
È da questa mattina che provo a cercare di scrivere qualcosa, ma proprio non mi riesce. Da quando Patrizia ha sillabato “ Franco Morabito è morto” sono frastornato come se avessi ricevuto un cazzotto terribile in pieno volto. Dio se fa male.
Se ne è andato di notte e ti pare impossibile, lapalissianamente impossibile che se ne sia andato uno che era con noi da sempre. Da quando i suoi s’erano trasferiti dalla messinese Scaletta Zanclea a Caselle, da quando suo padre aveva aperto quella botteguccia da calzolaio in via Cravero, Franco era parte di noi. Ma quanta fatica per diventarlo! Ogni tanto Salvatore Diglio, raccontando la Caselle dell’altro ieri, lo ricorda ancora e non senza dolore quanto fosse difficile nell’Italia del primo dopoguerra provare a inserirsi in una terra che ancora troppo poco conosceva l’arte dell’accoglienza. Ma Franco e le sue sorelle Natalina e Lucia, passo dopo passo, anno dopo anno, sono riusciti a costruirsi con somma dignità un’altra vita. Natalina e Lucia, prima lavorando nel negozio da parrucchiera di Bettina – sì, anche lei ci ha lasciato poco tempo fa – e poi rilevando l’attività stessa, hanno saputo dare una svolta secca a un’esistenza fin lì dura e Franco, dapprima studiando all’istituto alberghiero e poi trovando impiego all’estero, aveva avuto modo di conoscere un altro mondo e di poter dire d’avercela fatta.
Nei suoi primi anni casellesi il cardo e il decumano della sua vita, pur essendo parallelle e non ortogonali, erano state via Carlo Cravero e via Basilio Bona: lì c’era tutto quello che gli serviva. C’erano Bruno Picat, Piero Ferroglia e Franco e Brunetto Marchetti ad accoglierlo e proteggerlo da chi non era tanto propenso a sorridere a chi veniva da troppo lontano, a regalargli un’amicizia che è durata tutta la vita e che adesso lo piange disperata.
Franco c’era con la sua ingenuità, c’era con le paure di chi di salite ne ha sempre dovute affrontare troppe, ma c’era sempre. Per dare una mano, per preoccuparsi della vita di Bruno Picat che lentamente volava via. Per raccontarti ancora di quella volta che sull’Isola di Man… Già, l’Isola dell’Uomo, dov’era stato negli Anni 60, gli aveva cambiato vita e prospettive e lì aveva scoperto che con le lingue straniere tanto ci sapeva fare, così tanto da diventare poi per un sacco di anni frontman della Hertz in aeroporto. In Inghilterra aveva anche scoperto quanto e come lo sport – il tennis nella fattispecie – fosse necessario e formativo, tanto da dedicarglisi fino a qualche settimana fa, dopo aver corso per un bel po’ di vita con Antonio Patriarca.
Sì, Bruno Marchetti mi aveva parlato di alcuni suoi momenti di buio, di come si stesse avviando verso un inverno senza ritorno, ma mai avrei pensato di dover provare a scrivere qualcosa in sua memoria.
Franco c’era, c’è sempre stato accanto a noi… e adesso? No, non è possibile.
Posso solo provare a stringermi alla moglie Anna, a sua figlia Silvia, a Piero, Franco e Brunetto, perché, se li conosco bene, non avranno che lacrime e buio ora.
Ciao Frankie, ci sia una brezza leggera a portarti vicino a Bruno Picat, fa’ buon viaggio.
Un abbraccio
Elis





