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domenica, Febbraio 8, 2026

    Serena Zanirato, a bordo di una nave soccorso nel Mediterraneo

    Speranza, resilienza, umanità

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    Ci sono storie che si commentano da sé, che vanno solo ascoltate col cuore perché fanno emergere un mondo spesso dimenticato e sprigionano sentimenti tanto profondi quanto desueti come l’empatia, il coraggio, l’umanità nella sua essenza più vera. Non possiamo che dire grazie a Serena Zanirato per averci regalato questo racconto dove la disperazione si trasforma in speranza. Grazie Serena, per quello che fai e quello che sei:
    “Sono in giro per l’Europa per lavoro, e per scelta, da un po’ di anni ormai – racconta Serena – ma tornare a casa per me significa sempre tornare a Caselle, al cielo azzurro, ai prati verdi e alle montagne che si vedono all’orizzonte se alzi appena lo sguardo.
    Dopo la laurea in giurisprudenza, ho deciso di intraprendere un percorso professionale e di vita che mi portasse a specializzarmi in diritto internazionale e diritti umani. Ho ottenuto un master in diritti umani alla Scuola Sant’Anna di Pisa e ho svolto diversi stage in varie organizzazioni internazionali, come il Consiglio d’Europa, l’ONU e la delegazione UE all’ONU, a Ginevra. In parallelo, dal 2021, sono volontaria di una organizzazione torinese, StraLi, che usa lo strumento giuridico del contezioso strategico (la “strategic litigation”) per apportare un cambiamento positivo nella società. Tramite azioni legali, di fronte a corti nazionali o internazionali l’obiettivo è ottenere  un maggiore riconoscimento e rispetto dei diritti fondamentali non solo singolo, ma anche e soprattutto della collettività. Ho lavorato per due anni in Grecia per un’organizzazione non-governativa (ONG) che fornisce supporto legale ai richiedenti asilo, e fino ad agosto e per circa due anni ho lavorato per Lawyers for Justice in Libya (LFJL), una ONG con sede a Londra che si batte per la giustizia e responsabilità in tribunali internazionali per le violazioni dei diritti umani e i crimini internazionali commessi in Libia.
    Per molto tempo l’organizzazione si è occupata di crimini internazionali commessi contro le persone migranti in Libia, qualificandoli come crimini contro l’umanità dato il loro carattere esteso e sistematico nei confronti di tali soggetti, e cercando di ottenere responsabilità penale per le atrocità commesse. La conoscenza approfondita delle esperienze dei migranti che arrivano in Libia con l’intenzione di raggiungere l’Europa per vivere una vita dignitosa, si fermava al momento in cui queste persone tentavano, talora invano, di intraprendere il viaggio in mare.
    Tramite un progetto che sto portando avanti insieme a StraLi, ho avuto la grande opportunità di lavorare con SOS Humanity, organizzazione che svolge operazioni di ricerca e soccorso in mare, e da lì è nata l’idea. Perché non salire direttamente sulla nave, vedere con i miei occhi quello di cui ho sentito raccontare così tante volte, non solo dai media, ma dai testimoni, da coloro che il viaggio l’hanno affrontato, prima di riuscire a raggiungere le coste europee? Ho proposto il progetto all’organizzazione,LFJL, che l’ha accolto subito entusiasta.
    I mesi di preparazione sono stati lunghi, ma fondamentali: è necessario proporre delle attività di ricerca che non intralcino le operazioni in mare, che non causino ulteriori traumi alle persone soccorse, ma aggiungano valore e conforto, sia ai membri dell’equipaggio, che alle persone migranti sopravvissute. L’obiettivo è sempre stato quello di unire le forze, la conoscenza profonda e l’impegno di LFJL e SOS Humanity per fornire una assistenza più olistica, che non si fermasse al solo soccorso in mare.
    Con impazienza, all’inizio di luglio, sono arrivata a Siracusa, per conoscere le altre 28 persone dell’equipaggio. La prima settimana è stata di esercitazioni: si prende familiarità con la nave, con gli spazi che ti ospiteranno nelle settimane a venire, si imparano le procedure e la terminologia proprie di una nave di quelle dimensioni – anche per me, neofita del mondo marittimo – e si prende dimestichezza con quello che sarà il proprio ruolo durante le operazioni di ricerca e soccorso. Ma è anche il momento in cui si creano e si rafforzano le relazioni tra i membri dell’equipaggio, quella complicità così unica e fondamentale durante le operazioni in mare.
    Per la prima volta ho visto e vissuto le molteplici figure che a bordo sono necessarie affinché le operazioni si svolgano nel modo più semplice possibile: oltre alle persone che attuano il soccorso – medico, infermiera, ostetrica -, ci sono gli ingegneri e coloro che aiutano a lanciare in mare i RHIBs, ossia quelle navi veloci che raggiungono le imbarcazioni in pericolo, ma anche i cuochi, che nutrono i passeggeri della nave.
    Un pomeriggio, durante un’esercitazione, insieme ad altri membri dell’equipaggio, sono stata su un gommone in mare aperto. Avevamo i giubbotti di salvataggio e razionalmente sapevamo che i RHIBs si sarebbero avvicinati per provare le manovre per approcciare un’imbarcazione in difficoltà; sapevamo anche che Humanity1, la nave principale, era nelle vicinanze. Ma il mare era mosso e, su un gommone, le onde si sentono ancora di più, così per secondi quasi interminabili, non ho visto null’altro che il blu del mare e del cielo. Lì, per pochi secondi, mi sono immedesimata, e mi è mancato il fiato.
    Terminate le esercitazioni necessarie, si manda una e-mail: “Ready to rescue” (“Pronti a soccorrere”) alle unità di organizzazioni non-governative attive; ad Alarm Phone, che è un contatto di emergenza disponibile 24 ore su 24 gestito da volontari, che supporta i salvataggi in mare; e alle autorità eventualmente coinvolte nelle operazioni. Da quel momento, la Humanity1 si avvicina all’area delle operazioni, solitamente il Mediterraneo Centrale e alle aree di responsabilità di Malta, della Libia e della Tunisia. Le autorità e i velivoli delle ONG che individuano situazioni di emergenza in mare diramano comunicazioni via radio ed e-mail segnalando le coordinate geografiche, la posizione dell’imbarcazione in pericolo, e, se possibile, la condizione delle persone a bordo. Nell’area delle operazioni, ai membri dell’equipaggio vengono assegnati i “lookout” dove, per un’ora e mezza, col binocolo, si osserva l’orizzonte, per scorgere eventualmente un’imbarcazione in pericolo.
    Ed è proprio così che è stato individuato il nostro primo caso di soccorso. Era un venerdì mattina, intorno alle 9 e 30, la mattinata era iniziata come al solito: meeting di inizio giornata dell’equipaggio alle 8, pulizie delle aree comuni alle 8 e 30; i turni di guardia per eventuali avvistamenti iniziati già alle 5 e30 del mattino, quando sorgeva il sole. Una minuscola ombra nera è stata individuata all’orizzonte, con le onde alte si vedeva solo a tratti, scompariva nel blu del mare che si confondeva col cielo. Il binocolo cercava di mettere a fuoco quell’immagine sgranata e poi il segnale: “All crew, all crew – get ready to rescue” (“A tutto l’equipaggio – preparatevi a soccorrere”). Quando si riceve quest’ordine si mette in moto un meccanismo già sperimentato: si indossano i dispositivi di protezione e i RHIBs vengono lanciati in mare; dal ponte di comando si segue ogni movimento dell’equipaggio e informiamo le autorità. Quel venerdì, le persone erano circa trenta, tra cui diversi minori non accompagnati, erano in mare da 30 ore, ma “fortunati”, considerando che spesso si sta giorni interminabili in balia delle onde e del sole battente. Erano su un gommone gonfiabile, senza acqua, né cibo o equipaggiamento di sicurezza. Erano partiti dalle coste libiche la mattina precedente, non avevano telefoni satellitari a bordo, non avrebbero quindi potuto comunicare il loro stato di pericolo. Non credo che la nazionalità sia un dato importante: qualunque essere umano, a prescindere dal Paese d’origine o da qualsiasi altra caratteristica, merita di essere salvato da una situazione di pericolo, ma tengo a sottolineare che la maggioranza delle persone partono dal Sudan, un paese che è dilaniato dalla guerra civile dal 2019, un conflitto dimenticato, una delle più grandi catastrofi umanitarie dei nostri tempi.
    Le operazioni di soccorso sono state relativamente semplici e le persone sono arrivate a bordo di Humanity1 nel giro di poco. Sono subito state espletate le procedure di registrazione, compresa l’identificazione di minori non accompagnati e delle vulnerabilità di ognuno.
    È partita, così, una nuova routine, fatta di momenti di condivisione sul ponte, tramonti e pasti insieme. Il porto che ci è stato assegnato dalle autorità italiane è stato quello di Brindisi, relativamente vicino, con tre giorni e mezzo di navigazione. In questo tempo sono state molte le attività condivise: un pomeriggio speso a dipingere il proprio presente, ma soprattutto le speranze per il futuro, le classi di italiano, il barber shop “aperto”, per prepararsi al meglio all’arrivo in Italia, e poi i tanti racconti, le esperienze passate, i traumi superati, ma sempre con lo sguardo rivolto al futuro.

    Le persone che siamo riusciti a soccorrere sono state tra quelle fortunate (anche se nessun essere umano dovrebbe essere considerato fortunato per non essere stato inghiottito da quella che l’ONU definisce la rotta migratoria più mortale al mondo), ma siamo stati informati di altri casi, almeno altri quattro, che non siamo stati in grado di soccorrere. Talvolta non abbiamo semplicemente più avuto notizie di quella imbarcazione, è sparita nel nulla; in altri casi siamo stati informati che altri sono arrivati prima di noi e hanno riportato le persone soccorse in Libia e in Tunisia. Questa è la sorte di chi cerca di attraversare il Mediterraneo. Ho personalmente parlato con persone che hanno tentato per almeno sei volte, prima di riuscire ad arrivare in Europa, oltre il Mediterraneo, oltre la Libia.
    Vorrei essere in grado di descrivere la luce negli occhi di ogni singola persona che ho conosciuto a bordo, la speranza, la tenacia, la resilienza. Vorrei saper descrivere i suoni e talora rumori, della nave, il movimento continuo del mare che culla, il mix di lingue e culture, il delizioso cibo condiviso, e i sorrisi, che uniscono.
    Arrivati a Brindisi, per lo sbarco, nel porto sicuro, le persone soccorse non sarebbero volute scendere: finalmente, dopo tanto tempo, altre persone avevano ridato loro dignità, le avevano fatte sentire “viste” e “ascoltate”. E io questo sentimento non lo scorderò, i loro ringraziamenti e la loro luce rimarrà con me.
    Sono sbarcata anche io a Brindisi e, mentre aspettavo l’aereo di ritorno a Londra, sono rimasta a guardare, con molta nostalgia, Humanity1, che ripartiva verso il mare aperto, per essere nuovamente operativa. Nel mentre io cercavo di tirare le fila dell’esperienza, di rimettere insieme i pezzi, anche i miei. Non si è super eroi, siamo persone che mettono a disposizione la loro esperienza e professionalità, al servizio degli altri. È una delle esperienze più umane che abbia mai fatto. Quell’umanità che stiamo perdendo quando guardiamo indifferenti alle tragedie che succedono attorno a noi, che sembrano non toccarci direttamente.
    Ora la vita mi porta verso nuove sfide professionali, ma i valori che mi muovono sono sempre gli stessi: non ci possiamo fermare finché ogni persona non potrà beneficiare degli stessi diritti fondamentali, di cui godiamo. I nostri diritti sono i diritti di tutti. La violazione dei diritti anche solo di una singola persona comporta la violazione anche dei miei, dei nostri.”
    “Su queste barche di salvataggio delle ONG, idealmente ci saliamo tutti a bordo, perché ci sentiamo corresponsabili verso le vite in pericolo, maltrattate e disumanizzate. Sono barche che salpano per salvare noi stessi e l’Europa  intera dal naufragio della propria coscienza” (Don Ciotti)

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