da Venviers.
Per dare un’idea della produzione in tutto il lanificio operavano contemporaneamente 350 fusi, di cui 180 idraulici e gli altri a mano, di essi 60 erano di nuova invenzione.
Le macchine idrauliche funzionavano continuamente, tranne nel periodo invernale, da novembre a marzo, per la mancanza di acqua nel canale Sinibaldi.
La produzione
La produzione, come detto, era la più varia, e comprendeva i “panni neri sovrafini e bleu in lana, panni mischii di colori diversi, castorine in diversi colori, panni bleu da truppa, panni bigi per capotti, panni mischii da mantelli e bianchi, roybon, calmuk, coettì in colori diversi, coperte in lana di diverse altezze e qualità, cashmere (tessuto di lana particolarmente pregiato, molto morbido, caldo e leggero) in diversi colori, spagnolette, mollettoni, quadretti, toffe per filtrare (utilizzate soprattutto nelle cartiere), flanelle e lana filata per tappezzerie e calzetti”.
Tutti gli operai lavorano nella fabbrica, eccetto qualche “plumatrice”, e quattro tessitori che avevano i telai nelle loro case a Caselle.
Tutti gli operai erano pagati in modi diversi, a secondo delle lavorazioni; alcuni erano pagati a fattura, altre a giornata, mentre gli impiegati e i dirigenti normalmente erano pagati annualmente.
Nel 1826 la fabbrica di filatura di lana di “Giò Paolo Laclaire” contava 167 persone occupate giornalmente, così divisi:
4 mastri, 2 contro mastri, 71 uomini, 45 donne, 40 garzoni tra maschi e femmine, 2 macchinisti, 1 conducente e 6 lavoratori diversi.
Personale che nel 1830 era diventato composto da 360 fra uomini e donne, di cui circa un quinto erano “imprendizzi”.
Le materie prime
La lana utilizzata era di varia qualità e proveniva da diversi luoghi:
la lana merinos era proveniente dal Piemonte e dalle “Piazze” di Livorno, Genova, Venezia e Trieste; la lana metissa ed altra ordinaria dal Piemonte, dall’Ungheria, da Pest e da tutta la Germania; altre lane di diverse qualità provenivano da Roma, da Napoli, dalla Puglia, dalla Toscana, dalla Spagna, da Tunisi, Algeri, Smirne e Costantinopoli.
In generale la maggior parte proveniva da tutte le piazze d’Italia e della Germania.
Anche le materie accessorie, utilizzate per le lavorazioni, provenivano da ogni parte del mondo, soprattutto per quanto riguarda le numerose materie coloranti impiegate.
Così ad esempio “l’endaco e il bengalo” provenivano dalle Indie e dalla Spagna, la cocciniglia dal Messico, la “robbia” dall’Alsazia, il legno giallo dalle Indie, il sandalo rosso da Lione, il vetriolo bleu da Cipro e il curcuma (Terra Merita) anche dalle Indie.
Il colorante galla, ottenuto dalle noci, arrivava dall’Istria e da Aleppo che era la preferita, mentre l’erba gauda (gualdo), giungeva dalla Provenza.
Per curiosità il gualdo è un pigmento naturale vegetale ottenuto dall’isatis tinctoria, usato fin dall’antichità in Europa per tingere tessuti e filati, e grazie al gualdo i mercanti medievali di coloranti per tessuti accumularono ingenti ricchezze, tanto da essere chiamato “oro blu”.
Da una lunga e complessa lavorazione delle foglie si ottenevano dei pani (panët a Castelnuovo, cocagne in Provenza, da cui paese della cuccagna ossia “paese ricco”) che imbarcati a Genova andavano per tutta l’Europa. Dai pani si otteneva un “blue” dalle molte sfumature chiamato anche blu di Genova, che diede la genesi del nome blue-jeans. Con l’aggiunta di principi coloranti tratti da altri elementi naturali, come la robbia, la cocciniglia, l’anthemis tintoria e lo zafferano, oltre alla gamma dei blu si potevano ottenere anche il nero, il verde, lo scarlatto e il viola.
Già negli Anni Trenta del XIX Secolo lo stabilimento aveva raggiunto una qualità produttiva tra le migliori del Piemonte e non solo, tanto da ricevere numerosi premi alle varie esposizioni internazionali del tempo come quella del 1832:
MEDAGLIA D’ARGENTO
Signor G. P. LACLAIRE, lanifizio a Caselle (Torino),
deposito a: Torino, via dell’Arcivescovado.
Pel numero de’ telai, per la quantità de’ prodotti e
per la bontà de’ panni di qualità mezzo-fina e delle
coperte di lana, la fabbrica di Caselle vien giustamente
annoverata fra’ nostri più importanti lanifizi. Essa ha
esposti parecchi panni di vario colore , cioè, scarlatto,
giallo, gros-bleu e nero, un panno a quadretti, due
casimiri operati, tutti degni di molta lode per eccellente
fabbricazione e per buon prezzo.
Il sig. G. P. Laclaire è stato premiato nel 1832 con
una medaglia d’argento:
la Camera gli conferma il medesimo distinto premio.
Villa Laclaire
Jean Paul Laclaire abitava nella sua casa di Torino, dove aveva anche il magazzino di vendita, ma spesso era nel suo stabilimento di San Bartolomeo a Caselle, tanto che si fece costruire una elegante villa in cui soggiornava, con annesso un grande giardino con laghetto, come era tipico del tempo. La villa, anche se in parte rimaneggiata, esiste ancora oggi caratterizzata da un elegante gazebo in ferro che si erge sulla torretta annessa e su cui è appesa una campana che un tempo scandiva le ore lavorative dello stabilimento, ancora oggi esistente. Sulla ringhiera del balcone posto sopra l’ingresso ancora oggi si può leggere il monogramma del fondatore dell’azienda “JPL”.

Jean Paul Laclaire morì nel 1838, lasciando lo stabilimento in eredità ai due figli Giulio e Giovanni Paolo, che inizialmente lavorarono insieme accrescendo ulteriormente la proprietà con l’acquisto della vicina conceria di Andrè Favre (un tempo cartiera anche dei Cappuccino), ma poi, dopo una serie di atti notarili di divisione e di compravendita, nel 1864 passò interamente di proprietà di Giovanni Paolo Laclaire.
Il lanificio Laclaire nel 1872
Lo stabilimento era così rinomato che spesso era visitato come esempio, come quella effettuata nel 1872 dagli allievi della scuola di merceologia del R. Istituto tecnico di Torino, che così in riassunto venne descritto:
“Questo grandioso stabilimento si trova a poca distanza da Caselle, 3^ stazione della ferrovia Torino-Ciriè; esso è collocato sulle rive di un fiumicello derivato dalla Stura: tutto all’intorno è circondato da campagne consistenti in campi e prati irrigui che in buona parte appartengono allo stesso signor Laclaire ed ai proprietari delle vicine filature da seta. Direttore tecnico del lanificio é il sig. Del Re, di nazione belga, il quale da tanti anni stabilito nel nostro paese lo considera come una sua seconda patria; esso medesimo ci accolse colla sua usata cortesia e ci servì di guida in tutte le parti dell’opificio”.
Nella lunga relazione, in cui sono descritte tutte le lavorazioni, si parla anche di uno dei motivi per cui lo stabilimento era così prospero:
“Nel borgo di Caselle, come generalmente in tutti i piccoli comuni della provincia, le abitazioni si trovano a prezzi assai più miti che non nei grandi centri come Torino, ed il vitto pure a miglior mercato perché non così oberati dal dazio di consumo, cresciuto a dismisura in questi ultimi tempi per provvedere alle tante spese superflue della grande città; ne consegue pertanto che da questo lato gli operai di Caselle si trovano in migliori condizioni degli operai di Torino, con vantaggio delle manifatture colà impiantate”.
In quell’anno nello stabilimento vi lavoravano normalmente 450 operai d’ambo i sessi, e parte di questi lavoravano a cottimo e parte a salario fisso.
Laclaire era comunque ben considerato dagli operai, che li trattava sempre bene e in modo “illuminato” non licenziando mai se non per gravi motivi, e provvedendo anche a una sorta di pensione, come detto anche dalla stessa relazione:
“L’operaio onesto ed attivo non vi è mai congedato e giunto a vecchiaia o divenuto inabile al lavoro per disgrazia accadutagli nello stabilimento, egli è certo di ottenere dal generoso suo principale un sufficiente sussidio mensile od un posto di riposo secondo le circostanze e l’attitudine dall’operaio medesimo. L’enunciazione di un tale fatto si è il più bello elogio che si possa fare a questo sagace e filantropo industriale, venerato dai suoi subalterni, amato e stimato da tutti coloro che lo conoscono”.
Arrivano i Bona
Il Comm. Giovanni Paolo Laclaire, che in quegli anni era anche console del Portogallo, e presidente della Società Promotrice dell’Industria Nazionale di Torino, conobbe Basilio Bona, e intuì in lui il degno successore per il suo rinomato lanificio di Caselle, considerato che ormai aveva oltre sessant’anni ed era senza figli.
Così Laclaire chiamò Basilio Bona nel 1878 per offrirgli in affitto il proprio stabilimento a condizioni vantaggiose, proposta che il Bona accolse, insieme ai suoi tre fratelli, con grato animo.
Nel 1885, a settant’anni, il Comm. Laclaire morì senza figli, e lasciò per testamento il lanificio a uno dei suoi nipoti, Henry Paolo fu Gaetano, che per alcuni anni continuò ad affittare ai Bona, fino al fatidico 4 giugno 1889, quando, dopo lo spaventoso incendio che distrusse in parte lo stabilimento, tutto venne venduto a Basilio Bona.







