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martedì, Dicembre 9, 2025

    Nessun dorma

    Forse non è la migliore delle espressioni possibili, ma credo renda l’idea: “à l’ha fame sgiaj”, mi ha fatto effetto, provocando un misto di orrore e disgusto, scoprire che solo qualche settimana fa eravamo proprio lì, vicino a dove sono stati abbattuti alcuni dei droni che hanno violato lo spazio aereo polacco.
    “Sgiaj” probabilmente non significa proprio niente per chi da queste parti non ci è nato, ma per noi nativi ha un significato profondo: “lo sgiaj” è qualcosa che ti prende i visceri, ti entra dentro sino al raccapriccio.
    Sapere che quelle terre, che meno di un mese fa ci hanno accolto profondendo un’assoluta serenità, oggi si trovano col sapore della guerra in bocca schianta. Lungi dal volervi tediare col racconto d’una vacanza per noi meravigliosa – tranquilli, abbiamo già dato in decenni precedenti, infliggendo ad amici e congiunti indimenticabili (!) serate farcite di centinaia di diapositive… -, però c’è una risposta da dare a chi, saputo che, reduci da settemila chilometri in camper spesi in buona parte tra Polonia e le Repubbliche Baltiche, e quindi a contatto coi confini più caldi della Comunità Europea, ci ha chiesto: “ Ma com’è?”, intendendo se là si avvertiva il pericolo d’un possibile conflitto, e se la gente lasciava trasparire grande preoccupazione. L’elezione di un nuovo presidente polacco tanto poco europeista ha un po’ guastato il “boom economico”, però, in sintesi: in Polonia e nelle Repubbliche, occhi aperti sì, ma c’è troppo da fare oggi per pensare a domani. Questo un mese fa, ma poi il domani ha bussato forte.

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    Comunque, ci sono due risposte possibili, una di tipo storico e una di tipo sociale. La prima ha a che vedere con una totale immersione in quella che fu ed è tuttora la Mittel Europa, l’Europa di mezzo, quella che continua ad avere connotazioni che le derivano da ascendenze asburgiche e tedesche che neppure settant’anni di grigio e opprimente regime sono riuscite a far dimenticare. Sì, è ancora l’Europa di Roth, Kafka, Svevo e Musil che emerge in desideri, terre ed edifici e la patina dei secoli non è un problema. Anzi.
    La seconda ha a che fare con un certo nostro recondito pensiero: dai, in fondo in fondo, quelli sono ancora Paesi in via di sviluppo, con un livello e una qualità della vita decisamente più bassi rispetto al nostro: ne hanno ancora di strada da fare per appaiarci…
    Niente di più sbagliato. Certo, non è tutto oro quello che luccica, qualche problema ce l’hanno pure ma è innegabile che la Polonia sia un motore che viaggia a mille e che le Repubbliche Baltiche abbiano già raggiunto un notevole livello di benessere.
    Alcuni dati sono inconfutabili: il nostro potere d’acquisto anche in quei Paesi è diventato modesto; non c’è confronto su quale sia il parco mezzi di locomozione più obsoleto: il nostro; confrontando le loro strutture attuali con quelle che trovammo nel 2018, be’, non possiamo che dire “eccome se loro hanno saputo spendere bene i soldi europei”, visto che sono in piena espansione; a forza di delocalizzare gli abbiamo consegnato le chiavi del futuro, ed è difficile che ce le vogliano restituire. Il loro trasporto su gomma è impressionante: effettuato un primo sorpasso dalle parti di Cracovia, fino a Tallin, 1.300 chilometri dopo, superi un’unica interminabile carovana di camion, e poi camion, e poi ancora camion di misure spropositate. E, credete, non è un modo di dire. Cosa portano? Di tutto e di più. Tutta roba che producono lì e che noi non produciamo più. Fa malissimo dirlo, ma viaggiando ti rendi conto che il nostro è un Paese delocalizzato e pronto al declino.
    Possiamo consolarci dicendo che siamo in buona compagnia, che non siamo certo gli unici in Europa occidentale, però è voler non vedere. Siamo ancora nel G7, siamo pur sempre l’Italia che tutto il mondo ama, ma, ammettiamolo, il nostro declino è cominciato da troppo tempo e ha tratti unici:  un debito pubblico mostruoso, in crescita continua e inarrestabile; un’evasione fiscale enorme e inarginabile; un palese impoverimento della capacità produttiva, quindi stipendi fermi da anni, con una grave perdita del potere di acquisto. Parliamo della qualità dei nostri servizi pubblici (ferrovie, strade, tubazioni, sanità, scuole, cablaggi…) vittime di consorterie e da anni scarsamente finanziati? Ma avremo il Ponte sullo Stretto…

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    I migliori tra i nostri ragazzi emigrano e gli altri sono figli d’una scuola depauperata. Un mistero che i dati sul rendimento scolastico dei giovani italiani siano tra i più bassi nella UE? Avevamo la miglior scuola elementare del mondo, ma con l’ausilio di “utili idioti” siamo riusciti nel corso degli ultimi trent’anni a distruggere un impianto e il senso di una nazione. Lascio immaginare come potrà inserirsi in un contesto così l’uso della Intelligenza Artificiale dove, pensando di essere sempre e comunque in più furbi, baratteremo la creatività che potrebbe derivarcene con banali semplificazioni. La scusa bieca del risparmio ci farà scambiare obiettivi e perdere orizzonti e opportunità.

    L’Italia, guardandola da vicino e da lontano, è un Paese che perde colpi, anche se preferiamo non dircelo.

    La politica non è più in grado di intercettare i reali bisogni del Paese, non riesce più a decidere e a intervenire per cambiare le cose. All’orizzonte c’è sempre un’epocale tornata elettorale. Che sia una consultazione referendaria, locale, europea o politica poco cambia: tutto si arresta in nome della conservazione del consenso. Mai un programma o una visione ad ampio respiro, giacché quel poco di elettorato residuo va blandito e vellicato. Se poi la politica riesce a trovare una faticosa fuga in avanti, le riforme necessarie si incagliano, si ingarbugliano in un’inestricabile giungla giuridico-amministrativa.
    Tornare a casa non è stato per nulla facile: troppo spesso impietoso e perdente il raffronto con le altre realtà. Ma cosa è successo perché diventassimo così? E quando abbiamo riparcheggiato il camper c’è preso un ulteriore sconforto: constatare come la “rive droite” del nostro Piazzale Morteros – prima che l’Amministrazione mandasse fortunatamente a ripulire – fosse un’unica uniforme discarica è stato un tuffo al cuore. Ma perché siamo così? Perché amiamo lordare e deturpare casa nostra? Da Tarvisio a Tallin e ritorno non abbiamo trovato, credetemi!, una-cartaccia-una nel tragitto, non una curva o una rotonda ammorbata da spazzatura sparsa. Dai su, da noi com’è? Ormai ci siamo assuefatti alla normalità del brutto. Quanto tempo ci vorrà per far sì che un po’ d’educazione civica torni a farci visita?

    L’idea che la nostra Città abbia investito tanto nella creazione d’una nuova scuola è un bel segno. Abbiamo bisogno di riseminare cultura. Sarà un percorso lunghissimo, ma se c’è una minima speranza di salvarsi questa passa dall’accrescimento della conoscenza, dall’abbandono dell’orrido. Nessuno pensi di salvarsi da solo. Più che mai gli occhi vanno tenuti ben aperti. Nessun dorma. Non è un invito: è un obbligo.

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    Elis Calegari
    Elis Calegari
    Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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